29 settembre 2010

Mo' mi morsico la nuca

Quella vecchia storiella, secondo cui il passato, ciò che vedo, è davanti a me.
Quindi il futuro è alle spalle, e sto camminando all'indietro. Capirete che il piede va a tentoni.
Provi a buttare l'occhio, ti fai una visione, uno scorcio sguincio, una teoria. In effetti, ci sono farfalle luminose, qua e là. E emergono strutture, collegamenti, posizioni, climi affettivi, interumanità, nicchie, onde del mare, perfino palazzi e strade, robe di paesaggi da abitare. Ma non del destino del tutto, ma solo di quello del libro pensiamo qui, e ormai libro non significa più nulla di quello che fino a ieri. Vive libero, immateriale ma appare il mille forme, un dio che talvolta si sustanzia, e siamo nell'aura del numinoso, una storia che costruisce anima, una storia chiusa in sé eppure opera nativamente aperta, nei tempi lunghi di una cultura fatta di libri e convegni, oppure istantanea di link e feed.
Feedare il contesto, questa era l'ideuzza. Tracciare la nostra relazione con lo specifico oggetto culturale (atto-degno-di-menzione, romanzo, news, accadimento, chiacchiera, informazione, tutto ciò che è narrato e narrabile), avere uno spime capace di recar seco (apperò!) la storia dell'interazione tra l'umano e l'opera, tirandosi dietro anche pezzi della situazione di enunciazione, contesto, e re-immettendoli nel flusso.
E se pensiamo a un opera connessa, che vive e si modifica nel tempo seguendo oscure nuvole di conversazioni in rete, e dialoga in tempo reale, eppure riesce a essere ancora "storia" nella nostra testa, pensiamo subito alla relazione tra l'opera e il lettore, tra quest'ultima e il web tutto.

Stralci di una chiacchierata: sto bloggando conversazioni, ho già modificato l'ecosistema.

V'è il momento in cui anche il pigro ginnico deve saltare. Ha provato a allungarsi, ma non basta più. S'inventa una presa: reggerà? Ogni tentativo cambia il gioco.

sul testo come edificio lessi qualcosa, chissà dove chissà quando. Testi abitabili, con porte e finestre, e reti tecnologiche (collegamenti materia, energia, informazione... relative interfacce ormai simbiotiche con gli Umani). Ma non penso tanto ai testi che si richiamano, da sempre e per forza, in quanto veicolati dagli stessi supporti (sempre noi, gli Umani), quanto per converso al nostro *fare testo*. Quindi penso più ai collegamenti fatti dalle persone che abitano questi Luoghi testuali, e ne hanno cura: sono loro che portano il senso di qua e di là, tessendo. E il testo è diventato "atto degno di menzione" nell'ecosistema, sia esso un monoblocco lungo un sillogismo o una tragedia one-line o un'opera gigantesca e labirintica e polivocalica. Quindi, son da rendere visibili le tracce del nostro peregrinare nella città dei memi, e aggiungere il senso che produciamo vivendo al senso di ciò in cui ci imbattiamo, interagendo con i testi. Le scie dei punti di vista.[edit: palmasco nel concetto di frattali di contenuto che si riversano, è vicino a questo che ho scritto]

yess, teatri della memoria, Giulio Camillo. Ma là siamo nella mnemotecnica, e il funzionamento della macchina (l'intero edificio e i percorsi di senso percorribili dall'Umano al centro della struttura) dipende da una combinatoria finita. Qui stiamo parlando di testi-edifici già collegati tra loro, tutto con tutto, e del nostro abitare (muoverci, vivere, fruire, consumare e produrre) che produce ulteriore senso che si aggiunge ed è rintracciabile (ogni tentativo cambia il gioco, dicevo sopra scherzando). Quindi cercavo di uscire da una visione "struttura" per andare verso una percezione del "processo", come al solito, e quindi pensavo a scie sulla superficie (@bgeorg: ops) come pulci d'acqua nello stagno, toh.

