Sono decenni che ci prendono in giro. Ci han fatto pagare dei pc assemblati delle cifre folli, e dopo un anno lo stesso computer costava la metà. Hanno pronti dispositivi più performanti, schermi migliori, memorie più capienti da anni e anni, e tengono queste cose in magazzino; sgranano nel marketing certe millantate novità tecnologiche che avrebbero potuto vedere la luce anni fa, c'è tutta una filiera che deve arricchirsi, e quindi centellinano i prodotti, per monetizzare al massimo il nostro voler possedere dispositivi. Aggeggi di elettronica che a prodursi costano un ventesimo del prezzo di vendita attuale, le cui spese per ricerca sono state abbondantemente ammortizzate.
Un pad o un notebook dovrebbero costare 150 euro, un netbook o un tab 100, uno smartphone touch 80 euro, un ebookreader 50 euro. Fattibilissimo.
Ne venderebbero miliardi di questi dispositivi, le aziende di hardware sarebbero comunque ricche uguale.
Ma loro vogliono fare i soldi subito, vendendoti una scatoletta. Mentre il business dovrebbe piuttosto essere orientato al software, a progettare produrre distribuire oggetti culturali e applicativi di fruizione, e questi sarebbero i servizi per cui le persone pagherebbero volentieri.
E noi tutti vivremmo dentro un tsunami culturale meraviglioso, sostenuto da dispositivi elettronici ubiqui e economici, e con facilità moltiplicheremmo le fonti da cui imparare e i luoghi su cui esprimerci.
26 dicembre 2010
22 dicembre 2010
Lolita, massmedia, società
Dieci anni fa entravo nelle scuole elementari per lavoro, e a ricreazione vedevo i maschi che si rincorrevano come al solito, oppure giocavano con le carte dei Pokemon, oppure si sfidavano sul GameBoy o quel che era. Mi dicono sia ancora così.
Le femmine invece a ricreazione si mettono in quadriglia, e provano gli stacchetti delle veline nel corridoio. Serissime. La disciplina delle professioniste, gli sguardi di riprovazione, la capetta che dà i tempi e la coreografa che spiega puntigliosamente i passi da eseguire.
Mia nipote ha otto anni, è una biondina sveglia con un faccino simpatico, un po' robusta di costituzione, e il suo pensiero fisso è ballare WakaWaka, con tutte le mosse giuste. Quando vede in tv le veline dice - che belle! che magre! che belle! - e sospira.
Si potrebbero fare delle considerazioni sulle forme di ballo popolare, osservare come per lungo tempo mostrare eleganza e stile nei movimenti ritmati e organizzati del corpo femminile significasse cercare di allontanarsi dalla bestialità, ovvero dalla mimesi dell'atto copulatorio. Penso ai balli classici, quelle mosse suggerite da grammatiche formali assai strette nelle polke e nei valzer e nelle furlane - cose a loro tempo già peccaminose - e poi mi viene in mente il rocknroll degli anni Cinquanta, lo strofinarsi dei corpi, quei balli "da negri" che l'America bacchettona di allora censurava, mentre già nasceva nelle nuove generazioni una consapevolezza sociale di sé, nascevano "i giovani" che prima degli anni Cinquanta non erano mai esistiti, come attore sociale distinto nei propri valori e atteggiamenti. Il twist o lo shake mantenevano ancora un atteggiamento ironico rispetto all'allusione sessuale, spezzare il corpo come marionette disarticolate, evitare i gesti caldi e rotondi del bacino. Poi è venuta la discomusic torrida di Moroder, poi gli anni Ottanta, con quell'aria da "guardare e non toccare", complice l'Aids. Esibizione, vallette scosciate, tutte quelle cose che noi fortunelli in italia abbiam respirato a dosi massicce, visto che tuttora la tv italiana, pubblica è privata, è famosa nel mondo per la quantità di centimetri quadrati di chiappe o tette che riusciamo a far stare dentro un'inquadratura.
Oltre al ballo, il discorso sulla sessualizzazione delle pratiche sociali riguardanti l'apparire del corpo può essere fatto anche in altri settori, come la moda femminile (fino a dieci anni fa in televisione non ci si vestiva da sera anche nel corso dei talkshow pomeridiani, e soprattutto la moda nella categoria "vestito da sera" non faceva rientrare reggiseni in vista e minigonne giropassera) oppure l'utilizzo in pubblicità.
