27 marzo 2010

A Bill of Rights in Cyberspace

  1. Abbiamo il diritto di connetterci.
  2. Abbiamo il diritto di esprimerci.
  3. Abbiamo il diritto di parlare nella nostra lingua.
  4. Abbiamo il diritto di riunirci.
  5. Abbiamo il diritto di agire.
  6. Abbiamo il diritto di controllare i nostri dati.
  7. Abbiamo diritto alla nostra identità.
  8. Ciò che è pubblico è un bene pubblico.
  9. Internet deve essere costruita e deve funzionare in modo aperto
Jeff Jervis propone degli emendamenti alla Dichiarazione d'Indipendenza del Cyberspazio di Barlow.

Due rapide osservazioni, che traggo in parte dai commenti presenti sul blog di Jarvis.
La Dichiarazione di Barlow è un testo eccezionale, lungimirante (è del 1996), filosoficamente intriso di cultura visionaria e al contempo concreto nella sua capacità di identificare i nuovi territori e diritti imprescindibili degli abitanti della Rete. Questi emendamenti di Jarvis, nelle sue stesse parole, più che miglioramenti o correzioni li intenderei come attualizzazioni, avendo a mente i pericoli che la libertà su web oggi corre in più parti del mondo. 
Sarebbero da aggiungere il diritto di link (che volendo si può intendere come contenuto nel diritto di riunirci in assemblea, nel nostro organizzarci senza organizzazioni che la Rete permette), e l'affermazione secondo cui nessun governo o gruppo commerciale o individuo può rivendicare sovranità di alcun tipo sopra questi territori digitali, asserzione centrale e fondante in Barlow.
Ma qui si apre uno spazio critico.
Jarvis ragiona di libertà di Internet, Barlow parla di indipendenza.
Tant'è che è possibile far notare a Jarvis che è sbagliato esprimere dei diritti (wrong/right) delle persone in una simile Carta, come se ci fosse un'autorità che li concede, da cui noi elemosiniamo. Noi non abbiamo il diritto di connetterci, noi ci connettiamo, punto. Non voglio il diritto di parola, voglio che non mi venga impedito di parlare, visto che io parlo.
Se proprio devo introdurre degli elementi pro-positivi (affermativi) in una Dichiarazione d'Indipendenza, dovrei soltanto esprimere ciò che non deve essere fatto, a esempio chiarire che i governi non devono fare leggi contro la libertà di espressione.

La distinzione tra libertà e indipendenza influenza profondamente la narrazione del soggetto. 
Articolando su un quadrato semiotico i conversi, i contrari e i contraddittori del poter-fare (libertà) si comprende la posizione dell'indipendenza come poter non-fare, che garantisce maggiormente uno spazio di manovra etico per il soggetto. Anche perché c'è sempre una storia dove un'autorità sovrastante riesce a trovare qualcosa con cui manipolare il soggetto, un oggetto di valore o anche una semplice provocazione, trasformando il suo garrulo poter-fare in un angosciante dover-fare, a esempio ridisegnando il contesto narrativo attraverso un soffocante non-poter non-fare, ovvero nella situazione dell'obbedienza.
Meglio l'Indipendenza.



23 marzo 2010

Google situazionale

Suzuki Maruti aka Enrico Sola forse per primo ha istituzionalizzato il giochino, giustamente nominandolo Anafore, per le sue qualità retoriche. Anafora, come ripetizione, ma soprattutto anafora come un richiamo a risalire il testo, verso qualcosa di precedentemente espresso. 
Perché da una ricerca su Google si risale a tutto quello che è stato webpubblicato, e che contiene quelle parole.
Ma l'anafora, a esempio nello studio dei pronomi in quanto forme grammaticali, in quanto funzioni linguistiche, per le loro peculiari implicazioni nella filosofia del linguaggio, richiama spesso la deissi.
Belli, i pronomi. Sono la cerniera tra l'Io e il mondo, quell'interfaccia che si fa carico di rappresentare l'identità del parlante dentro il linguaggio, la voce presenza del corpo che situa il mio stare nella situazione enunciativa o comunque narrativa, quell'essere che è un dire di essere, quel dire che è stabilire "io sono".
Come i pronomi, la funzione deittica del linguaggio questo fa, lega il testo al contesto, lo situa nel tempo e nello spazio, lo immerge e lo incarna nelle concrete relazioni interpersonali, negli universi del discorso.

