29 aprile 2011

Ri-Eco-lo

Umberto Eco torna a parlare della Rete, ovviamente male. Speriamo di non vederlo costretto a passare la pensione leggendo romanzi cavallereschi e combattendo mulini a vento... oppure speriamo sappia infine rovesciare l'arazzo (sempre Cervantes) per comprendere il vero disegno formato da trama e ordito, osservandolo dalla parte giusta.

Comunque, ne parla anche Sofri qui, riprendendo questa Bustina di Minerva.

Di mio, ho già dato. Ho provato a interpretare la visione di Eco qui, un anno fa su questo stesso blog, e recentemente qui, sul blog dei NuoviAbitanti.

Mi soffermo solo su una frase da lui scritta: "Ormai Internet è divenuto territorio anarchico dove si può dire di tutto senza poter essere smentiti." 
A me sembra che la frase si riferisca all'editoria pre-internet. Provate a sostituire "Internet" con "editoria". Se uno psicologo per esempio nel 1986 avesse scritto una castronata in un suo libro, cosa avrei potuto fare io per smentirlo? Scrivere un libro? E chi lo avrebbe pubblicato, visto che non sono un docente universitario o uno psicologo di fama? Avrei potuto scrivere un saggio di psicologia e vederlo pubblicato su una rivista scientifica? Cosa avrei potuto fare, scrivere una Lettera al Direttore in un giornale di provincia? La stessa asimmetria nell'autorevolezza della fonte avrebbe compromesso la mia posizione teorica di opposizione, la diffusione e quindi il "valore" percepito sarebbero automaticamente stati ben inferiori.
Dalla reputazione, autorevolezza, non il contrario. Questa è Rete. E la reputazione viene sia dalla qualità dei contenuti che hai saputo esprimere nel tempo, sia dall'atteggiamento di apertura alla conversazione che traspare dal modo  e dallo stile con cui abiti su Web.
Mi vien poi da pensare che per me e per molti che come me da anni cercano di capire cosa sia la Rete, la bellezza di Internet sta esattamente nel contrario di quanto espresso da Eco: innazitutto è finalmente il territorio dove TUTTI possono dire TUTTO e essere letti da TUTTI (senza soglie industriali/editoriali, senza costi di pubblicazione per l'autore e di lettura per il fruitore), e soprattutto è il Luogo dove CHIUNQUE può smentirti, pensa un po'.
Talvolta ti contraddicono a torto, e puoi sempre confutare la critica impegnandoti nel dialogo per lasciar rifulgere la Verità autoevidente e fiammeggiante, talvolta ti contraddicono a ragione, poggiando su fatti e riferimenti inoppugnabili. Scoccia un po', devi far marcia indietro e riconoscere l'altrui punto di vista, ma di certo lo Scibile umano s'incrementa. Proprio nel confronto intersoggettivo - come nell'etica scientifica, appunto - stiamo contribuendo a incrementare il patrimonio di Conoscenza complessivo posseduto dalla specie umana, foss'anche nei commenti di un blog sperduto eppure sempre raggiungibile da tutti. Una stortura in più che viene raddrizzata, dal primo stupido che passa e vede l'errore, lo fa notare, avviene il riconoscimento e  il patteggiamento da parte dell'Autore che onestamente modifica il suo scritto, e l'Umanità ne guadagna.
Questa io non la chiamo anarchia, la chiamo "emergenza di valori di verità* nei sistemi di credenze diffusi, grazie a un fare comunitario collaborativo". Una negoziazione. Io non vedo disordine, vedo nuove forme del Sapere, diversamente organizzate. 

E quel verbo modale, quel "senza poter essere smentiti", ancora una volta, rivela la non-comprensione di Eco rispetto a quanto sta succedendo qui dentro. O il suo non-voler riconoscere le nuove regole della Società della Conoscenza.

* non fatemi fare lo spiegone su cosa sia la verità. Vi basti il fatto che l'ho scritto minuscolo.