Insomma, il solito discorso "signora mia, dove andremo a finire". Semplice, andremo a finire che i prossimi vent'anni vivremo in un posto tragico, ipocrita e pedofilo.
Tragico, perché viviamo in un dialogo tra il voler svelare, giungere al nucleo solido di me e del mondo, e il voler moltiplicare le rappresentazioni della realtà, nei media, nei ruoli sociali. Come un eroe novecentesco classico, nel suo voler sapere e trovare sempre dinanzi a sé nuovi infingimenti, nuovi strati nella buccia della cipolla, nuovi nonsense del suo essere, fino all'afasia e all'annuncio di una sconfitta. Dopo gli intorcolamenti del pensiero, ogni tanto si ritorna al corpo, per riprendere contatto con la verità nella pancia. Ma il corpo nel frattempo è stato risucchiato e rivestito e rivelato nelle rappresentazioni mediatiche, desacralizzato gli si può buttare addosso qualsiasi forma, e metterlo in scena. La qual cosa, essendo nativamente falsa, impedisce di seguire l'altro corno del ragionamento, la comprensione. Come si sarebbe detto una volta, non attingo più all'esperienza autentica della relazione con l'Altro, ma rimango prigioniero di sbarre che tragicamente forse nemmeno vedo, gli stili di una messa in scena del corpo e delle situazioni, una simulazione che nel tempo ha sempre di più mirato a mettere in evidenza segni esplicitamente sessualizzati di comportamenti e atteggiamenti stereotipati, pronti a diventare estetica condivisa della nostra epoca, per la quale una donna allusiva è bella, e soltanto quella allusiva è bella (la morte per noia della fantasia).
Anni ipocriti, quelli che verranno, perché tutta questa dinamica esibizionistica viene occultata. Le vecchie ideologie perbeniste, vittoriane, cattoliche, popolari, del "fare e non far vedere", del salvaguardare l'apparenza, dei sepolcri imbiancati, troveranno forza nella morale massmediatica, nel costruire ruoli e situazioni, valori e atteggiamenti fondati sulla spettacolarizzazione, e anche la tv-verità è fiction.
Lolita in tv va bene, è il tuo sguardo che è malizioso, anche se si tratta di una bambina mezza nuda che si dimena oscenamente (e i bambini in tv sono sempre osceni, perché bucano continuamente la quarta parete, indifferenti allo spazio della rappresentazione, alla scena). Si negherà questa maschera gettata sui corpi, oppure la si dipingerà come socialmente accettabile, facendo in modo che le vittime stesse la richiedano a gran voce. E tutti noi presi a quel punto a dover recitare le parti corrispondenti, antagonisti e aiutanti, in questo immaginario impoverito di ruoli sociali suggeriti e non vissuti.
E questo immaginario sgocciola verso il basso, verso giovani generazioni cresciute senza pietà dentro rappresentazioni mediatiche sempre connotate dalla sessualità esplicita, nei cartoni animati e nelle serie televisive giovanili pomeridiane, nella bambole di oggi che sono vestite come zoccolette, nelle popstar adolescenti, nei balli da imparare e nelle veline da ammirare. Cerchiamo di capirci: tutte le donne sculettano, ma è l'educazione dei tempi che dice loro quando e come sculettare; oggidì le bambine capiscono che devono sculettare sempre o che per essere eleganti bisogna vestirsi da troie di strada proprio come in tv: siamo decisamente agli estremi della gamma, sempre sullo stesso registro, monotematici.
E quindi i prossimi anni saranno anni pedofili, nel senso che metterà sempre più i bambini al centro del palcoscenico, che mettono così allegria a una popolazione fatta al 40% di ultrasessantenni, e li spingerà a rivestirsi dei valori e degli abiti del mondo degli adulti, a impersonare qualcosa o qualcuno. O a ballare, proprio secondo l'estetica esibizionista e erotica di questi nostri anni.
E bambine di 10 anni si trovano a dover imitare i movimenti di una cubista, con posture di profferta sessuale, perché questo impone il codice mediatico.
Mi viene da pensare che il progressivo abbassarsi dell'età dello sviluppo sessuale in tutto il mondo sia un sintomo di qualcosa. Cento anni fa si diventava signorine e signorini a sedici anni, oggi a undici o dieci o anche otto anni. Ci sono statistiche chiarissime. D'altronde, perché negare la possibilità che in un mondo che ti chiede continuamente di pensare al sesso l'avvio del programma "pubertà" nei corpi possa avvenire sempre prima, messo in moto dall'esposizione continua a stimoli erotici?