E questo a me viene in mente quando vedo i suggerimenti che Google stesso, soglia significante di squisito valore gangherologico, fornisce all'immissione delle parole di ricerca, o di alcune lettere.
Trattandosi presumibilmente delle parole chiave maggiormente digitate in ciascuna lingua, quelle tracce d'aiuto che compaiono d'improvviso non solamente rimandano ai pertinenti contenuti testuali alloggiati in Rete, ma ci permettono uno sguardo quanto alla rilevanza che assumono per le persone che li cercano, per l'istantanea sull'immaginario collettivo, per il risvolto antropologico immediato: i suggerimenti di Google sono una sonda gettata sulla realtà, e l'aleatorietà della contestualizzazione innesca innumerevoli fughe narrative nel lasciarci immaginare deitticamente gli scenari di vita, i drammi e gli affetti di milioni di persone.
Non disdegnerei neanche il valore cogente dei suggerimenti offerti: per essere presenti in seguito all'immissione dei termini di ricerca, quei completamenti sono senza dubbio statisticamente significativi, rappresentando sicuramente ciascuno il risultato di milioni di ricerche già effettuate. Siamo sempre in pars pro toto, metonimia dove la parte sta per il tutto e ci permette di trarre inferenze, ma i numeri in gioco situano il giochino ben al di là del campione rappresentativo: a meno che Google non intevenga nella modalità di presentazione, credo si tratti veramente di una fotografia fedele dei pensieri e degli interessi di metà degli italiani (il che permette anche di comparare nazioni tra loro, e vergognarsi di quello che mediamente gli italiani cercano in Rete, ovvero puttanate televisive).

Qui ho messo un po' di esempi.

21 marzo 2010

Pantalone pagherà

Commedia dell'Arte. Come la Satira, la Commedia è cosa tutta nostra. Tre, quattro secoli di egemonia culturale italiana in tutta Europa, dalle corti rinascimentali alle rappresentazioni per i regnanti francesi, al teatro inglese del Seicento, per tornare a Goldoni e diventare, perdendo le maschere e le acrobazie, l'infinito repertorio compiutamente borghese delle trame e delle situazioni, degli intrecci amorosi, delle complicazioni insolubili e delle soluzioni complicate. E tutti quei personaggi, signora mia, capaci ciascuno di cogliere due o tre caratteristiche al massimo dell'eterna natura umana, il fanfarone la furbetta lo sciocco l'avido l'assennata il lascivo e il brillante, eppure sempre in grado di raccontare su un palcoscenico la grandezza e la miseria in cui ci dibattiamo nell'affannosa ricerca di un senso della Vita, l'Universo e Tutto Quanto.

Insomma, possibile che non si trovino dei Brighella e Arlecchino, una sveglia Colombina capaci di ridicolizzare, smascherare addirittura, questi Pantalone che ammorbano l'italia?

18 marzo 2010

Estremo congedo 2.0 aka Lutto in salsa social

Funeras è il portale dedicato al lutto.
I necrologi con le informazioni sui funerali sono aggiornati quotidianamente.
I defunti , che riposano nel cimitero virtuale, hanno uno spazio riservato alla loro memoria dove parenti,amici e conoscenti condividono il dolore con condoglianze, dediche, messaggi commemorativi, foto e video.
I familiari inoltre possono ringraziare per la partecipazione al lutto e comunicare la data del trigesimo e anniversario in memoria della scomparsa dei loro cari.
Non mi piace punto la locuzione "in salsa social" che talvolta si legge sui media per raccontare qualsiasi sciocchezza riguardi il web attuale. Fisime personali.
Però mi piace Funeras.it. Un portale italiano per i morti, e relativa partecipazione 2.0 al lutto. Oh, mica è il primo, ce ne sono molti, ma questo è italiano e moderno, permette bene interazione con e tra coloro che rimangono..