22 aprile 2011

e-Gov: Il Comune di Udine conversa coi cittadini


Il Comune di Udine mira a un e-government moderno. Trasparenza e semplificazione sono valori imprescindibili, prescritti dalla stessa Legge ministeriale (Bassanini, Stanca, Brunetta... vedi qui) per l'innovazione della PA. 

Ma c'è di più, ed è una bella novità: prima di pubblicare il Regolamento, il Comune chiede la partecipazione dei cittadini, per migliorìe e suggerimenti. E' tutto disponibile sul documento wiki, possiamo iscriverci e lasciare le nostre osservazioni. Mi sembra l'atteggiamento corretto.




21 aprile 2011

Search + Social = Authority x Influence


Nel 1816 Madame de Staël scriveva un articolo - tradotto dal francese e pubblicato da Pietro Giordani su Biblioteca Italiana, reminescenze delle scuole superiori - intitolato "Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni" e indirizzato agli autori italiani, dove sostanzialmente diceva: "Uè raga, vedete di darvi una mossa, stanno succedendo cose nuove in giro per l'Europa".
La cultura letteraria italiana era impantanata tra Neoclassicismo e Arcadia, eravamo decenni indietro rispetto al dibattito tedesco o francese o inglese imperniato sulle posizioni del primo Romanticismo. Se magari ci fossimo messi a tradurre qualcosa, a guardarci un po' attorno, magari ne avremmo tratto qualche giovamento.
Se volete, la stessa cosa è successa con Elio Vittorini negli anni della seconda guerra mondiale, che per nostra fortuna si mise a tradurre Faulkner o John Fante nell'antologia Americana (censurata dal fascismo), oppure negli stessi anni con Fernanda Pivano: Cesare Pavese le fece tradurre Hemingway (per questo sarà arrestata, in quanto il romanzo Addio alle armi fu ritenuto lesivo dell'onore delle Forze Armate del regime fascista, dice Wikipedia), Whitman e Edgar Lee Masters dell'Antologia di Spoon River. Poi venne Fitzgerald, e poi sempre a cura della Pivano tutta la Beat Generation americana, per dire.
Insomma, la prendo alla lontana come al solito, ma l'italia complici le Alpi e il mare che la circondano ha spesso avuto questo sguardo autocentrato, ombelicale, che talvolta ha prodotto buone cose (mal che vada, anche un idiota che ripete la stessa frase può contare sui revival storici), ma che per lunghi decenni ci condanna a abitare uno scenario culturale stantìo, di solito fino a quando qualcuno non apre le finestre a fa circolare un po' aria fresca. 
Oggi con la Rete le Alpi e il mare potrebbero veramente sparire dal nostro orizzonte, siamo tutti culturalmente dentro un calderone di dimensione planetaria: sarebbe sufficiente che qualcuno di quei blogger che sanno l'inglese o altre lingue si sforzassero di tradurre ogni anno due o tre articoli o saggi meritevoli.

Avevo trovato questo articolo di David Armano, vice presidente di Edelman, esperto di digital marketing e progettazione dell'esperienza utente (sì, user experience design).
E' uno scritto abbastanza tecnico, nulla di esplosivo, ma gli argomenti mi incuriosivano, robe social. Traduco a senso, eh, mi concedo quasi un riadattamento.


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Search + Social = Authority x Influence
di David Armano
La ricerca è basata sull'informazione
Ci sono sostanzialmente due modi grazie ai quali un "partecipante digitale" trova contenuti sull'insieme dei media digitali.
Il primo scenario prevede che l'indagine cominci utilizzando un motore di ricerca diffuso come Google. Recentemente Google ha modificato la sua procedura per premiare piuttosto l'autorevolezza e la qualità dei risultati, rispetto al privilegiare ciò che viene considerato di qualità inferiore, come nel caso di link sospinti da agenzie web specializzate nel promuovere collegamenti (link farm, fattorie di link). Questa mossa costituisce un'opportunità per i professionisti della comunicazione e per coloro che possono fornire contenuti di qualità, i quali contenuti possono così trovar un posto onorevole sui media, e acquisire autorevolezza. Le attività di ricerca sono solitamente guidate dall'informazione, nel senso che chi interroga i motori è interessato a ottenere informazioni specifiche. I risultati delle ricerche mirate guadagnano via via autorità e qualità e saranno a loro volta promossi nelle reti sociali, usando le mail o i social network per diffondere l'informazione.
Il social è basato sull'influenza
I contenuti (insieme ai media che li veicolano) inoltre vengono cercati e discussi su varie piattaforme sociali che variano dai blog, alle bacheche elettroniche, a Twitter, a Facebook. L'attenzione è ottenuta tipicamente attraverso  il collegamento a un "flusso" o a un "amico". A quel punto le informazioni e i media stessi vengono "digeriti" e risospinti nei flussi generati dalle conversazioni. Se vengono generate conversazioni in numero sufficiente, queste provocano la formazione di segnali che si riverberano sui media. In questo scenario, i "partecipanti digitali" sono evidentemente influenzati dalle loro connessioni sociali nella loro selezione, amplificazione e discussione di fonti informative.