E' solo un testo che pretende per sé il suo mostrarsi più strutturato, si vuole così, e rientra nel range delle forme di narrazione. Poi se intendi scavare dentro l'Autore, sai che non posso farlo, sono sulla soglia della semiotica. A meno di non volere pertinentizzare come testo oggetto di analisi proprio quel testo dato dalla "personalità dell'autore". per come essa viene percepita nell'enciclopedia

la "rigidità" di quel testo in un luogo di testi fluidi crea contrasto, rigioca lo sfondo-figura, ci mostra particolari sfuggiti, fa sgorgare senso, sì. E possiamo essere benissimo al di là dell'intenzionalità dell'autore, indifferente qui allo scorcio (squarcio) di visione che ci permette di praticare sull'universo del discorso. Siamo qui: stiamo patteggiando tra di noi, qui in questo thread o nel nostro abitare quotidiano nella Grande Conversazione, il modello, la visione dello sfondo, il contesto da cui ben studiati sappiamo dipende sempre il senso enunciato del messaggio. Quando per prove e errori (qualcuno più su diceva "sperimentazioni") avremo negoziato un concetto stabile (una credenza, sempre ipotetica e fallibile etc.) di come sia fatto lo sfondo (la rete, il rizoma oggi visibile, la città dei memi con metafora urbanistica, la viabilità delle idee, l'ambiente culturale connesso in cui le collettività vivono, la mente fuori di noi e tra noi, l'ecosistema della conoscenza, il bosco delle narrazioni) vedremo emergere modelli maggiormente attagliati, nativi, e non adeguamenti

oltre al tuo intenzionale moltiplicare quell'oggetto culturale (bloggandone una recensione o innescando una fanfic), mi viene in mente che potrebbe essere tracciata *la tua relazione* con quell'oggetto cultura, se vuoi porzione di contenuto, se vuoi testo anche conchiuso. Se il dispositivo di lettura tracciasse (e alimentasse flussi in Rete) il tuo ritmo di lettura, le pause, l'eyetracking di cui si parlava, il sonoro ambientale che lo circonda, anche il tuo fare in Rete parallelo, e tutto questo venisse reimmesso nel calderone, potrebbe veder la luce un'opera cangiante, che mentre tu procedi lineare fruendo il testo quest'ultimo si modifica, cambia il capitolo 8 mentre tu sei al 7. Un'opera situazionale, dove il testo è un attore. Pausacaffèdelirio/off, ma quel "tetragono" mi sembrava eccessivo, chi può mai dire

c'è l'opera che vive tranquilla in splendida solitudine, standalone. Può rientrare nella conversazione nei nelle recensioni, nelle continuazioni, che diventano magari col tempo dei cotesti (e potrebbero vivere di vita propria, come la letteratura sgorgata dai commentarii medievali, autonoma). E quella progettata e che vive connessa, sul bagnasciuga, con i piedini a mollo nelle onde del mare. Dal mare è nutrita, verso il mare sgocciola. Lo spime qui è dato dalla relazione testo-lettore, per ciascuno idiosincratica, capace però di confluire in certi flussi che poi possano ritornare verso l'opera, modificando il gioco, tracciando il contesto e reimmettendolo.



25 settembre 2010

I media non sono più intelligenti delle persone che li abitano

Ieri ho partecipato telefonicamente a una trasmissione di Radio1 che riguardava i social network.
Mi ha chiamato una tipa il giorno prima, mi ha chiesto cosa facevo, mi ha chiesto qualcosa sui soliti argomenti.

La trasmissione era una pagliacciata. Il filo del discorso era già stabilito, era un discorso "a tesi" dal profilo basso, molto basso. Ragionamenti obsoleti, disinformazione, scandalismo spicciolo.
Solite sciocchezze: rischi e pericoli della Rete, la diffamazione online, i giovani che signora mia passano le ore davanti al computer e poi vivono del delirio. Sarebbe stata imbarazzante nel 2002.
Anzi, nel 2000/2001/2002 ho organizzato convegni che erano già in grado di porre concretamente il problema educativo rispetto ai minori e alla loro frequentazioni web, senza fermarsi alle chiacchiere da mercato e agli aspetti eclatanti.