E questo, guarda caso, si sposa benissimo con la pulsione pedofila presente nei massmedia, dal programma per bambini in tv al pomeriggio ai siti porno dove le categorie "Old & young" e "Teen" furoreggiano nel guadagnarsi le posizioni alte in classifica e la maggior visibilità sul layout della pagina web.
Un futuro di lolite ammiccanti e di finti giovani di sessant'anni, questo ci aspetta. Vediamo almeno di togliere di mezzo l'ipocrisia, per cominciare a riportare al centro la barra del timone.
20 dicembre 2010
Pettino i flussi, ascolto territori, semino conversazioni
Siamo sempre nel settore Aggregatori, ma qui si aggiunge la reimpaginazione. Costruire quindi un contesto grafico e situazionale, arredare gli spazi di enunciazione, e chiaramente per farlo si ricorre a codici espressivi tipici di una certa stilistica. Quella degli oggetti culturali che storicamente pettinano i flussi, le news e gli eventi, ovvero i giornali.
Di tutte queste onde di feed e status e conversazioni che lambiscono le sponde della nostra isola digitale personale, tutte le chiacchiere dei nostri amici su facebook o twitter o il socialcoso che preferite, cosa ne facciamo? Che poi isole non c'entra niente, era per restare nella metafora delle onde, e scrivere che le onde lambiscono la nuvola mi sembrava troppo surreale così d'acchito, ma invece ci sta tutto, ora che me lo riguardo, e mi immagino i flussi che a ogni giro di server si fan notare nella casella di posta o sul reader o nei numerini in alto a sinistra di facebook, reclamando attenzione, spostando la nuvola del mio abitare in rete, luoghi e azioni e dire e ascoltarela nuvola del mio Io con i suoi sensori e i suoi display.
Insomma, servizi web che prendono i vostri flussi di conversazione sui social, e ve li presentano bene, organizzati e abbelliti.
Partendo da Twitter, potete costruirvi un Paper, usando il vostro account come fonte delle notizie (e quindi la vostra cerchia sociale) oppure un hashtag specifico, attorno cui il servizio arrotola le news e le dispone sulla pagina.
Le ridispone. In-forma le informazioni. Re-in-forma. Ri-veste, riconfeziona.
E qui ci starebbe tutto il discorso di come forse il recupero di certi stili, di certi codici per noi non problematici (come una pagina di giornale) possa costituire la cornice rassicurante dentro cui provare a organizzare la complessità, secondo criteri di pertinenza nostri idiosincratici. Tengo bassa la quota d'ansia, reimpaginando. Distillo, e riorganizzo l'oggetto. Curation. Che poi re-immetto nel flusso, arricchendo e fornendo contesto ulteriore a quella selezione di notizie filtrate dalle mie reti amicali.
E lo stesso si può fare con Facebook, usando http://www.wowd.com, da usare proprio come una pagina per riorganizzarsi il flusso fb. C'è tutto un calderone sotto di scambi, parolechiave, memi che girano, commenti di amici, chi ha detto che il modo che ha facebook di mostrarci tutto sia quello migliore?
Per pettinare i flussi secondo parolechiave, va bene anche PostPost.
Anche di Diaspora si parlerà, magari più avanti, quando usciranno dall'alpha, come dicevo.
Il socialnetwork opensource, quello dove nessuno mi può chiudere l'account, dove i miei dati sono miei, quel socialnetwork che vive lui stesso sulla nuvola, nell'insieme dei nodi: potrei metterlo sul mio spazio web, farlo girare sul mio database, poi lui si sincronizza con tutti gli altri Diaspora della rete, e nessuno può chiuderlo, mancando il centro (e la circonferenza è ovunque).
Si stanno creando le reti sociali lì dentro, intanto. Per chiamata diretta, non ci sono ancora strumenti per vedere gli amici degli amici. E anche questa cosa qui ricade sempre più dentro codici comportamentali che pian piano stanno diventando competenze. Non è la prima volta che migriamo tra socialnetwork, sono annoni che rifacciamo le stesse azioni, ricreiamo cerchie sociali, abbiamo liste che risalgono ai forum e a MySpace, ogni volta ripopoliamo i nostri Luoghi e ogni volta selezioniamo e edifichiamo reti con maggior esperienza, con maggior perizia.