Ci penserà anche Google, prima o poi, una cosa per i morti e una cosa per i neonati, è impossibile non accada. Basterebbe interfacciarsi con gli uffici anagrafe, se questi buttassero fuori uno straccio di feed ben fatto. Ma anche il magazine digitale cittadino dovrebbe offrire questo servizio, sapere chi (quanti) siamo è la base della self-percezione della comunità locale. Anzi, direi che si tratta proprio di un servizio pubblico, se ne dovrebbe far carico proprio il sito della PA. Cittadinanza digitale, insomma.
Poi le statistiche sarebbero interessanti.
Fino a ieri si misurava, e in italia poi con sua la ritualizzazione estrema dei momenti di passaggio figuriamoci quanta letteratura, la fama di una persona in base al numero di partecipanti al suo funerale, e in seconda battuta con le partecipazioni e le segnalazioni sul quotidiano locale. 
Vedremo qui su web chi riesce a superare i mille commenti anche da morto. Voglio le classifiche della mortosfera.
Certo, sarà necessario un controllo a manina su quanto scrivono i familiari e i fans dell'estinto - così scrivono - perché va bene diffamare i vivi e ti chiudo il blog, ma non te la prendere coi morti.
Mi vengono sempre i mente i foglietti di annuncio lutto che nei paesi si vedono ancora attaccati sui muri, nelle bacheche pubbliche e sui pali della luce. Chissà se ci sono nella giurisprudenza dei processi per imbrattamento degli annunci mortuari su carta affissi in giro. Chiaramente lì è più difficile, qui abbiamo l'IP del commentatore, là è tanto se scopri la marca della penna, fatta salva la perizia calligrafica o la flagranza di reato.

Questa qui di Funeras è gente di vicino Padova, sembra. Potrei dire loro di curare maggiormente la grafica, perché quel loro sito lo vedrei bene uguale per vendere olio lubrificante sintetico per motori a due tempi (tempo di Vespa, quasi), solo cambiando le scritte.
Però al sito ci planate sopra e già vi offre i necrologi geotaggati secondo la vostra provenienza geografica, ben fatta.

Saluto qui sotto Clelia, 97 anni, un nome d'altri tempi, le auguro buon viaggio, e che Hermes psicopompo le sia vicino. Non la conoscevo, non conosco i suoi parenti, ma mi è simpatica.
Sto pubblicando una cosa pubblica, con nomi e cognomi, dite che non posso farlo? L'ho trovato qui.
Mi disturba di più quel "scrivi la tua dedica" scritto gigantesco., sembra il fan club di un cantante pop. Sotto coi sinonimi, ragazzi, e stile innanzitutto, nel momento del trapasso. Anche gli sponsor, imprese funebri e marmisti, li terrei un po' più nascosti.

16 marzo 2010

Oltre i quattro minuti è prog

Da una citazione di Indie Snob, blog specializzato sui luoghi laghi comuni del mondo musicale, si è arrivati su Friendfeed a un'esplosione di creatività

14 marzo 2010

Factchecking a Udine, Quintarelli, Canciani e le antenne dei cellulari

A Udine da qualche settimana si parla molto di antenne per la telefonia. Ne hanno messe un paio un po' troppo vicino a delle scuole, nel tempo di una mattinata arrivano i tecnici e tirano su un mostro, nessuno nei quartieri ne sa niente, il sindaco Honsell prova a sostenere le ragioni dei cittadini a parole ma poi deve capitolare perché "il Comune ha le mani legate", ci sono direttive legislative precise che stabiliscono che una volta che i Comuni hanno offerto alle aziende di telefonia le mappe con i luoghi possibili di instalazione delle antenne, parere dell'ARPA favorevole, queste possono procedere senza indugio. 
La Regione FVG ci aveva provato a normare meglio la proliferazione selvaggia delle antenne, ma il TAR bocciò l'iniziativa, vinsero le aziende.

Poi oggi sul Messaggero Veneto prende la parola Mario Canciani, noto medico pneumologo, che cavalcando il malcontento popolare (il dottore è anche consigliere comunale di maggioranza a Udine, un po' di visibilità non fa mai male) sproloquia su risonanze magnetiche effettuate su persone mentre utilizzano un cellulare, la qual cosa non può semplicemente essere possibile, in termini scientifici. Non può essere presente un pezzo di metallo dentro la camera della Risonanza Magnetica, tutto qui, stop. Uscisse i casi di studio, per cortesia.