Prima di me hanno intervistato Sergio Maistrello e Enrico Maria Milic, e su loro metterei la mano sul fuoco: siamo tutta gente che abita qui dentro da almeno una dozzina d'anni, e che professionalmente prova a riflettere su queste cosucce da molto tempo... sarebbe sufficiente leggere quello che abbiamo scritto in giro, con rapida ricerca. 
Non ho sentito tutta la trasmissione. Io ho provato a demolire l'uso continuato della parola "virtuale", connotandola come obsoleta e inadeguata, nonché a accennare qualcosa di educazione alla cittadinanza digitale. Prima di me parlava un avvocato che sottolineava gli aspetti legati alla diffamazione online, dopo una domanda dai toni preoccupati. Dopo di me sono stati chiesti dei pareri a un medico, che si è subito prodigato  nel renderci edotti delle "patologie di Internet", gli stati di allucinazione (sic) in cui cade chi sta troppe ore davanti al computer e poi a cena coi genitori non è ben sintonizzato col mondo, e addirittura udite udite si è dilungato nello spiegarci che online, signora mia, può capitare che qualcuno assuma una finta identità, e poi sotto quelle mentite spoglie vada sui socialnetwork a tacchinare il proprio partner, per vedere come quest'ultimo reagisce. 
Robe da matti, eh, questa strana internet.

Magari Simona Regina, che conduceva il programma qui su RadioRai da Trieste, potrebbe contattare me o Sergio o Enrico, la prossima volta: una bella consulenza non si nega a nessuno, e si potrebbe cercare di imbastire una trasmissione radiofonica che perlomeno abiti nel 2010, e sappia centrare le tematiche di cui oggi val la pena trattare (e magari non utilizzi gli ospiti come puntello per il proprio discorso, dal filo già stabilito).

Simona, se ti fai domande vecchie non capirai mai cosa fanno diciassette milioni di italiani su facebook, credimi. 

23 settembre 2010

Piattaforme

Che Facebook sia un salotto e non una piazza, l'abbiam capito.
Eppure lì dentro avvengono troppe cose rilevanti.
Mozioni civiche, elaborazione opinione pubblica, messa in scena della collettività a sé stessa.
E non mi piace che avvenga là dentro.
Se per ipotesi ci fosse una piattaforma governativa, Piazza Italia etc., dove tessiamo le nostre reti relazionali, amicali e professionali. Dove se vogliamo cazzeggiamo, ma dove possiamo esprimere posizioni a casa nostra, una casa di tutti, e non a casa di qualcuno (che ci guadagna sopra). Posizioni etiche, espressioni di partecipazione alla vita sociale, anche atti linguistici più forti come petizioni o sottoscrizioni con identità certificata.
Che poi cazzeggiare verrebbe sicuramente meglio su altre piattaforme, anche commerciali, che raccolgono iscritti per affinità tematica o geografica. 
Ma alcune robe serie no, le voglio pubbliche, aperte, dove tutela massima andrebbe posta nel fatto che nulla venga censurato. Dove vigono leggi, per rispettarsi. Dove Giorgio Jannis è Giorgio Jannis, che abita qui e lì a quell'indirizzo, che dice e fa, e gli altri lo sanno, e le sue parole hanno il peso del cittadino che si esprime.
Ma leggi che tengano conto nativamente che questo è un mondo senza atomi, e nell'immateriale alcune cose cambiano. Le nuove leggi che il mondo dovrà darsi nei prossimi dieci anni, per adeguarsi.
Più volte ho scritto che l''idea stessa di piattaforma mi sembra obsoleta, tutto questo dover concentrare le persone negli stabilimenti, luoghi chiusi. Uno schema di pensiero non più adeguato. E parlavo di tecnologie traccianti, per poter seguire le discussioni e le relazioni interpersonali in modo indifferente alla situazione di enunciazione, ovunque il senso appaia. Perché il mio dire, taggato e contestualizzato, troverebbe pertinenza da sé nelle varie nicchie della Rete, secondo i contenuti veicolati. Apparirebbe negli aggregatori e nelle bacheche giuste, avrebbe gambe per muoversi, vivere.
E come lo Stato arreda una piazza, così dovrebbe provvedere agli spazi sociali pubblici, perlomeno offrire luoghi di conversazione per una comunità che costruisce sé stessa dialogando, nel tempo. Dove poter fare tutti insieme progettazione sociale collaborativa, ottimizzando i territori e i comportamenti delle collettività che li abitano.
Chissà se funzionerebbe.
La gente, i milioni di persone che abitano in Rete, non fa cose facilmente predicibili. Un video o una battuta possono diffondersi in modo esplosivo, per caso, per complessità emergenti dei percorsi, secondo narrazioni mai viste. Cose pianificate e ben finanziate possono naufragare rapidamente in pochi mesi.
Ma di certo la nuvola della conversazione a sfondo civico di una intera nazione (anche oltre i confini geografici, nei linguaggi di chi paga le tasse) non può abitare su un social network privato.