Senza chiudersi troppo, ché conosciamo la bellezza della serendipità e l'incontro con l'ignoto, ma senza perdere di vista la qualità della comunicazione e l'economia della nostra attenzione.
Anyway, il web è sempre sulle prime pagine dei giornali.
Si tratti di politici, giornalisti, imprenditori, innovazioni territoriali, fughe di notizie, regolamenti e normative, ogni giorno si parla di cose in cui c'entra internet, e questa narrazione è ben alta nelle agende delle redazioni.
Ci hanno scoperti. Qualcosa cambierà sicuramente nel prossimo futuro, l'attenzione è tutta lì, che il Potere intenda controllare le cose si è sempre visto, perché il primo scopo del Potere è mantenere il Potere.
E allora io farò il panegirico dell'Età dell'Oro, questa dozzina d'anni in cui si è potuto fare quello che si voleva qua dentro, e penso alla gigantesca ondata di contenuti culturali che mi ha investito, penso che anziché vedere 100 film ne ho visti 1000, anziché leggere 1000 libri ne ho letti 10.000, e conosciuto persone che usano bene la testa, anche se fanno cose incomprensibili e magari un domani illecite. Quel che Internet doveva fare, l'ha fatto: ha creato persone diverse, ha nutrito la loro testa con modi e contenuti nuovi, ha cambiato il DNA culturale delle collettività, ha mostrato possibilità e opportunità per migliorare la vita.
Perché dell'industria culturale non mi preoccupo, visto che il cambiamento è più grande di loro, e chi rimane fermo a lamentarsi o a cercare di monetizzare alla vecchia maniera giustamente morirà, mentre chi ha saputo inventarsi cose adeguate è diventato ricco comunque. Per lo meno ora l'immaginario viene arredato da tutti noi, e non da Hollywood soltanto.
Dei politicanti invece mi preoccupo, perché oltre a voler "naturalmente" controllare tutto (analoni) sono anche ignoranti della questione, e quindi vogliono normare nel modo sbagliato.
L'impreditore web cerca di conquistare il mercato, ma prima deve capirlo. Il politico web no, non capisce o se ne fotte, gli serve solo il riflettore mediatico per essere paladino di questo o quest'altro. Ma i media siamo noi, e ne faremo un sol boccone.
13 dicembre 2010
Esperienze immersive di lettura (e non distrarsi)
Un paio di riflessioni su due articoli recenti, argomento ebook e editori e forme narrative.
Il primo post è quello di Letizia Sechi, su FinzioniMagazine, intitolato La pratica degli ebook.
C'è una suggestione iniziale, dove si ragiona su come un editore sia originariamente uno che usa i libri, come lettore, e quindi comprendendone la tecnologia specifica organizza il suo fare professionale poggiando sulla comprensione del funzionamento del supporto. Cartaceo.
E l'esposizione delle scelte implicite è molto netta e chiara, nel tradursi nella qualità della fruizione che intrattengo con il libro, nella relazione che ho con l'oggetto in quanto interfaccia.
Sono secoli che libro e lettore e contenuto ballano tutti insieme, e insieme si evolvono, e il libro via via s'inventa formati caratteri interlinea materiali copertine.
Quindi si parla di ebook, e si ripercorre il ragionamento, stabilendo come le nuove potenzialità tecnologiche offerte dal supporto non potranno che dar luogo a nuove forme/formati.
E quindi c'è in corso una rivoluzione che stavamo aspettando (e siamo già nel campo delle aspettative del lettore rispetto al testo offerto dalla narrazione dei supporti alla narrazione) nei settori dell'editoria elettronica, e una "rivoluzione narrativa", perché dice Sechi che quelli di noi che sanno cosa sono le narrazioni ipermediali aspettano qualcosa (sempre orizzonte di attese: siamo già calati nell'interazione lettore-testo) di più dall'ebook, un po' di fuochi d'artificio per salutar la nuova era della narrazione e mostrare modi nuovi.
Alla domanda "se la tecnologia dell’ebook è tanto simile al Web, perché usarla in modo così depotenziato?" la replica è persino troppo ovvia: se il Web è il mezzo adatto per realizzare il genere narrativo del futuro, perché hai bisogno degli ebook (e degli editori) per iniziare a narrare storie in modo nuovo?
