25 febbraio 2010

Cosa sta per succedere?

Ogni giorno, ne accadono di tutti i colori. Io son qui che aspetto la social revolution.



Se aspetti anche tu, inganniamo insieme l'attesa pensando alle cose che abbiam perso lungo la strada. THINGS WE LOST ALONG THE WAY by Dakota Suite

22 febbraio 2010

Pubbliche Amministrazioni reticenti, ovvero "I furbetti della trasparenza"

Non intendo indignarmi, né rincorrere scandalismi.
Ma alla base c'è un fatto: i siti istituzionali governativi nascondono informazioni ai motori di ricerca. Ah, italietta. 

PA - Certo che abbiamo pubblicato i dati!
GJ - Ma con Google non trovo niente!
PA - Certo, li abbiamo resi difficilissimi da trovare!!
GJ - ...

E tenete presente che proprio l'Operazione Trasparenza promossa da Brunetta prescrive che certi dati debbano essere pubblicati sui siti delle Pubbliche Amministrazioni:
La legge n. 69 del 18 giugno 2009 ("Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile") impone, all’art. 21, comma 1, che tutte le pubbliche amministrazioni debbano rendere note, attraverso i propri siti internet, alcune informazioni relative ai dirigenti (curriculum vitae, retribuzione, recapiti istituzionali) e i tassi di assenza e di presenza del personale, aggregati per ciascun ufficio dirigenziale.
Pubblicati sì, ma non rintracciabili. Se seguite il link sopra per l'Operazione Trasparenza, trovate che nella stessa pagina del sito innovazione.gov vi è un collegamento per un file in .pdf intitolato "Accorgimenti tecnici per impedire l’indicizzazione nei motori di ricerca".

E' sufficiente modificare il file robots.txt del sito, e tutto diventa impermeabile. Che ridere.
Trovate la notizia da Vittorio Pasteris, da .mau., su Noisefromamerika, leggete anche i commenti. 
I furbetti della trasparenza, sì, abbiamo.

Chiramente, ho provato subito a vedere quanto dell'attuale sito della Regione Friuli Venezia Giulia sia "oscurato" all'indicizzazione da parte dei motori di ricerca.
Beh, praticamente tutto. http://www.regione.fvg.it/robots.txt

Metto anche uno screenshot, 'spetta.


UPDATE: smanettando un po' con le opzioni di ricerca di Google, sono infine riuscito a trovare le retribuzioni dei dirigenti regionali FVG. Evidentemente la directory "amministrazione" non è tra quelle inibite all'indicizzazione. Beh, meno male.
Resterebbe da sapere il motivo di quel file robots.txt che vedete qui sopra, ma posso capire che ci possano essere motivi di privacy, di qua o di là.

UPDATE 2 - 19 marzo
Il sito governativo mostra modifiche nell'architettura, gli indirizzi url sono cambiati. Leggete i commenti.

20 febbraio 2010

Zambardino: la narrazione del cambiamento

 

Lo scorso 15 febbraio si è tenuto a Milano un incontro pubblico con Vittorio Zambardino, Massimo Russo e Marco Pratellesi, nell'ambito di Meet the Media Guru.

I temi affrontati – la crisi del giornalismo tradizionale, i molti pericoli che corre il web, il contrasto tra apologeti della rete e neo-luddisti – hanno contribuito a fare emergere alcune delle aree grigie disseminate all’interno della rete e a evidenziare i dogmi e gli stereotipi per combattere i quali Zambardino e Russo pensano siano necessarie le nuove eresie raccontate nel progetto Eretici Digitali: un manifesto, un blog e un libro edito da Apogeo. (da MeettheMediaGuru)
Era possibile inviare delle brevi domande da porre ai relatori, in formato video, cosa che ho prontamente fatto. Non penserete mica che un cellulare serva solo per telefonare, oggidì.

Comprensibilmente, per chi legge questo blog, il focus del mio intervento riguardava la narrazione del cambiamento, quindi le possibili strategie comunicative (le retoriche, le argomentazioni, lo stile) da adottare per veicolare una promozione della Cultura digitale nella società italiana, al di là di quelle solite banalizzazioni e dei soliti toni scandalistici o terroristici utilizzati nel passato e ancor oggi dai media tradizionali che di fatto impediscono la diffusione nell'opinione pubblica di una serena presa di coscienza rispetto alle potenzialità offerte da questa nostra Era digitale.
E Vittorio Zambardino mi ha anche rapidamente risposto, qui trovate i video, proprio sottolineando come questo sia il momento di tener duro, per evitare che vecchie logiche di potere, vecchie narrazioni molto interessate tentino di mettere un loro sigillo, soffocante e normativo e paralizzante, al rapido fluire delle nuove forme di Cittadinanza digitale.

Dopo aver visto i video, date con calma un'occhiata a Eretici digitali: credo veramente si tratti di uno dei luoghi eccellenti italiani nell'elaborazione di una consapevolezza riguardo alla Transizione digitale.