17 settembre 2010

#ebookfest

Su, che devo bloggare il mio resoconto del supercampconvegnofest di Fosdinovo. Anzi, rispondendo a caldo dentro un ambientino sociale, ho scritto:

... devo dirti che è andata bene. Non per l'organizzazione logistica e copertura media (avrei dovuto strimmare parecchio, e niente; però ho 50 giga di video da spammare in giro, ora) resa complicata dall'essere dentro un castello medievale, o spalmati per il borgo. Ma proprio la location ha fatto molto, secondo me, e ha creato un clima eccezionale. Non starò a farti le pippe su grammatica situazionale, contesto e semantica degli spazi, tranqui :) Però puoi immaginare, incontri in piccole stanze arredate strane, atmosfera informale, botta e risposta caldi (pensa ai migliori camp a cui hai assistito), dibattiti che dopo aver personalmente forzatamente chiuso cacciando fuori tutti a calci in culo - sennò i seminari duravano otto ore - vedevo continuare lungo i corridoi e le terrazze panoramiche del castello, nei ciarlieri capannelli di illustri e di sconosciuti. Maragliano chiacchierava con Quadrino, a Quadrino stesso in veste inedita ho fatto intervistare Roncaglia, Guaraldi che rideva forte con Maria Grazia Mattei, la quale mi prendeva in giro per la perizia con la quale le ho collegato il videoproiettore, e una tavola rotonda con Marco Ghezzi e Guaraldi che sembrava un copione di sceneggiata napoletana, per quanto era effervescente, e invece era semplicemente una bella chiacchierata tra persone competenti. E i problemi sul tavolo erano quelli grossi, amazon che arriva, mondadori e rcs che hanno rotto il cazzo, drm una cippa, cultura digitale quasi sempre ben compresa, e non imparaticcia, se non dai soliti tecnosauri prontamente litigati da tutti. Nelle loro stesse parole, nelle parole dei personaggioni, un'ottima occasione di incontro vero tra studiosi e operatori del settore. Un anno di lavoro ci aspetta, a me, Noa Carpignano di BBN, Mario Guaraldi, tutta la crew, e chissà cosa succederà nel frattempo, ma vediamo cosa riusciamo a migliorare per il prossimo anno - a esempio, speriamo che arrivi l'adsl in castello :)