La ricerca e il social si intersecano
La ricerca e il social non esistono indipendentemente l'una dall'altro, ma coesistono in un modo reciprocamente dipendente. Per esempio, è pratica comune per i giornalisti dei media con una buona reputazione controllare e stabilire la fonte di conversazioni che appaiono sui social network. Un articolo su un mezzo di comunicazione influente che cita la fonte della conversazione può a sua volta modificare i risultati di ricerca di una frase specifica. L'opportunità qui consiste nello scoprire cosa i fruitori dei motori di ricerca stanno cercando e quali strategie vadano perseguite che siano in grado di generare il giusto tipo di conversazione riguardo quelle tematiche. Oltre alle conversazioni, va anche selezionato e promosso il tipo di contenuto adeguato. Ogni iniziativa nel mondo digitale deve integrare i diversi modi in cui la ricerca e il social si relazionano tra loro, riguardo ogni argomento specifico che si intende influenzare.



Aggregare, fare curation, diffondere
Un esempio di scenario: un vostro concorrente lancia il suo prodotto, generando segnali mirati (targettizzati) sul Web. I partecipanti digitali cercano frasi specifiche per trovare news e informazioni sulla campagna pubblicitaria mentre simultaneamente le conversazioni sui social media digitali esplodono. I risultati della ricerca e dei social cominciano ad influenzare che cosa un partecipante pensa (comincia il loop della considerazione). Si intraprende a questo punto un'analisi sulle gerarchie dei risultati relativi a specifiche richieste di ricerca sui motori. Le valutazioni e i dati raccolti vengono convertiti in atti di comunicazione, e viene stilato un piano d'azione progettato per creare una serie di nuovi segnali. Le comunicazioni e le iniziative di aggancio sono lanciate attraverso tutti gli ambienti digitali e promosse secondo specifici partenariati. Se le comunicazioni e le strategie di aggancio funzionano, le iniziative così promosse attraverso i network  entrano in risonanza e gli esiti delle ricerche sui motori ne vengono favorevolmente influenzati. I risultati combinati di ricerca e social possono ora modificare ciò a cui un partecipante digitale presta attenzione. Il processo viene ripetuto all'apparire di nuovi segnali.
Questo è il modo in cui la ricerca e il social funzioneranno insieme nel prossimo futuro.



20 aprile 2011

Web e Pubblica Amministrazione

Per la mia rubrica "Licôf" sulla rivista Patrie dal Friûl ho scritto stavolta un articolo lunghetto, che pertanto uscirà in due puntate. L'argomento riguarda l'intrecciarsi delle riforme della Pubblica Amministrazione degli ultimi quindici anni con l'evoluzione del web, verso cui per legge oggi gli enti pubblici devono rivolgersi per dare visibilità alle proprie iniziative e tessere una buona comunicazione tra Cittadino e Istituzioni. 
Da Bassanini a Brunetta, sperando che qualcosa si muova.

Qui sotto in italiano, qui in lingua friulana su La Patrie.

Ne approfitto anche per segnalare il blog Furlans, digjitait furlan! dove trovate tutti gli articoli relativi alla Cultura Digitale e all'abitare in Rete pubblicati sulla rivista, insieme a altre segnalazioni e riflessioni su quanto accade nel web.