Qui mi sembra che ci siano più piani che si intersecano.
La contrapposizione web-ebook è ancora forse prigioniera (esagero i termini per esposizione) di un punto di vista che al massimo li integra, ma non riesce a pensarli insieme.
Anzi, credo servirebbe una bella matrice, per affrontare tutti i casi possibili.
Scrivere un testo lineare che vive da solo su qualsiasi supporto (fosse anche scritto sulla sabbia), scrivere un testo che in sé è organizzato ipertestualmente, ma senza apporti contenutistici esterni, scrivere un testo che prevede connettività esterna a sé stesso e sullo stesso supporto mostra l'extratestuale, scrivere un testo che invece proprio nella sua forma narrativa prevede l'irruzione di altri testi già in rete, scrivere un testo che non abita in forma conchiusa su un dispositivo ma anzi è da subito pensato come webbico, e talvolta diventa qualcosa che si muove dentro i dispositivi, ma la sua narrazione e il lavoro di noi lettori avviene dentro e fuori il dispositivo, oppure tramite il dispositivo ma fuori dal testo, e quindi assomiglia come da qualche parte già dicevo a una polla d'acqua di risorgiva, che fa sgorgare in superficie qui e là (nei dispositivi ebookreader, in luoghi web) delle messinscena del testo, ne fa emergere certi aspetti che richiamano una narrazione più ampia e dislocata e multicodice.
La questione della connettività è cruciale.
Non credo proprio in futuro verranno prodotti ebookreader che NON potranno connettersi, sprovvisti di browser.
Quindi nasceranno testi da parte di Autori che prevedono la classica lettura lineare, solo che sono fruiti su schermo elettronico e non su schermo cartaceo (la pagina, che fisicamente comunque perde senso come unità di misura e va articolata).
Poi nasceranno testi che invece sono costruiti secondo un'idea "aumentata" di sé e corrispettivamente (ma anche qui la dislocazione imporrebbe alcune ridefinizioni di questi concetti che stiamo usando) della pratica della lettura, dove alla linearità si aggiungono ipertestualità e ipermedialità. Ma siamo ancora dentro il libro, o dentro l'ebookreader.
E poi ci sono quei testi che nasceranno dislocati, indifferenti al supporto inteso come palcoscenico della loro messinscena, e la sfida nostra sta nel riuscire rapidamente a impossessarci e acquisire stabilmente nella nostra competenza di lettori una "mappa ecologica" che ci permetta di percepire e apprezzare esteticamente un oggetto che vive sulla Nuvola.
Qui c'entrano maggiormente i ragionamenti di Granieri, in questo pezzo "In difesa del libro tecnologicamente povero", dove vengono trattati quelli che sono conosciuti come "movimenti cooperativi del lettore", ovvero il lavoro attivo che siamo chiamati a svolgere nel decodificare un testo sempre concepito come una "macchina per produrre senso", però appunto da riempire con le emozioni e i contenuti che noi e solo noi, con la nostra enciclopedia personale, possiamo riversarci dentro, mentre leggiamo e costruiamo nella nostra testa il "film" dell'esperienza.
Granieri, con Cerami da lui citato, insiste su un ragionamento classico di McLuhan, quello relativo ai massmedia "caldi" e "freddi", che riprende il discorso di Letizia Sechi sull'ebook lato produzione per portarci a riflettere sul lettore e sulla sua interazione con il contenuto e il supporto.
Il libro è un media "freddo". Su un solo canale, quello della vista, usando un solo codice, quello del Sistema Fonologico e codici della scrittura, allestisce dei segni (una singola parola, o un intero libro, o un'enciclopedia tutta, o una biblioteca considerata come insieme dei testi) che ci chiamano a interpretarli, e questo nostro riversare i nostri contenuti (esperienziali, emozionali, come immaginarci lo scenario e la fisionomia dei personaggi di un libro giallo, e ognuno di noi in realtà legge un libro diverso) nella macchina del testo avviene in quantità elevate, nel confronto di media "freddi", che chiedono di essere scaldati.