12 febbraio 2010

Buzz, privacy, ecologia relazionale


Oggi ne parla anche DeBiase: "La dimensione pubblica è il grande territorio nel quale emergono i materiali di idee e informazioni con i quali si formano le decisioni collettive ed è bellissimo che si allarghi - con i media sociali - al contributo attivo di molte più persone. Ma quelle persone devono poter scegliere che cosa delle loro idee e personalità è pubblico e che cosa è privato. E questo avviene soltanto grazie alla loro consapevolezza."

Questo perché Buzz ha osato molto. Rende visibili le cerchie sociali basandosi sui contatti frequenti della Gmail, dimodoché tutti possono a partire dal mio profilo venire a conoscenza di chi frequento, e la gente ti giudica a seconda di chi frequenti. Metti che scambi mail con uno zoppo, molti penseranno che il tuo vero nome sia Claudio.

Ma il pensiero della privacy non mi preoccupa, di certo già ora non può più essere normato dall'alto stabilendo la legittimità di utilizzare immagine pubbliche di cose e persone, proprio perché il concetto di pubblico (una piazza, un social network) è radicalmente cambiato. Giustamente, serve consapevolezza. So di essere in pubblico, e agisco di conseguenza: il mio fare e il mio dire sono pubblici, se compiuti in pubblico, e non mi appartengono più.

Quindi Buzz rendendo percepibili le reti relazionali, innazitutto a me stesso, le ha fatte emergere dal calderone ambiguo su cui pensavo di avere magari un certo controllo, e ci obbliga lateralmente a diventare consapevoli. Induce segmentazione nell'indifferenziato. A me spetta decidere quanto voglio far trapelare di me in pubblico. Buzz ci costringe a esplicitare a noi stessi le nicchie ecologiche mentali e operative dentro cui posizioniamo i contatti amicali o professionali, quindi sta svolgendo una funzione educativa, poco da fare, come già Facebook e relativi scandaletti di pubblicazione di materiale inopportuno ci insegnano, e tutti ci siamo affrettati a comprendere le opzioni di privacy permesse dall'ambiente social specifico, dove i progettisti del software lasciano tutto aperto (in fondo, son luoghi pubblici, no?) e a noi spetta decidere quanto chiudere.
Per una volta, un'Etica della responsabilità di stampo nordico, che significa avere consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni, piuttosto che un'Etica mammona molto latina, dove tutto è strettamente regolato e agli utenti visti come adolescenti ribelli non resta che infrangere limiti per divenir soggetti adulti.
Qui non c'entra il senso di Colpa, roba da confessionale cattolico, privato, qui siamo in ambienti sociali, qui quello che funziona è la Vergogna, da espiare in pubblico.


10 febbraio 2010

#Buzz


Così, Google l'ha fatto. Parlavo l'altro giorno di dispositivi che rendessero visibili i flussi relazionali, auspicando una reperibilità dei contenuti e dei contesti di enunciazione che andasse oltre il semplice tracciare i link tra le persone, ma fosse in grado di mostrare le reti di affinità, l'alone identitario.

Dice Jeff Jarvis che Google ha fondamentalmente sempre fallito nei suoi tentativi di costruire strumenti che insistessero sulla triade Social, Local e Live.
GoogleBuzz interagisce con le reti sociali cui già apparteniamo, tramite la rilevazione dei contatti dalla mail, da GTalk, dal GReader, da Youtube, dalle condivisioni che operiamo con Twitter e Friendfeed (clicca qui per la tua Cerchia Sociale), via GProfile.
GoogleBuzz reca traccia geotaggata dei propri messaggi, funziona interagendo con GMaps installato sul cellulare, ovvero con Latitude.
GoogleBuzz è flusso vivo di conversazione, anche se a mio parere non c'entra molto con GWave o con Friendfeed, vivendo molto più sulla nuvola che ora chiamerei CrowdCloud, e la nuvola tocca terra (e molti paventano diventi nebbia, cioè confusione) dentro la mia GMail, non dentro una pagina web, e un domani anche dentro l'aggregatore GReader, il che mi pare più pertinente per nutrire la nuvola di contenuti che vadano oltre il ciaociao, qui c'è il sole.
Che l'abbiano messo dentro la mail, non è cosa che viene ben vista. si tratta di invasione di luogo privato, per come la casella di posta viene percepita.
C'è da comprendere come funzioni GoogleVoice, come si intende interfacciare l'eloquente territorio (le segnalazioni anche commerciali dentro GMaps) con le reti sociali, nei flussi di lifestreaming.

Vi dirò: l'idea mi piace. Dobbiamo acquisire competenze sul suo significato e sul suo utilizzo concreto, superare l'impressione di caoticità del condividere "tutto con tutti ovunque sempre" (il mio primo buzz), ma si tratta di una porta verso la status-sfera e oltre indipendente dagli "stabilimenti d'umanità" (Facebook e similia), indifferente ai Luoghi, che ci porta ad abitare direttamente la Rete come nuvola relazionale, senza creare account su socialnetwork, ma semplicemente accedendo alla Grande Conversazione con la nostra googleidentità.