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Web e Pubblica Amministrazione
Prima puntata


La “rivoluzione lenta” della Pubblica Amministrazione italiana, in tempi recenti, può essere fatta risalire alla riforma Bassanini di fine anni Novanta. Lì insieme a precise indicazioni per lo snellimento burocratico, il decentramento e la semplificazione degli atti amministrativi incontriamo nuovi atteggiamenti comunicativi, lì si comincia a parlare seriamente di “trasparenza” e di accessibilità come valori propri di una PA che intenda riorganizzare sé stessa e il proprio “dire” in termini moderni, avendo cioè forse per la prima volta a cuore il destinatario, il cittadino.

Nel frattempo il Web cresce esponenzialmente, diventa un fenomeno popolare, milioni di italiani cominciano a abitare in Rete e scoprono che i siti web della Pubbliche Amministrazioni centrali e locali sono decisamente poveri di contenuti, e male impostati dal punto di vista comunicativo. Nasce l’espressione “siti vetrina”, per indicare quelle pagine che semplicemente mettono in scena magari l’organigramma e la ripartizione interna degli uffici dell’Ente pubblico, ci fanno conoscere gli orari di ricevimento e i numeri telefonici per i contatti diretti, ma in realtà non costruiscono una vera conversazione con il Cittadino. La comunicazione evidentemente non veniva allora pensata in funzione delle esigenze del destinatario (poter accedere agli atti amministrativi, consultare delibere e gare d’appalto, avere informazioni aggiornate e puntuali), ma solo per mostrare la struttura amministrativa della stessa PA, la quale finiva per parlarsi addosso.

L’attenzione per le esigenze del Cittadino, il cambiamento di prospettiva avverrà con altre leggi: con la 150 del 2000, con la quale si definiscono i criteri della comunicazione pubblica e il ruolo degli URP Uffici Relazioni con il Pubblico di ciascuna singola Amministrazione, con la legge Stanca del 2004 per quanto riguarda l’accessibilità dei siti web, con le Linee Guida per la qualità della comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni.

Già dal 2005 (D.L.82/2005, il primo CAD Codice dell’Amministrazione Digitale) esistono esplicitamente sanciti dal testo di legge i diritti del cittadino digitale, quali a esempio il diritto all'uso delle tecnologie per comunicare con la PA (utilizzo ufficiale dell’email), il diritto all'accesso e all'invio di documenti digitali, a effettuare pagamenti elettronici, per garantire i quali la PA deve giocoforza trasformarsi e utilizzare strumenti come la posta elettronica certificata, promuovere la firma digitale, curare la qualità dei propri siti web istituzionali

Fin qui andava tutto bene, poi successive modifiche del testo della legge hanno aggiunto alcune poco simpatiche precisazioni, secondo cui il diritto sopradescritto del cittadino a comunicare digitalmente con le Pubbliche Amministrazioni veniva a dipendere dalle risorse tecnologiche e organizzative di queste ultime, delle quali va inoltre rispettata l’autonomia normativa. Conseguentemente, le PA se la sono presa molto comoda, senza offrire in sostanza i servizi che il Decreto indicava come vincolanti per le Amministrazioni.

Vedremo nella prossima puntata come la recentissima riforma Brunetta stia cercando, anche mediante dei sistemi di premi e sanzioni per le stesse Pubbliche Ammnistrazioni, di portare a compimento la rivoluzione digitale nella PA italiana.

13 aprile 2011

Content Curation Tools, su Apogeonline

Erano due anni che non scrivevo qualcosa per Apogeonline, chissà nel frattempo cosa ho fatto.
Come al solito, il pezzo lo incollo qua sotto, ma potete leggerlo su Apogeo cliccando qui.

