27 aprile 2010

Eco-sistema unopuntozero

Io gli voglio bene, a Umberto Eco.
Mi diede dei bei voti all'università, ci chiacchierai affabilmente un paio di volte passeggiando sotto i portici di Bologna. A imbatterti nei suoi libri di semiotica al momento giusto, quando un amatissimo corso di studi già orienta il tuo sguardo sulle problematiche della significazione e della comunicazione, potrebbero accaderti degli sconvolgimenti radicali, sconquassi cognitivi, e da quel momento in poi ti trovi costretto a leggere il mondo in un certo modo, perché l'eleganza e la potenza di quei metalinguaggi rivelano i meccanismi profondi del nostro dare senso agli eventi, con le parole e con i segni. La semiotica è un punto di vista. Una disciplina, non una scienza. E poi Eco scrive bene, poco da fare, ti fa ridere anche quando ti racconta la filosofia medievale.
Inoltre, non gli si può nemmeno rimproverare di non conoscere i computer, perché saranno almeno quarant'anni che si occupa di logica computazionale e negli anni Sessanta la cibernetica che si intrecciava con la linguistica era dignitosissimo campo di interessi accademici.
Tant'è che da lì sarebbero giunte numerose suggestioni per i linguaggi informatici di programmazione, di cui sicuramente Eco si occupava attivamente tra fine anni '70 e primi '80, tra i suoi studi sulle teorie sociologiche della ricezione dell'opera e il successivo interesse per la "lingua perfetta", naturale o artificiale che fosse, e tutti gli esempi storici che possono venire in mente a essa collegata, da Adamo (in che lingua parlò, quando Dio gli chiese di nominare il Creato?) a Raimondo Lullo a Athanasius Kircher all'esperanto ai linguaggi formalizzati.