Un libro narrativo da questo punto di vista è un diagramma di flusso, un algoritmo, un protocollo per direzionare l'immaginazione, un set di regole e procedure per la messinscena mentale, a cui poi appiccichiamo i giudizi estetici, a seconda di quanto ha saputo intrattenerci e sfidarci e giocare con noi, e con più sottigliezza ci chiama a giocare, incastrandosi meravigliosamente con le mie esperienze di vita e di lettura di altri testi, con più favore sono disposto a considerarlo.
E come dice Granieri, la forma classica e lineare della scrittura narrativa occidentale è ottima. E' la forma che ha assunto l'algoritmo nel tempo dei secoli, nell'interazione tra opera e lettore e meccanismi editoriali. E' perfetta per veicolare storie che si dipanano e emozioni da suscitare abilmente, nella capacità che la forma offre all'Autore nel progettare la propria narrazione.
Quindi il discorso cade su: le nuove forme di narrazione aumentata rese tecnologicamente possibili dai nuovi dispositivi di lettura, e conseguentemente le nuove modalità interazionali che come Autore devo prevedere tra il testo e il Lettore, sapranno ricreare quell'esperienza così coinvolgente e totalizzante, che è la Lettura?
Seguendo McLuhan, a parte il fatto che parlando di multimedialità esco un po' dai suoi ragionamenti che sono più concentrati sulla densità informativa potenzialmente veicolabile dal media in considerazione (e paragonare la Radio con il Cinema è operazione da compiere con le molle), il fatto di avere a che fare con un media più caldo - il libro aumentato, ricco di apporti, diversamente organizzato, indifferente magari alla linearità - modifica radicalmente la nostra partecipazione alla costruzione del senso, limitandola.
Non sono più chiamato a "immaginare" molte cose, visto che posso "vederle" direttamente sulla "pagina". Video, grafici, bacheche, sitiweb, applicazioni specifiche, gallerie fotografiche, audio musicale e parlato, recitazioni in video.
La soluzione è nel tempo: come è già successo per gli altri media via via inventati, vedremo delle innovazioni linguistiche, vedremo la nascita di alcune poetiche (pensate al cinema del Novecento), vedremo un giorno la nascita di un'opera che romanticamente nasce perfetta nel suo sapersi allestire sui nuovi supporti, nei nuovi linguaggi, nei nuovi Luoghi in cui il testo abiterà.
Allora al contempo noi avremo sviluppato nuove competenze come lettori, saremo meno spiazzati dinanzi alle nuove forme della narrazione possibili, verrà emergendo un'estetica che ci saprà orientare nella valutazione delle nuove opere letterarie (che più tanto letterarie non saranno, quindi urge trovare anche nuove parole o nuovi sensi di vecchi significati, al mutar delle situazioni enunciative, ma siam qui per quello).
Rimane validissimo l'accenno di Granieri alla "facilità" con cui avverranno le interazioni tra testo e lettori, ovvero alla trasparenza delle interfacce, siano esse forme linguistiche o ergonomia dei dispositivi o codici interpretativi diffusi nell'Enciclopedia delle comunità linguistiche.
Il libro è molto trasparente, ci rapisce e ci dimentichiamo di tenere in mano un chilo di carta con sopra dei piccoli segni a inchiostro: ci educano da piccoli a leggere, e via via maturiamo un'abitudine alla lettura che si innerva, diventa automatica.
Quando leggiamo una frase, noi non leggiamo ogni singola lettera che compone il testo, piuttosto abbiamo maturato delle capacità che ci permettono di volare sulle parole scritte, e trattenerne/costruirne il senso. Siamo dimentichi del media.
Se però incontriamo un refuso, ecco che rapidamente vengono richiamate in superficie delle competenze linguistiche grammaticali che di solito facciamo girare in background: da qualche parte interrompiamo il meccanismo automatico, e ci concentriamo su quello che di solito non notiamo, la forma della parola e la sua adeguatezza formale.
Questo è qualcosa che comunque dovremmo raggiungere, a patto che si intenda costruire delle opere narrative che intendano catturare il lettore proprio con strumenti quali il farlo cadere in un'esperienza totalizzante, che sappiano allestire un mondo narrativo che ci coinvolge al punto di dimenticarci di essere seduti su una poltrona in salotto.
E prestare continuamente attenzione ai meccanismi di narrazione, ai refusi, al link che non funziona, al dispositivo che fa le bizze o riproduce malamente un inserto multimediale, o semplicemente un forma della narrazione che ci costringe a essere più attenti che rapiti difficilmente riuscirà a catturarci nello stesso modo in cui ci cattura un libro.