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Curation tool, un pettine per i flussi informativi
Storify, Paper.li e gli altri: emergono nuovi strumenti e nuove pratiche per selezionare, organizzare e archiviare contenuti, servendosi naturalmente del potere delle reti sociali

Confrontando due vocabolari cartacei, uno italiano e uno inglese, per esplorare le aree semantiche relative alle azioni del “curare un archivio documentale o museale”, probabilmente troveremmo ancora una sostanziale somiglianza tra i rispettivi termini individuati. Quello che in italiano conosciamo come la mansione professionale di un curatore/conservatore di biblioteca in inglese viene identificato dalla parola curation: sulla stessa radice latina vengono articolate le nuvole dei significati nelle due lingue, fino a ieri decisamente sovrapponibili. Anzi, diciamo fino a metà 2009, per amor di precisione.
Restare sintonizzati
Un anno e mezzo fa, a giudicare dalle ricerche su Google, il termine inglese curation ha subìto un primo slittamento semantico, arrivando a abbracciare nuovi significati per la comunità dei parlanti anglofona. Partendo dalla descrizione di una serie di azioni precise riferite alla selezione, all’organizzazione e all’archiviazione di materiali documentali, qualcuno ha cominciato a usare il termine “curation” in relazione al mondo giornalistico, lasciando intravvedere una possibile figura del giornalista del futuro come una persona che nei suoi metodi di lavoro ha saputo migliorare il confezionamento e la distribuzione delle news integrando nel proprio flusso lavorativo questi nuovi modi per ottimizzare e potenziare l’organizzazione interna della propria nuvola di fonti di informazioni e notizie.
Certo, da sempre il lavoro del giornalista è innanzitutto saper ascoltare e rendere fedelmente gli accadimenti. Di conseguenza la pratica del restare sintonizzati sulle agenzie di stampa, sugli altri giornali, sulle televisioni, su tutte le sorgenti di cronaca “dal territorio” rappresenta la quotidianità dei giornalisti professionisti e dei moltissimi altri comunicatori che oggi per lavoro producono informazione e curano la comunicazione anche dentro le aziende o le pubbliche amministrazioni, quella redazione ormai necessaria per ogni minima realtà sociale che abbia deciso di abitare sul web, con un blog o con un portale, con una pagina Facebook o un semplice flusso Twitter.
Spremere informazioni
Ognuno di noi in realtà per domare l’information overload ha nel tempo sviluppato strategie e prassi quotidiane. Dai servizi di bookmarking agli aggregatori di feed ai flussi di Twitter, con questi strumenti ormai classici abbiamo via via allestito e tenuto aggiornata l’abilità con cui sondiamo quella nuvola tutta personale del web sociale da cui spremiamo informazioni, l’insieme delle fonti a cui abbiamo deciso di esporci. Nel corso degli anni abbiamo coltivato una rete sociale che allo stesso tempo agisce come un filtro rispetto ai flussi informativi che ci colpiscono. Aggregare il feed di qualcuno che stimiamo professionalmente ci dà buone garanzie che dall’insieme delle conversazioni attuali vengano escluse informazioni irrilevanti, ovvero che dalla sensibilità di quel blogger o quel giornalista emergano segnalazioni interessanti, arricchite da qualche indicazione di contesto, una traccia d’interpretazione, un punto di vista.
Per facilitare l’iniziativa dei singoli e ottimizzare le disparate procedure di raccolta, categorizzazione e ripubblicazione dei flussi, negli ultimi mesi sono comparsi in rete servizi web che offrono all’utente un ambiente integrato per compiere esattamente le stesse funzioni sopra descritte, ma in maniera semplificata e coordinata. Ambienti digitali online dove poter radunare le migliaia di feed a cui siamo abbonati, i flussi di Twitter e quelli degli aggregatori, taggarli secondo criteri personali di rilevanza e di pertinenza, e infine re-inoltrare le notizie e i contenuti interessanti verso precise destinazioni – tipicamente i diversi social network – oppure impaginarli dentro contenitori graficamente strutturati, offerti alla lettura pubblica e re-immessi nel circuito della Grande Conversazione.
Padroneggiare l’overload
Se oggi cercate “curation” su Google, quello che vi viene restituito tratta sempre meno di biblioteche, accenna certo alle trasformazioni del lavoro giornalistico, ma soprattutto lascia emergere un interesse diffuso per quei content curation tool di cui una redazione professionale non può più fare a meno, e che tornano utili anche per chi per lavoro ha comunque bisogno di “pettinare” e in seguito reimpaginare e rendere visibili specifici flussi informativi. Questi nuovi strumenti per la cura e la pubblicazione dei flussi derivano da approcci e tecnologie diverse, che però han saputo convergere verso quello che effettivamente oggi risulta necessario per padroneggiare l’overload informativo, avendo ben presente le caratteristiche che intendiamo privilegiare nella gestione del nostro ambiente personale di conoscenza, ovvero il personal knowledge management.
Questi ambienti digitali per la cura dei contenuti sono sorti a esempio dallo sviluppo di servizi bookmarking basati sul web, che hanno però acquisito la capacità di ri-pubblicare le selezioni da noi ritaggate, oppure potrebbe trattarsi di aggregatori di feed che si sono specializzati nell’organizzazione delle fonti secondo gruppi di tematiche organizzate detti cluster o bundle. Oppure ancora abbiamo a che fare con applicativi web-based per la reimpaginazione “in bella forma”, come quelli che prendono il vostro flusso Twitter o Facebook e lo rendono visibile cercando di assomigliare graficamente a un quotidiano cartaceo, e contribuiscono a mettere ordine nei flussi caotici dei servizi di lifestreaming.
Curation tool
Ho provato e trovo divertenti – per stabilire la loro utilità aspetto ancora qualche settimana – Scoop.it, Curated.by, pearltrees.com, Paper.li, Montage, Storify e altri, tutti servizi che indubbiamente aiutano a focalizzare e raffinare il nostro scandagliare il web alla ricerca di informazioni e punti di vista sempre più precisi e puntuali. Robin Good su Master New Media offre una guida esaustiva a questi nuovi strumenti per la content curation, rivendicando per sé inoltre l’aver saputo fin dal 2004 indicare la necessità di poter usufruire di tool per il reperimento e la selezioni di notizie e segnalazioni, secondo un concetto di newsradar decisamente affascinante per i tempi. Certo, ci sono anche riflessioni critiche che non vanno ignorate: Jeff Jarvis sin dall’inizio sottolinea l’importanza del fattore umano nella capacità di individuare percorsi di senso non “meccanicamente” predeterminati dagli algoritmi di ricerca, secondo cui curare dev’essere sempre qualcosa in più di un freddo aggregare, nella capacità del giornalista o del fruitore di “annusare” le notizie da fonti inconsuete e in seguito di fornire elementi di contesto e un punto di vista personale, nella loro riproposizione ad altri pubblici e altri canali comunicativi.