Ma di web a quanto pare Eco non ci capisce. 
Noi tutti qui ormai traguardiamo i computer e i dispositivi, e puntiamo l'attenzione sulla digital life, sulla socialità in Rete, parliamo di Cultura digitale e non di Cultura informatica. Nel solito parallelo con le strade e le automobili, ci interessiamo dei comportamenti umani negli spazi sociali digitali, non di tecnologia del motore a scoppio (il pc) e della tecnologia della carreggiata autostradale (le reti).
Abbiamo in quindici anni di frequentazione di mondi digitali compreso quanto l'hardware influenzi il software, sappiam fare la tara e applicare le giuste categorie di giudizio valutando a esempio le diverse nicchie ecologiche in cui abitano un blog e un quotidiano online o l'enciclopedia cartacea e wikipedia, conosciamo per esperienza concreta di vita la portata "epistemologica" dei singoli strumenti e ambienti, e soprattutto confidiamo nella conversazione continua e incessante che agisce il web, dove le cose importanti sono i valori in circolazione, la reputazione, la fiducia, il pluralismo delle voci.
Ma di queste cose Eco non sembra accorgersi. Dice che manca il "filtro sociale", ma la Rete tutta è filtro sociale. Credo per lui il web sia ancora una sorta di biblioteca giusto al di là dello schermo, quella finestra di pixel che io non vedo più.
Lui cerca parole ferme, testi come libri, io guardo i flussi di conversazione e la costruzione sociale della conoscenza e quindi della realtà, cose che peraltro Eco conosce bene, essendo coetaneo di Searle e Fodor, avendo con essi spesso dialogato tramite carteggi e botta-e-risposta nei convegni o nelle prefazioni dei libri, vero Luogo conversazionale dell'epoca dei supporti cartacei, e per aver lui stesso promosso teorizzazioni basate sulla condivisione del valore semiotico dei segni nell'universo dei parlanti (la nozione echiana di "enciclopedia").
Se Eco vede i blog come libri, forse gli viene in mente una collana, una progressione, una serialità, una linea. E ogni testo è una perla di cui conoscere autore, paratesto, storia editoriale. Ma sono sempre perle in fila.
Per me un blog è un nodo nella Rete, è una parola in un discorso collettivo. Ne valuto la fondatezza e la novità in sé, per quanto posso fare con le mie conoscenze, e poi possiedo strumenti, appresi in anni di frequentazione e di relazioni interpersonali, per misurare nella Rete dei mille intrecci e delle mille voci il valore di quella parola, di quell'articolo giornalistico, di quel post su blog, di quell'affermazione in una chat o su un social network, per come rimbalza, per come viene ripreso e da molti commentato, per le discussioni che riesce a generare nell'ecosistema digitale e poi magari esondare sui media tradizionali, dove spesso viene frainteso in quanto non compreso nel giusto contesto. E il contesto è la chiave interpretativa, sempre. 
Dei molti significati di una parola, il contesto seleziona quello pertinente, e la parola assume senso. Qui e ora, storicamente, necessariamente.
Consideriamo dato il valore di uno scritto. Il suo significato storico, contingente, viene da noi misurato secondo relazioni sfondo-figura. La figura, l'elemento figurativo, il segno, trae il suo senso dallo sfondo su cui si staglia. E oggi lo sfondo è cambiato, e non è più fatto di collane secolari di libri che richiamano altri libri, di biblioteche borgesiane o come quelle de "Il Nome della Rosa", ma è uno spazio vivo, di vive conversazioni.
E la stessa idea di "enciclopedia" di Eco, come cultura che vive nella mente di una comunità di parlanti (e che garantisce il reciproco comprendersi) ha forse cambiato forma, proprio nel senso di "forma del contenuto" su cui Eco rifletteva filosoficamente a fine anni Sessanta, quando stava ancora maturando quelle posizioni che lo avrebbero portato a definire il segno come "funzione segnica" che correla piano dell'espressione e piano del contenuto. E' cambiata la forma dello sfondo, e dobbiamo modificare il modo in cui attribuiamo senso agli elementi significativi. Oggi la forma dell'enciclopedia è la Rete, non la biblioteca. Già in Eco abbiamo il rizoma quale riferimento figurativo, ma oggi noi tutti abitiamo nello scibile, non solo le opere chiuse (per quanto sempre aperte). Le persone abitano direttamente i Luoghi della conoscenza, e le relazioni tra di loro sono elementi sintattici imprescindibili per la comprensione del testo, della sua semantica misurata nella conversazione.
Con il solito parallelo, potrei anche dire che Eco vede gli alberi, ma non vede il bosco, dove gli alberi vivono come entità collettiva ecosistemica, in dialogo perenne.
E quindi una volta di più, come dice Mantellini riportando una sua intervista a un giornale spagnolo, quando parla di web Eco dice baggianate (vedi anche Downloadblog). 
Cose magari giuste, ma di quando il web appunto era pensato e vissuto ancora come una biblioteca, fatta di editori/blogger senza alcuna autorevolezza (ma l'autorevolezza se la sarebbero conquistata con le migliaia di interazioni direttamente intrattenute con migliaia o milioni di utenti). 
Cose magari giuste, se prese in modo isolato, ma giudicate in un modo terribilmente inadeguato rispetto all'attuale funzionamento dell'ecosistema della conoscenza.
Ragionamenti magari giusti, se intrapresi in solitudine da chi usa il web solo per leggere, senza coinvolgersi personalmente nelle conversazioni su un social network, nei commenti di un blog, in quelle palestre di socialità dentro cui noi ci siamo fatti le ossa, maturando nuove posizioni interpretative e financo etiche sulla portata comunicativa di quanto viene affermato nelle vocianti piazze della Rete, e non solo nei silenti saloni dei conventi del Sapere.
Ahimè, Eco è un tipo unopuntozero.
Poco male, ci penseremo noi a traghettare rispettosamente e creativamente le sue squisite intuizioni sul funzionamento concreto della comunicazione umana nel mondo della Cultura digitale. Un po' per ciascuno, tutti insieme.

Update: Mantellini approfondisce sul Post

25 aprile 2010

WWW mi piaci tu (disse Facebook)

Facebook ha fatto una mossa notevole. Ora è possibile mettere il bottonetto "Like" ovunque sul web, e quando lo cliccate, a esempio su un blog, questo vostro "Mi piace" viene riportato dentro Facebook, e la vostra cerchia di amici ne viene a conoscenza.
Questo porta il web dentro FB, con facilità. E non soltanto linkando o feedando pagine, ma garantendo ovunque  l'emozione di un piacere. Web affettivo, questo è.
E non pensate sia mossa da poco: tanto quanto il bottone "commenti" di un blog racchiude in sé l'universo conversazionale (che proprio i blog hanno storicamente abilitato), così il cliccare "Like" dentro e ora anche fuori Facebook è l'interruttore della propagazione, la funzione minima della socialità in Rete, la polla d'acqua che segnala in superficie lo scorrere profondo di relazioni interpersonali.