Di questo serious fact-checking vengo a conoscenza nientemeno che da Stefano Quintarelli, il quale pubblica oggi sul suo blog le parole di Canciani riportate dal Messaggero Veneto, avendo evidentemente a cuore il controllo delle informazioni pseudoscientifiche, spesso utilizzate pro domo di qualcuno, che vengono qua e là affermate con troppa leggerezza. 
Siam mica tutti allocchi, qui, ognuno sa un pezzetto di qualcosa e tutti insieme in Rete sappiamo tutto, più di quello che qualsiasi enciclopedia potrà mai riportare.

Il dottor Canciani ha anche un sito professionale dignitoso, adesso vado a segnalargli l'articolo di Quintarelli e vediamo cosa risponde, poi vi faccio sapere.

Per la cronaca: qui non stiamo disquisendo di cellulari sì o no, di inquinamento elettromagnetico... sto parlando di etica comunicativa da adottare nel pronunciare parole ai mezzi stampa da parte di un luminare della medicina, che per il fatto della autorevolezza della fonte vengono magari prese per buone da molti, senza che si inneschi una capacità critica nel recepire l'informazione.

Inoltre: chiaro che personalmente sono anche preoccupato dai livelli di inquinamento elettromagnetico, fondamentalmente perché non sappiamo bene con cosa stiamo giocando e perché come al solito qui si fanno le cose tenendo all'oscuro la cittadinanza, senza utilizzare strumenti per la progettazione partecipata di iniziative comunali, a vantaggio di aziende di cui per principio non mi fido.
In ogni caso, meglio avere molte antenne a bassa emissione, che poche molto potenti.

12 marzo 2010

Fondare arrogantemente la democrazia della Rete

Leggo fantascienza da quando ero alle medie, centinaia di Urania comprati usati in un negozietto buio strabordante di carta impilata, gestito da una matrona settantenne vagamente somigliante a Moira Orfei.
Negli anni Ottanta il cyberpunk di Gibson e di Sterling si innesta su Dick e Ballard, e tutto si avvita saldamente nel mio cervello adolescente.
Quando all'università Bifo mi faceva leggere Pierre Levy, prima metà Novanta, le visioni fluivano liberamente, visioni concrete e per nulla sorprendenti di una realtà imminente. Un mondo connesso, biblioteche ubique, intelligenza collettiva, rivoluzioni dei sistemi mediatici, economici, culturali, e quindi sociali.
Sono passati diciotto anni da allora, la stessa distanza che separa Woodstock da We are the World, giusto per parlare degli abissi, e anche perché mi ha sempre colpito che i ventenni fricchettoni del 1970 siano diventati i trentacinquenni cocainomani armani-paninari del 1985.
Quindi, sono decenni che mi girano per la testa certi pensieri, e comunque chiunque abbia letto quei cinque libri sulla Rivoluzione digitale usciti a metà Novanta non può essersi sorpreso poi molto di ciò che è successo nel mondo da allora a oggi, perché là dentro è tutto ben descritto. Bravi certo i guru storici (Kelly, Negroponte, Barlow, Levy, etc.), ma non era difficile prevedere certi sviluppi del web e delle forme culturali e tecnosociali, una volta compresa dall'interno la portata e la forza di quello che stava accadendo.
Quelli che nascevano diciotto anni fa oggi li chiamiamo nativi digitali, e non sono bambini, sono persone che votano.

Oggi alla Camera dei Deputati si è svolto un convegnone, sapete, intitolato "Internet è libertà".
Dopo diciotto anni di moti carbonari, finalmente la Cultura digitale emerge alla luce del sole, nel riconoscimento ufficiale delle parole pronunciate da cariche istituzionali nei luoghi di Governo di questa italia sempre buon ultima nel prendere sul serio le innovazioni sociali, specie se propagandate da eterni ragazzini che passano il loro tempo attaccati al computer, come vogliono le barzellette che giornali e tv continuano a propinare.
Guardo lo streaming del convegno sulla webtv della Camera (tre anni fa questa sembrava fantascienza), e ascolto Gianfranco Fini, anfitrione dell'evento, parlare di diritto di accesso a internet come diritto di cittadinanza, e penso che forse sì, qualcosa è sgocciolato attraverso la roccia. Poi tutti gli altri raccontano la loro, un po' mi annoio, un po' rido per le inevitabili baggianate pronunciate da chi queste cose non le ha imparate vivendole, ma gliele hanno raccontate, poi penso che quello che dice sciocchezze è un viceministro che sta legiferando proprio sulle libertà di internet e già rido meno. Leggete Boccia Artieri per una rapida visione critica dell'evento.