Dieci anni fa l’esplorazione del web avveniva secondo quote di serendipità molto maggiore, nell’inseguire collegamenti stralunati o chiavi di ricerca su motori molto meno perfezionati di oggi. Il margine di aleatorietà era molto più ampio, e al prezzo di navigazioni spesso insulse poteva capitare di imbattersi in gemme preziose, inaspettate e incredibilmente calzanti rispetto ai nostri interessi del momento. Oggi ci nutriamo di informazioni predigerite e già organizzate da parte di servizi web che aggregano le fonti secondo criteri di pertinenza spesso eccessivamente meccanici, che non lasciano più spazio alla scoperta casuale. Abbiamo guadagnato potenza e focalizzazione, abbiamo perso un po’ di libertà e di apertura all’inaspettato. Ma inventeremo sempre nuovi modi per far fare agli strumenti quello per cui non sono stati progettati: il nostro fare creativo, collaborativo e condiviso, saprà individuare nuovi territori della Conoscenza, e nuovi modi di esplorarli.

11 aprile 2011

Report agée

Ho guardato Report stasera, si parlava di cose web. Magari racconta qualcosa di interessante sui social network, mi son detto, ma in realtà ho visto un minestrone fatto con tutto, con interviste a esperti sconosciuti, con affermazioni da facepalm continuo. Spunti interessanti ce n'erano, certo. Soprattutto però emergeva il tono dei commenti, della voce fuori campo, degli intervistati, della stessa Gabanelli: finita la trasmissione un'altra volta gli italiani hanno visto confermate le opinioni che da sempre qui accompagnano il racconto della Cultura digitale, dove a banalità e scandalismi si accompagnano poi le emozioni della paura, del sospetto, dell'allarmismo.
Report è trasmissione d'inchiesta, ma non c'era alcun bisogno di adottare quella cifra stilistica, stavolta.