Facebook ne ricaverà molto, in termini di conoscenza, da questa nuova possibilità, avrà modo di tracciare meglio un sacco di cosette, e di costruire dei social graph molto più accurati, osservando la tessitura della socialità online. Tra l'altro, ci sono state delle modifiche nelle politiche di privacy abbastanza profonde.
Su tutto questo, leggete Dario Salvelli e Vincenzo Cosenza.

NB La foto sopra mi serve per dirvi che è ricominciata la Vespa Season: oggi ho cambiato l'olio al motore, poi con la stessa benzina che era rimasta nel serbatoio cinque mesi fa l'ho rimessa in moto, al secondo colpo di pedivella. Al secondo colpo di pedivella. E ho fatto anche un giretto in città.

20 aprile 2010

Voglio trovare un senso a questa news


Tra ieri e oggi sul web italiano sono apparse due novità, entrambe legate al mondo dell'informazione giornalistica. Luca Sofri ha varato il Post, Gianluca Neri Blognation.
Il primo assomiglia più a un "giornale online" (virgolette perché lo stesso autore dice quelle parole e subito se ne distanzia) con redazione e blog d'autore ospitati, il secondo è più un aggregatore, e Neri dice che funziona praticamente in automatico.
Grosse conversazioni in giro in Rete, ovvio, sull'evento, tra detrattori e entusiasti, consiglieri e critici.
Segnalo Giuseppe Granieri, che dice che manca un colpo d'occhio generale su quale sia la linea del Post (e un giornale online deve appunto saperla comunicare, sennò si anonimizza e somiglia a un aggregatore), e Andrea Beggi, che dice che non sa più leggere, che ormai è abituato alla serialità dei feed e ritrovare homepage (in entrambe le novità) che ricalcano l'impostazione di un quotidiano cartaceo risulta faticoso.
E ci sarebbero anche da linkare le discussioni su Friendfeed, dove si è dibattuto e sviscerato.