L'ospite d'onore del convegno è Lawrence Lessig, che tiene da par suo una lectio encomiabile di trequarti d'ora. Mi colpisce il suo far riferimento un paio di volte alla generazione futura, alle differenze "antropologiche" che ci separano dai giovani. Tant'è che alla fine del convegno, interpellato per un rapido intervento conclusivo da Riccardo Luna riguardo l'impressione che ha avuto della situazione italiana, Lessig sottolinea come negli States il dibattito politico non abbia ancora preso in carico tutti i risvolti "legislativi" e di diritto personale messi in fibrillazione dai comportamenti su web, come gli sembra invece che gli Stati europei stiano facendo, guarda un po'.
E poi aggiunge qualcosa di importante, secondo me. Parla esplicitamente, dopo i soliti battibecchi italiani sulle leggi e le censure governative, di una nostra generazionale "presunzione di democrazia", nel voler stabilire oggi per l'oggi quali siano i comportamenti giusti e sbagliati da normare, sempre concentrandoci su un presente ormai sorpassato, quando intorno a noi c'è appunto una nuova generazione che abita altre realtà mentali e culturali, perfettamente indifferente alle regole dei padri in quanto semplicemente non adeguate al loro mondo. Questa generazione non avrà nessun rispetto per la nostra presunzione di voler stabilire una democrazia, se questa democrazia non sarà costruita insieme a loro, che dovranno vivere dentro quelle regole nel loro tempo 
e in un mondo radicalmente differente dal nostro.

Update dopo la provavideo
Lessig, più meno letterale: "vi incoraggio a prendere sul serio la rabbia, riconoscere che la vostra presunzione di democrazia non è una presunzione che si tutela da sola. Si può proteggere quest'idea di democrazia se si ascolta la generazione dei nativi, in un dialogo che rispetti questa generazione".

10 marzo 2010

Accade a Udine

Due rapide notizie di cronaca locale, su fatti che riguardano la Rete.

Marco Belviso, tenutario del blog udinese Il Perbenista, è stato querelato dal coordinatore locale PdL Massimo Blasoni per 1,5 milioni di euro. Anche qui in periferia abbiamo qualcosa da raccontarci, eccheccazzo :)
Il bello è che Belviso è a sua volta "animale politico" del centrodestra, quindi abbiamo a che fare con faide interne. Il Perbenista è blog dichiaratamente "irriverente", a volte satirico, ma la cosa buffa è che gli viene imputato un realto di diffamazione a partire dai commenti, spesso anonimi, lasciati dai frequentatori.
Già la lettera di diffida dell'avvocato parte lesa, denominando Belviso quale "direttore responsabile" del blog, fa chiaramente capire che chi ha mosso la causa non ne capisce poi molto di internette, visto che un blog non è testata editoriale registrata e non ha quindi né obblighi né tutele simili a quelle della stampa cartacea. 
Il giudice non sarà vincolato, certo, ma esistono già sentenze in italia, Cassazione compresa, che stabiliscono nettamente gli àmbiti e la portata della libera espressione personale su web.
Il politico sensibilone chiederà e otterrà di veder rimossi i commenti ritenuti lesivi, ma si arriverà facile alla remissione della querela, e non ci farà una bella figura.
Qui la notizia sul Messaggero Veneto, qui e qui il blog di Belviso.