Sul piano giornalistico della ricerca e dell'analisi dei fatti e delle fonti, mi preoccupa che non abbiano saputo documentarsi meglio, rivolgendosi a qualcuno che quando parla di Rete sa di cosa parla. E abitando in Rete si impara a conoscere quelli che la Rete stessa fa emergere come opinion leader su queste tematiche.
E proprio qui sta il problema, secondo me: un giornalista può non conoscere i minimi dettagli dell'argomento che intende trattare, ma sapendosi orientare nella propria rete sociale, sapendo filtrare le fonti, dovrebbe comunque riuscire a costruire un'informazione di qualità, circostanziata.
Quindi Report può anche (per finalità divulgative, a esempio, che però non è il nostro caso, avendo a che fare con una trasmissione di inchiesta e approfondimento) magari limitarsi a tratteggiare il fenomeno in modo superficiale, ma quello che è successo stasera mostra come nel fare una trasmissione sulla Rete non abbiano saputo usare la Rete per arrivare a offrire documentazione e punti di vista di qualità.

Questo va poi inesorabilmente a intaccare la reputazione di Report, cosa grave per un programma che vuole distinguersi nel panorama mediatico italiano.

Milena Gabanelli, ti chiedo: che senso ha aver dato alla trasmissione questo taglio? Quale contributo hai dato al dibattito italiano sul cambiamento socioculturale veicolato dalla Cultura digitale?

UPDATE: su L'Unità la sera stessa della trasmissione è uscito questo articolo di Maddalena Loy, dove venivano ripresi i commenti alla trasmissione pubblicati tramite Twitter. Anche le domande che ho scritto qui nel blog sono state riportate, le stesse domande che il giorno sarebbero state poste a Milena Gabanelli, in una audiointervista sempre su L'Unità. La Milena non ne esce benissimo, dice che il loro mestiere non è fare i sociologi (mentre io le chiedevo conto del fare giornalistico, proprio), dice che dovevano rivolgersi al pubblico televisivo, alla signora Cesira, e quindi han dovuto semplificare.
Poi oggi c'è stata la replica di Stefania Rimini, autrice del servizio "Il prodotto sei tu" trasmesso da Report, e decisamente emerge la visione poco chiara con cui ci si è mossi nel confezionare il servizio. Anzi, tutto quel suo parlare di "aspettative" lascia vedere in controluce proprio come le strategie dell'Autore, a partire dalla propria concezione di Lettore Modello (l'idea che un autore si fa del proprio pubblico, del destinatario) siano state decisamente fuori mira, invischiate in una visione massmediatica classica, obsoleta, non congruente con i temi stessi trattati nella puntata. La Tv che guarda la Rete, senza rendersi conto di essere lei stessa in Rete, ormai parte di un tutto più grande, dove i meccanismi conversazionali son altri. E nella stessa puntualizzazione della Rimini, il tono e la supponenza ahimè son quello che emerge.

In seguito alla nostra puntata del 10 aprile “Il prodotto sei tu” (dedicata ai social network e alla privacy, sicurezza e libertà in rete) ci saremmo aspettati una mobilitazione del “popolo della Rete” italiano in difesa della libertà d’espressione su Internet, visto che l’Autorità garante delle comunicazioni sta ancora conducendo audizioni al riguardo e il momento giusto per farsi sentire è adesso. Invece, nessuno ha mosso un dito per digitare una mail di protesta. Ci saremmo aspettati ancora di più una mobilitazione in difesa del soldato Bradley Manning, che sta rischiando la vita accusato di tradimento, in nome della libera circolazione delle informazioni – qualsiasi informazione – in Rete. Invece no, la mobilitazione non è “salvate il soldato Manning”, ma “salvate il soldato Zuckerberg”. Potenza della Rete. Ci torneremo su, come di consueto, nel prossimo aggiornamento