Riprendendo le parole di Mario Rotta, aggiungo due riflessioni.
Molti di coloro che hanno parlato nei seminari e nelle tavole rotonde lasciavano trasparire nei loro discorsi il giusto approccio rispetto ai nuovi modelli economici e logistici innescati dalle pratiche di Rete, a esempio riguardo le questioni della proprietà intellettuale o dei DRM. Eppure sentivo mancare in loro una vera cultura digitale, per come essa sorge in chi abita in Rete per un certo tempo con una certa assiduità.
Queste persone hanno raggiunto la posizione adeguata al mutato contesto con un percorso faticoso, fatto di piccoli miglioramenti apportati al vecchio modello economico editoriale e distributivo, e quindi sia reso loro l'onore del traguardo raggiunto. Ma nelle loro parole c'erano metafore sbagliate, contesti obsoleti del discorso, da cui poi discendono quelle incomprensioni e quelle modalità di conversazione in presenza eccessivamente polemiche, in quanto poggianti su fondamenta traballanti, quando in realtà lo sfondo tutto su cui inquadrare il fenomeno dei cambiamenti dell'editoria è sempre quello delle modificazioni culturali e sociali ampie e epocali, quale quella di internet che stiamo vivendo.
Gente brava nonostante, mi viene da pensare, nonostante il loro non essere abitanti consapevoli.
Come un bambino che passa dalla macchina per scrivere al pc, che capisce quanto un programma di videoscrittura possa essere più performante rispetto alla prima, ma ancora non ha modificato il suo sguardo in direzione di un orizzonte più vasto, dove vengono ripensate le stesse pratiche umane di scrittura (soprattutto quando si lavora connessi).

Nel mio intervento durante la tavola rotonda che mi vedeva partecipante, sono stato esplicitamente provocato da Mario Guaraldi a dare una lettura "filosofica" delle questioni in ballo, e come filosofo catastrofista ho risposto: ho provato a dipingere i cambiamenti sociali radicali in atto, ho mostrato come di qui a cinque anni il mondo dell'editoria e non solo potrebbe essere completamente diverso, ho messo in guardia su quelli che infervorati asseriscono oggi cose che domani stesso potrebbero essere differenti. Ma ho chiuso con nota positiva, essendo il mio l'ultimo intervento della giornata: ho parlato dei valori della Rete, della compartecipazione della condivisione, della fiducia e della reputazione, e ho riproposto il soltio parallelo del messaggio e del contesto in cui esso cade, da cui soltanto possiamo disambiguare i significati giungendo a un senso compiuto di una frase effettivamente pronunciata, le frasi che gli editori stanno provando a dire, nel loro fare, nel fronteggiare in modo nuovo la Grande Conversazione.
"Dare and share", come si diceva in Rete tanti anni fa: "osa e condividi", dove gli sperimentalismi assolutamente necessari trovano risonanza e validazione nella comunità sociale dei portatori di interesse.
Le solite cose: c'è di mezzo il fatto che ci sono in giro case editrici, persone appassionate di libri e di lettura, che queste cose non le capiscono, e su questi dinosauri incombe inesorabile la Morte, mentre già piccoli mammiferi a sangue caldo, più agili e adattati al mutato ambiente, stanno conquistando il mondo.

10 settembre 2010

Ebookfest, un bel po' di gente, gustose chiacchiere

Ok, oggi si parte.
Noa Carpignano di BBN editore si è fatta in quattro e ha imbastito questa tre giorni di ragionamenti intorno al mondo dell'ebook, qui a Fosdinovo. Tanti relatori, tanti spazi espositivi, titoli interessanti per cogliere lo stato dell'arte, per lanciare lo sguardo su scenari futuri.
Il wifi non è disponibile ovunque, in paese non arriva l'adsl, però vedrò di gestire al meglio lo streaming video dei seminari importanti, cercherò di twittare o comunque di dare rapide segnalazioni sullo svolgimento.
Personalmente parteciperò a una tavola rotonda dal titolo Il futuro del libro si chiama biblioteca: biblioteche, ricerca semantica e folksonomy, insieme anche all'eccezionale Andreas Formiconi, moderata dall'inarrivabile Mario Guaraldi, dell'omonima casa editrice: proverò a dire qualcosa di sensato su alcune tendenze che vedo svilupparsi nella cultura digitale, sugli eterni atteggiamenti ambigui che adottiamo dinanzi al cambiamento.
Trovate tutto sull'evento qui http://www.ebookfest.it/.

Rock'n'roll.

08 settembre 2010

Il balletto degli eventi

Mantellini segnala un bell'articolo di Vittorio Sabadin sulla Stampa, leggetelo.