La seconda notizia riguarda il lancio da parte dell'Amministrazione pubblica del Comune di Udine di un vero e proprio giornale online, denominato Udinè, lo trovate qui www.udin-e.it.
L'ho aggregato, l'ho "sfogliato", mi sembra un giornale-vetrina, una cassa di risonanza delle comunicazione istituzionale, modello broadcast uno-a-molti, come al solito.
Il che è strano, perché Udine si sta muovendo abbastanza bene nell'interpretare correttamente e dar Luogo a strumenti di comunicazione verso la cittadinanza, utilizza i feed rss, possiede un canale youtube per alcune dirette di webtv, abita su facebook, offre siti istituzionali abbastanza ben disegnati, promuove innovazione nel backoffice utilizzando redazioni interne basate su applicativi web20 e GoogleApps, tanto per dire.
Ma qui c'è il problema: se i contenuti della comunicazione del giornale Udinè spesso ricalcano quelli già pubblicati sul sito del Comune di Udine e sul "portale Cultura", quale bisogno c'era di questo nuovo Luogo web istituzionale?
Certo, è stato appena lanciato, auspicabilmente nel futuro vedrà meglio implementate delle aree dedicate all'interazione diretta con la cittadinanza (blog urbani, forum, bacheche interattive, mappe), vedremo.
Ne parla un consigliere comunale di Udine, Fabrizio Anzolini, uno che sta con l'Unione di Centro di Casini e di cui spesso non condivido i contenuti, mentre sul piano della forma gli potrei consigliare di scrivere sul suo blog in prima persona, con tono conversazionale e non sempre tramite dei comunicati-stampa... ne guadagnerebbe la qualità del dialogo con i cittadini.
Ma questa volta devo dire che ha perfettamente ragione nell'interrogarsi sul significato di questo nuovo strumento comunicativo dell'Ente locale.

06 marzo 2010

Chi si indigna?

Benissimo, egregio elettore di destra, dopo questa cosa incivile del decreto interpretativo per la riammissione delle liste escluse dalle Regionali non ti restano molti alibi.

O hai la testa, o hai la coscienza, o nessuna delle due.
Se hai testa e coscienza, è già un bel po' che non voti questa destra.
Se hai la testa ma non hai la coscienza, opportunista mascalzone, voterai comunque destra per qualche tuo infimo e egoistico tornaconto personale.
Se hai una coscienza ma usi poco la testa, confido stavolta non voterai destra, perché anche un bambino di otto anni conosce l'importanza del rispetto delle regole del gioco. Puoi farcela, puoi astenerti.
Se non hai né testa né coscienza sei un animale da cortile, continuerai a votare come hai sempre fatto senza farti domande, quasi certamente voterai destra perché ti sfuggono i ragionamenti più lunghi di venticinque sillabe e questa cosa complicata che chiamano democrazia, a te che ti aspetti di essere comandato, in fondo ha sempre dato fastidio.

Non potendo quindi per certe personali scelte di vita porre le mie speranze di miglioramento sociale nella stupidità imprevedibile e incontrollabile di cui molti italiani danno segno quotidianamente, non mi resta che aver fiducia nel senso di nausea che i comportamenti degli attuali governanti auspicabilmente suscitano nei loro stessi elettori.
"Aver fiducia nella nausea" è esattamente la misura dell'inciviltà in cui ci dibattiamo.

04 marzo 2010

Il sondaggio è mio, lo gestisco io. Anzi, lo cancello.

C'è questo sito del Club della Libertà, uno di quei siti col sorrisone di Berlusconi nella testata, che io spero scompaia come lo Stregatto e rimanga solo il sorriso e poi sparisca anche quello.

Su quel sito, la segnalazione correva in rete ieri e stamattina, avevano pubblicato un sondaggio che diceva "Trovi giusto impedire ai lettori del centrodestra di votare i loro candidati per formalità burocratiche?" e tralascio le considerazioni sul modo di porre la domanda.

La risposta più votata, da subito, era stata "Sì, le regole sono regole". 
Ora, io non credo che tutti i "comunisti eversivi" d'italia passino il loro tempo a frequentare i siti berlusconiani per sfotterlo; con buona probabilità chi ha espresso il proprio giudizio nel sondaggio è un elettore del Popolo della Libertà che con buon senso considera il rispetto della forma e delle regole una delle caratteristiche fondanti della democrazia, a differenza degli eletti in quello stesso partito e altri affini che non temono invece di delirare nel definire vuota burocrazia l'attenersi alle procedure.

Stamattina rileggo la notizia in questione da Sofri: il 97 percento dei votanti diciamo che non segue quello che i promotori del sondaggio si aspettavano in termini di sostegno alla versione "ci vogliono impedire di votare". Clicco e vado a controllare anch'io il sondaggio. Mi accorgo che è cambiata la data di scadenza delle votazioni, anticipata dal 7 marzo al 4, come si può vedere nell'immagine sopra. Il tutto è successo verso mezzogiorno di oggi.
Poi il sito ha cominciato ad avere problemi ahi ahi ahi di visualizzazione, non risultava raggiungibile, fino a quando intorno alle 14.00 il sondaggio risultava terminato (!), e le percentuali indicate erano ferme all'86% a favore di chi riteneva giusto impedire di votare dei cialtroni che non solo non sanno consegnare le firme ma soprattutto non si vergognano di aprire bocca in seguito ai loro insostenibili errori. Qui su Friendfeed la discussione minuto per minuto.