Ma in entrambi i commenti sottolineano credo il problema dell'interfaccia.
C'è un modello percettivo soggiacente alla strutturazione delle homepage dei quotidiani online (anche loro, Repubblica e Corriere a esempio, in fase di restyling grafico dei siti, proprio in questi giorni), dove ovviamente il riferimento corre alla prima pagina dei giornali cartacei.
Andando online, le redazioni giornalistiche hanno ricreato quello a cui eravamo abituati a incontrare tenendo in mano i quotidiani. E tralasciamo gli anni che hanno perso nel non dotarsi subito di webredazioni con professionalità specifiche. Poi è anche possibile, e sarebbe uno studio da fare, seguire come le homepage dei giornali nazionali si siano modificate nel tempo, forma e contenuti. Migliori impaginazioni, scelta degli argomenti da portare in evidenza, possibilità interattive, boxini morbosi e via dicendo. Che poi, non è che la prima pagina dei giornali sia stabile, ma cambia appunto anch'essa, e magari anche un po' dal web ha imparato.
Ma a me interessa tornare su quella semantica dello spazio su cui si costruisce l'homepage di un quotidiano online.
Perché se dico che sotto c'è un modello percettivo, frutto del dialogo ormai secolare tra quotidiani e pubblico, dialogo dentro cui io sono nato e cresciuto, automaticamente mi trovo a parlare di aspettative del lettore.
E abbiamo il caso di un fruitore nuovo della Rete, che non resterà poi tanto disorientato dinanzi a Rep.it o al Post di Sofri, perché conosce quella grammatica.
Grandezza dei titoli, gerarchia d'importanza, occhielli, rimandi intratestuali, uso del colore, segni grafici originali, quadrati più o meno stondati, aree tematiche, uso di multimedialità.
Ma come dicono Granieri e soprattutto Beggi, se sei uno che in Rete ci vive da anni tutta quell'impostazione grafica è pesante. Quel modello percettivo, che vive dentro la testa e nella cultura di chi quel giornale lo fa come in chi lo legge, presuppone un certo atteggiamento cognitivo del lettore, ne pre-ordina lo sguardo, le traiettorie del senso, ne gestisce il tempo dell'esperienza, suggerisce affettività con un font aggraziato o con un ritmo di scrittura o con gli strilli dei titoli. Faticoso, pesante, autoriale, industriale, forse inconsapevolmente addirittura impositivo, nel dover fornire un sacco di coordinate. Non ne ho bisogno, ho altre fonti, ho altre aspettative.
Tenete presente: quando leggo il Messaggero Veneto, ogni mattina, mi sembra ogni volta di aver tra le mani un numero vecchio di giorni. Sono venuto a conoscenza ieri di tutte le news urlate nei titoli dell'edizione di oggi del quotidiano, e in ventiquattrore abitando in Rete quella notizia l'ho letta decine di volte, e magari ci ho letto sopra centinaia di commenti, io stesso ci ho ragionato a mia volta commentandola su un blog, e restando sintonizzato via feed via aggregatori via socialmedia.
Quindi: i quotidiani tradizionali si stanno impegnando a colonizzare il web, si stanno arrabattando (e molti stanno sbagliando, secondo Cultura digitale) a trovare nuove forme di remunerazione, è una questione di sopravvivenza. Hanno traslato nell'immateriale il loro modello di impaginazione, e stiamo oggi vedendo le modificazioni progressive di quest'ultimo, per meglio adattarsi a un diverso ecosistema della conoscenza, quello della Rete.
Ma chi nasce nuovo oggi, veramente non può fare altro che ripercorrere gli stessi modelli? Perché mi costringono a riattivare in me gli stessi codici comportamentali che automaticamente richiamo quando sono davanti a un pezzo di carta formato tabloid, nel momento in cui sono davanti a uno schermo? Davanti a quest'ultimo, ho altre abitudini. Il mio occhio, la mia mano sanno fare ormai quasi naturalmente cose che con la carta non posso fare. Seguo diversi percorsi di lettura, sono fruitore attivo, clicco e girovago e poi torno, segnalo e commento, ho dieci schede del browser aperte, abito un flusso, non sono al tavolino del caffè a leggere il giornale come accadeva nel 1907.
Se fai un aggregatore, fallo essenziale.
Se fai un giornale online, dammi una colonna di opinioni redazionali o autoriali, linka il resto, ma sii sempre essenziale.
Non dovrei neanche scrollare la pagina, per dire. E le pubblicità stringate anche quelle, in una colonna tutta per loro. Tanto nessuno in Rete le guarda, nessuno le clicca, e di chi le clicca non ho buona opinione.

Forse c'è di mezzo anche una questione legata a un approccio maggiormente visivo, rispetto a una strettamente testuale. Ma parlando di news, faccio due esempi di aggregatori: Eufeeds e Popurl. Uno basato proprio sui quotidiani nazionali, l'altro su quanto pubblicano le principali piattaforme di contenuto tipicamente web-based. Personalizzabili.
Il giornale che vorrei io aggiungerebbe semplicemente, mettendola in evidenza,  una colonna con i contenuti originali sviluppati dalla redazione, troverebbe un buon titolista per le proprie e per le altrui notizie e relativi commenti, farebbe emergere come assolutamente significativo il proprio stile giornalistico, la propria personalità, il proprio punto di vista. Per il resto, lasciatemi libero di abitare a modo mio.

Update: costituisce novità odierna anche Paperblog, localizzazione italiana di realtà francese, più focalizzata sui blog.