L'articolo parla del balletto che avviene tra la Redazione di un giornale online e l'insieme dei lettori. 
A ogni mossa sul piano delle tematiche trattate corrisponde un passo di danza da parte dei fruitori, e viceversa ogni spostamento dell'attenzione corale di questi ultimi modifica la percezione dei redattori riguardo la notiziabilità degli eventi nonché la loro rappresentazione attraverso le forme storiche dell'industria dell'informazione (il concetto stesso di "giornale quotidiano", il carattere tipografico prescelto, la "prima pagina", l'organizzazione semantica degli spazi di scrittura, il tipo di relazione tra giornalista e editore). 
Questo balletto, uguale per secoli, oggi è costretto a imparare nuovi passi di danza, perché i lettori non si fanno solo trascinare passivamente, ma interagiscono attivamente con la creazione e la distribuzione delle notizie, costruiscono la propria realtà in modo autonomo con percorsi di lettura personali e idiosincratici, pronunciano pubblicamente commenti e osservazioni che insieme all'atto-degno-di-menzione originale costituiscono il testo completo, l'universo locale di discorso su un determinato argomento o su un comportamento di fruizione.
E sul digitale, posso misurare molte cose.
Mi ha colpito quell'immagine della redazione giornalistica, che alla riunione di primo mattino osserva sui monitor in tempo reale le statistiche di fruizione del sito web giornalistico, potendo facilmente tracciare i trend dei comportamenti dei lettori, la predilizione cangiante per questa o quell'area di contenuti nel corso dell'ultimo mese o dell'ultimo anno.
Pensate a questa comunicazione bidirezionale, dove feedback e messaggio non han più senso forte di differenziazione (non ha senso azione e reazione) perché sul puntuale potrei stabilire una linea cronologica degli eventi, dalla notizia ai commenti e quindi la parola di nuovo ai giornalisti, ma in realtà se solo provo a pensare in termini "ambientali" quello che emerge è il dialogo incessante nel tempo dell'opinione pubblica, il calderone di quello che val la pena sia narrato, una scena dove il pubblico che fino a ieri poteva solo sbraitare o spedire lettere al direttore, ma certo non argomentare dignitosamente, è diventato un autore e un attore a tutti gli effetti.

Di gusti pessimi, peraltro, perché madimmiunpotu a guardare quelle statistiche sui monitor del traffico web pare emerga che il popolino sia soprattutto interessato a puttanatine, boxini morbosi, gossip finto ma comunque flamboyante e bombastico (che parole strane), caratteri cubitali, strilloni e imbonitori.

Qui va a finire, questo il problema evidenziato dall'articolo di Sabadin, che la Redazione segue pedissequamente le aree tematiche più visitate, moltiplicando le percentuali delle puttanate, e quindi si innesca la spirale nera, il gorgo della mediocrità che trascina tutto verso il basso. Il balletto si avvita in un corpo a corpo prevedibilissimo, stereotipato e sguaiato. 

Certo, il ragionamento dice che siccome è tempo di crisi gli editori dell'informazione fanno spallucce alla deontologia professionale, vedono branchi di pesce, buttano la rete a strascico che tira su tutto, usano esche facili per lettori di bocca buona. Così fanno traffico, e si fregiano e ottengono soldi per quei numeri da vantare presso gli inserzionisti, si concentrano sulle tette della sciantosa di turno e di quelle tette raccontano fotograficamente le gesta sui palcoscenici mediatici.

Per una volta, non sto qui a ragionare di cosa si potrebbe fare per migliorare la qualità di vita di una collettività, portandola a leggere e commentare cose più nobili e utili a tutti come l'economia o la politica o i ragionamenti per aumentare il benessere del nostro abitare i territori; per queste cose esiste la Scuola e l'educazione, e sono cambiamenti profondi da concepire in ottica generazionale.
Quello che non si può confutare è la fotografia della società italiana, per come emerge dai flussi di frequentazione e partecipazione al mondo dell'informazione, e stiamo parlando di milioni di persone, delle loro scelte e dei loro comportamenti. 