E' come su un libro, lo abbiamo visto negli esperimenti delle Avanguardie, cambiasse continuamente disposizione del testo scritto, o scrivesse in verticale con tipografie differenti, o cambiasse sempre la qualità della pagina e dell'inchiostrazione, insomma quei libri che non vogliono farsi dimenticare mentre vengono letti, e continuano a dirti "guarda che stai leggendo un libro, eccomi qui", si fanno notare, portano la nostra attenzione sul processo di lettura e sul funzionamento del media piuttosto che sul contenuto che intendono veicolare.
Ma spesso in quei casi storici il contenuto di quel testo era proprio farti riflettere sul processo di rappresentazione (come ingarbugliare tipograficamente il testo, oppure tagliare la tela di un quadro e metterlo in mostra, oppure Brecht che voleva che gli spettatori a teatro fumassero liberamente e faceva girare dei cartelli didascalici su quanto stava succedendo in scena, proprio per evitare che avvenisse eccessivamente l'immedesimazione con gli attori, e quindi venisse persa una visione critica che sempre doveva restar vigile), e quindi possiamo considerarli testi "riusciti" nel loro intento, di coinvolgerci secondo certe modalità esperienziali, dove è buona cosa che il flusso venga spezzato, l'esperienza interrotta per dislocare la nostra attenzione su altri livelli di contenuto.
Qui invece si cerca di ricostruire l'esperienza classica della fruizione di un libro di carta però secondo forme di narrazione radicalmente diverse. Progettare l'immersione, ma essere sempre distratti.
Messa così, non funziona. Piuttosto nasceranno nuove categorie estetiche di ricezione, nuovi tipi di esperienza di letture. "Leggere un buon libro davanti al caminetto" non è qualcosa che è sempre esistito, e si tratta di qualcosa che ha significati diversi nel tempo.
Stiamo aspettando abitudini, ecco.
ps. tutti i refusi qui dentro sono per non farvi distrarre, vadasé.
ps. tutti i refusi qui dentro sono per non farvi distrarre, vadasé.
09 dicembre 2010
Migrazioni di massa
Più che Diaspora, che ha il vantaggio di connotare il fenomeno come movimento e processo ma aggiunge un lato disforico, parlerei di colonizzazioni. C'è gente che fa terraforming, crea Luoghi dove andare a abitare, li arreda con facilities e commodities (doppi servizi), videocitofoni efficientissimi, panorami sulle cerchie sociali.
Allora un po' di noi vanno a vedere com'è, se si tratta di un ambientino confortevole, e avvengono migrazioni e poi comportamenti stanziali e fondazione di villaggi.
Chissà quanti social abiteremo nei prossimi vent'anni, ciascuno che aggiunge un qualcosina in più per meritarsi la colonizzazione di milioni di persone, sul piano della facilità della conversazione orientata tematicamente o geograficamente, chissà se tra un po' i social più antichi che però riescono a stare vivi&vegeti aggiungeranno nell'header un "Fondato nel 2003" come le assicurazioni o le case vinicole, come i quotidiani dell'Ottocento.
La teoria dei social network sarà quella che vedremo volgendoci indietro, in prospettiva. Vedremo le case, o i loro ruderi. Brandelli di miliardi di conversazioni, sapremo se ci hanno arricchito come persone, oppure se han saputo far emergere un'idea o un fenomeno sociale che ha migliorato la qualità del nostro vivere come collettività.
giorgiojannis@joindiaspora.com, comunque, è il mio indirizzo là dentro, ma non c'è nussuna fretta, nessuno parte con alti lai o panegirici immaginifici, siamo all'alpha, una propagazione iniziale dei contatti - quante volte da noi già ripetuta, ormai? - e un allestimento identitario minimal. Quell'opensource scritto per realizzare l'ambiente ci conforta, sì, è bello poter controllare come collettività l'intero terraforming o socialforming dei Luoghi dove abitiamo, almeno è garanzia di aver potenzialmente sempre voce in capitolo nel decidere come organizzare l'ambiente sociale.
07 dicembre 2010
C'è gente che fanno social
C'è gente che fanno social spedendosi centinaia di sms nei sottopancia delle tv locali. Centinaia di "TVB", "mandatelooo!!!", "il digitale non prende e mi mankate un kasino".
Che dire, lovvo.
Che dire, lovvo.
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