17 aprile 2010

Tentacoli

Non serve invocare entità esterne, magari trascendenti.
Semplicemente, il complicato oltre un certo punto di complicatezza diventa complesso.
Certo, le formiche diventano formicaio, gli alberi diventano bosco. Olismo, che dire?
Un fascio di nervi diventa cervello (hardware) e sviluppa coscienza (software), un applicativo utile per far funzionare meglio il sistema.
E sembra la coscienza abbia una sua volontà, magari non ne è cosciente, che la porta a voler replicare il processo anche fuori dalla scatola cranica, adoperandosi per connettere altre coscienze.
La meta del percorso appare lampante.
Innanzitutto la coscienza ha lavorato sui gruppi di umani (hardware) per farci girare sopra linguaggi e comunicazione (software). Ha lavorato sull'empatia, per stabilire sintonia affettiva.
E con tutto un bel dialogo tra tecnologia e conversazioni, ha via via messo in scena la scrittura per darsi memoria e potenziarsi, poi ha sviluppato migliori supporti, pietra papiro argilla pergamena carta, poi la stampa, poi i quotidiani, la nascita dell'opinione pubblica mediatica, il teleascolto e la televisione, i codici digitali, la Rete dove tutti facciamo tutto con tutti insieme e contemporaneamente. 
Abbiamo ora la coscienza collettiva, l'Umanità che pensa e si guarda pensare. One man, one world, one people, one net.
E senza nessun ansia omologante, ché qui ci servono molti pensieri diversi in differenti linguaggi.

Perché la coscienza fa così? Cosa vuole, da millenni? E' una rincorsa per spiccare un salto? Bah, teleologia. 
Però questa del connettersi è qualcosa di profondamente wired nel sistema, che ne facciamo?
Un processo sorto per ottimizzare le risorse e garantire maggiori probabilità di sopravvivenza (cervello-mente, individui-gruppi, olismo delle reti) rimane sempre pro life, indipendentemente dalla scala di applicazione?
Siamo agiti da pulsioni cieche, coazioni, che reiterano lo schema automaticamente, indipendentemente dalla qualità del risultato?
Ecco, la parola "qualità" porta con sé un punto di vista, su questo farsi automatico delle connessioni tra umani e mondo e delle relazioni. Etica, morale, giudizio, direzione, storia, cammino, progressione e progresso, finalità, scopo, prendere in mano il volante e decidere dove andare, ora che sappiamo di sapere.
Un mondo migliore, una coscienza planetaria. Siamo costretti a decidere, anche facendo spallucce.

13 aprile 2010

Opinioni cretine

Nel cimitero di una frazione di Udine c'è un'area dedicata alle persone di fede islamica, dove le sepolture sono rivolte verso la Mecca.
Già al tempo dell'istituzione ufficiale di questa sezione cimiteriale ci furono fiaccolate di protesta e incontri pubblici, organizzati da Lega e PDL, per protestare contro l'iniziativa. 

L'altro giorno all'Ospedale di Udine è morta una neonata, e i genitori musulmani han deciso di seppellirla qui, come la legge consente. 
Ora in quel cimitero c'è un cumulo di terra a segnare la sepoltura, senza lapide, senza insegne religiose, proprio come vorrei per me, anzi io vorrei non ci fosse nemmeno il cumulo di terra, vorrei tutto ben livellato con il prato che ci cresce sopra, o meglio ancora vorrei divenire cenere per sparpagliarmi in giro.

Sul Messaggero Veneto di ieri il capogruppo del PDL in Consiglio regionale Loris Michelini si esprime così (è un virgolettato, dovrebbero essere realmente le sue parole): "Sia da vivi che da morti gli islamici dovrebbero seguire le nostre regole, solo così riescono a integrarsi" e "Dal punto di vista cristiano, ci sconvolge questo modo di iniziare un’epoca all’insegna dell’integrazione con sepolture diverse dentro un cimitero"

Da morti? Integrazione? Non è possibile rispondere a queste affermazioni. Non trovo nessuna logica in quelle parole, non posso articolare nulla per ribattere. E' al di là di me, quel pensiero, non ci posso arrivare. E come se arrivasse uno e mi dicesse "ho mangiato una mela, domani grandina", oppure "ecco le chiavi della macchina, ma ricordati che la radice quadrata di 2 è un numero irrazionale".
Cos'è, teatro dell'assurdo? 
Fosse possibile, la cosa più semplice sarebbe estrarre il cervello di Michelini dalla scatola cranica, procedere con un bel tagliando come per le automobili, se fosse un computer si dovrebbe aggiornarlo con gli ultimi driver  disponibili per garantirsi una compatibilità aggiornata delle interfacce con la realtà, perché evidentemente c'è qualcosa che non funziona, là dentro.

Aggiornamento: sul giornale di oggi ci sono i commenti dei politici locali su quelle frasi di Michelini, e per fortuna vedo che sia la Destra sia ovviamente la Sinistra ne prendono le distanze.