E' notorio come in italia, a guardare le percentuali di analfabetismo di ritorno, la propensione a fruire cultura (libri o eventi, cinema o quotidiani) sia ridicolarmente bassa, da vergognarsi, e il cittadino medio italiano è più stupido e ignorante di quanto pensate. Ok.

Mi preoccupo più di questa deriva al peggio da parte dei professionisti, mutuata dai meccanismi profondi dell'ambiente stampa-televisione (broadcast) che però oggi su web non si rivelano adatti, e anzi fanno scorgere in loro l'incapacità di pensare i nuovi Luoghi della socialità e in particolare quelli dell'informazione e della narrazione del mondo in modo adeguato ai tempi e al mutato contesto ecologico.
E quindi il giornale deve parlare di tutto, come se noi frequentassimo solamente l'edicola del paese e avessimo soldi e tempo solo per un quotidiano, dove il supporto cartaceo continua a pre-ordinare la mentalità dei confezionatori di notizie con le sue regole, dove le dinamiche televisive portano ancora l'attenzione alla quantità.
Ma non abitiamo più, noi e i contenuti culturali, in un ambiente dove le risorse sono limitate, e quindi in una economia che strutturalmente precondiziona l'esistenza solamente di un certo numero di attività editoriali, di testate giornalistiche, lasciando al tempo e alle pratiche umane l'individuazione di quel punto di equilibrio tra domanda e offerta di contenuti culturali o riguardanti gli accadimenti. 
Il gradino del cartaceo, ovvero quel salto che separa le parole pronunciate dalla loro diffusione di massa su un supporto più performante della voce, non costituisce più un ostacolo, e scomparendo rende obsoleto il proprio essere una sorta di filtro selezionatore, che nelle cose determina cosa meriti la pubblicazione e cosa possa restare flatus vocis.
Oggi tutto può essere pubblicato, ogni singolo pensiero dell'umanità, ogni chiacchiera ogni conversazione, ogni atto videoripreso, spontaneo o costruito; siamo tutti autori e lettori, il nostro fare contribuisce alla realizzazione collettiva dell'arazzo della società e della socialità, variopinto come mai e sempre cangiante.
E c'è oggi lo spazio per alloggiare tutta questa massa di contenuti, non siamo limitati a qualche migliaio di pagine di giornale. Non abbiamo limite.
Quindi è inutile, come in tempo di carestia dei supporti della conoscenza, che ciascun nodo si senta in dovere di coprire molte aree tematiche, per poi baruffarsi i clienti e ingraziarseli con manovre di basso ventre.
In una visione ecologica, possono esistere diverse realtà, specializzate in differentissime nicchie, e il lettore nelle sue traiettorie di partecipazione mediatica soggiornerà qui e là, nel suo abitare nomade.

Ma una cosa i giornali potrebbero fare, quelli che intendono fare informazione e nutrire l'opinione pubblica in maniera seria e consapevole: togliere tutti i boxini morbosi.

01 settembre 2010

Muori, cagna


Questa schermata l'ho trovata qui, è una nota su FB.

Sia chiaro: non sto soffiando su nessun fuoco, non mi frega nulla segnalare alcunché al pubblico ludibrio, me ne fotto della morbosità, è già stato fatto prima, mi interessa documentare l'umanità con uno screenshot, i giornali nei boxini ci campano giorni, questo o un altro uguale arriverà anche sui tg alla ricerca di fregnacce per imbonire a'ggente, me ne frego anche di lasciare tutti i nomi delle persone come li vede uno che è iscritto a FB perché se mi dicono che in quel bar ci sono un bel po' di persone che parlano così io prendo la vespa a vado a vedermi lo spettacolo dinanzi a miei occhi esattamente tale e quale a questo, e poi mi fa ridere, ecco. 
Son ragazzini, ma già non capiscono un cazzo. Parlo dei commenti, avevate capito.
Mi piace l'escalation, il montare del livore, l'immaginazione concentrata sulla punizione e l'epiteto. Puzza d'umanità, qui, molto troppa.