Ulteriore colpo di scena: il sondaggio alle 17.00 risultava cancellato, come pure gli oltre 400 relativi commenti. Percentuali azzerate.
Ma che belle personcine. Che stile. Vabbè, è un sondaggio loro, su un loro sito, possono fare ciò che vogliono. Ma che non sanno comportarsi nel comunicare, glielo voglio proprio dire.


Update: Metilparaben illustra lo svolgersi della vicenda.

03 marzo 2010

Inverosimile come la realtà

Ci sarebbe da delineare la differenza tra immaginazione e fantasia, prima di andare avanti a scrivere cose taglienti come un coltello per il burro che però ciurla nel manico, e il manico sarebbe questo blog.
Wikipedia non aiuta, [fantasia] rimanda a [Fantasia_(filosofia)] la quale altro non è che la voce [immaginazione] con un altro titolo, e qui si trovano un po' di solite cosette filosofiche, trattate con leggerezza. 
Ma io volevo parlare dell'oramai proverbiale frase "la realtà supera l'immaginazione", che ricorrendo alla nota diatriba "è la Natura che imita l'Arte, o viceversa?" può essere in buona misura ridimensionata sottolineando che la realtà se ne frega di essere verosimile.

Infatti, quando un bimbo di 4 anni inventa una storia per nascondere una marachella o un omicida di qualunque età inventa una storia per nascondere una maraca (che immagino essere il non-vezzeggiativo di marachella), cercherà comunque di tessere una trama verosimile, perché ne va di mezzo la credibilità. 
Questo mi porterebbe a indagare la correlazione tra verosomiglianza e credibilità, e quindi a discettare di universi di discorso, attese del lettore, orizzonti di senso, contesti narrativi, disgiunzioni isotopiche e enciclopedie echiane, sociologie della ricezione, dell'interpretazione come negoziazione tra i parlanti, ma in questo momento ho in mente solo il panino speck e stracchino che sto mangiando.

Il fatto è che quando raccontiamo una storia, o ci immaginiamo qualcosa che possa accadere o essere accaduto, cerchiamo di essere verosimili. Pensiamo già da dentro un'orizzonte di verosomiglianza, ci diamo delle regole e siamo creativi dentro le regole del vero. Che poi non è vero per niente, essendo pur sempre una storia che ci raccontiamo a noi stessi. 
Roba vecchia, eh, ci pensò quello scettico insuperabile di Cartesio col suo dubbio radicale quattrocento anni fa a stabilire che noi possiamo avere certezza di quello che pensiamo, ma nessuna verità di come il mondo là fuori sia messo.

Poi arriva la Natura che ci mostra un ornitorinco, e la reazione fu è incredibile, perché è inverosimile che un'animale faccia le uova e allatti i piccoli eccetera eccetera. 
Ahimè, la Natura, la Realtà se ne sbatte altamente le chiappe con una zampa palmata di ornitorinco femmina della nostra incredulità. 

La realtà non ha bisogno di essere verosimile, tutto qui. 

Il verosimile è cosa umana, la realtà no, ahah. Evviva gli universi del discorso. "Realtà" e "verosimiglianza" abitano in posti diversi, sia fuori di noi sia dentro i linguaggi che usiamo. E cerchiamo di uscire da questi angusti pensieri antropocentrici, suvvia.

Prendiamo spunto dalla cronaca, invece, per allargare il nostro concetto di realtà possibile.
Dice Metilparaben: "Per un attimo ho avuto la tentazione di fare un altro generatore automatico, ma l'idea del capo del Consiglio superiore dei lavori pubblici arrestato per corruzione nell'ambito di un'inchiesta sul G8 che organizza incontri omosessuali occasionali avvalendosi della collaborazione di un nigeriano appartenente al coro San Pietro è praticamente inarrivabile anche adoperando tutta la fantasia possibile.
Mi sa che per questa volta passo."
A inventarla, ti direbbero non è credibile, è inverosimile. E invece.
Essì, è proprio bella la realtà quando ti fa inciampare, e sbatti il ginocchio contro la credenza.