Linko giusto Jarvis su BuzzMachine (un precog), un articolo su TechCrunch che prende le mosse dalle reazioni a Buzz di Buchheit, inventore di GMail e Friendfeed, un altro articolo su TechCrunch dedicato agli aspetti social, i Googlisti, una discussione su Friendfeed.

08 febbraio 2010

AveMaria, lavami il cervello

Che schifezza. Guardavo e stavo male. Minuti interi, su Telechiara, decine di bambini che recitavano l'Avemaria, e poi di nuovo, e poi di nuovo, sarà andato avanti per venti minuti, ossessivamente. Ogni giorno, ovunque nel mondo, migliaia di bambini stuprati nella mente, costretti a litanie di cui non capiscono il significato sotto lo sguardo severo della suora, gli incubi per il timore di impappinarsi davanti a tutti e pure in televisione (ma questi saranno stati scelti per la loro bravura), una sacralità inculcata a forza nella ripetizione ipnotica, nella mancanza di senso critico per via dell'età sempre minore dei fanciulli su cui intervenire.
E una televisione oscena, magari pagata con i soldi ambigui dell'8x1000 e con inserzioni pubblicitarie, che di questo nutre i propri palinsesti, del gloriarsi dell'efficacia con cui agisce la religione cattolica - e lo stesso orrore provo per tutte quelle così inumane da rivolgersi ai bambini - nel plagiare le menti.
Il reato di plagio non esiste più in italia, ma abbiamo quello di circonvenzione d'incapace. A mio parere, si attaglia perfettamente.



Art. 643 Codice Penale - Circonvenzione di persone incapaci
Chiunque, per procurare a se' o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d'infermita' o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, e' punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 euro a 2065 euro.

04 febbraio 2010

... what we have been waiting for, da mo'

Ne ho parlato molte volte, ma non ho nessuna voglia né mi piace autolinkarmi: usate il motore qui a fianco, sul blog. Venite a trovarmi. Parole chiave come websocialità, tecnologia tracciante, l'emergere e la visibilità delle reti sociali, prossemica digitale, abitanza... ecco, cercate "blogroll" e troverete dei nuclei di ragionamento pertinenti.

Perché nei blog, primi Luoghi conversazionali identitariamente connotati, i blogroll erano le boe di segnalazione delle reti sociali di partecipazione, erano cotesto che provvedevano contesto, legittimamente rientravano nell'interpretazione degli scritti e del loro autore.
L'elenco dei blog seguiti delineava conseguentemente la nostra appartenenza a determinati cerchi di affinità tematica o stilistica, permettendo in chi ci leggeva di raffigurarsi la nuvola di socialità digitale dove collocarci. Nasceva la percezione di un ecosistema, nicchie e habitat, come da sempre l'umanità è fatta di gruppi che si intersecano, e una volta bisognava essere un gruppo grande per avere la forza di diventare visibili (costruire torri, fondare partiti politici).
Ma quei blogroll erano espressione della nostra volontà di dare immagine della nostra nicchia ecologica, erano segnaletica negoziata e patteggiata nello scambio link, erano frutto di frequentazione assidua e duratura di altri blog, quando non c'erano i feed, non c'erano aggregatori automatici, bisognava recarsi di persona fin dai nostri a mici e andare a trovarli a casa loro, insomma era tutto romanticamente unopuntozero, e saper mettere un
al posto giusto ti salvava tutta la grafica sbilenca.

Poi, sappiamo, ci fu la grande esplosione del web sociale, di cui i blog sono primissima espressione grazie a quel bottone "Commenti" che abilita il dialogo; un blog con i commenti chiusi non è considerato un blog nell'accezione comune, ma una pagina di espressione personale, quando i blog erano ancora web-log, senza scintille di socialità. Peraltro credo che le grammatiche della socialità allora sancite (esistevano da prima, alla base ci sono i valori diffusi della condivisione e dell'orizzontalità del web stesso) dai blog facciano tuttora sentire il loro effetto sulla conversazione in Rete, tant'è che in giro ci sono guerricciole tra chi vorrebbe rimanere vicino a quegli stili comunicativi, e chi invece formatosi già dentro i social network pratica differenti approcci alla conversazione online, adotta diversi atteggiamenti rispetto a esempio alla necessità di provvedere contenuti articolati, di provare a fornire apporti originali, di aver cura degli spazi interpersonali al fine di offrire ospitalità e garantire apertura al dialogo.
Non che questo oggi non avvenga, ma i barbari hanno il loro stile, tutto qui. Nuove forme di civiltà nasceranno, perché siamo sempre dentro un dialogo tra le esigenze di espressione personale, strumenti per comunicare, e ambienti sociali dove una innovazione tecnologica o una modificazione minima dei comportamenti induce cambiamenti negli altri componenti e quindi nell'intero ecosistema. Chi per primo ha colonizzato questi Luoghi antropici digitali, acquisendo autorevolezza agli occhi degli altri per la propria capacità di aver saputo individuare e abitare ben arredandola una precisa nicchia conversazionale, si trova un po' a disagio ora che tutto sta cambiando in direzione di una socialità talmente ampia e esplosa da non poter essere inquadrata e governata con un semplice blogroll.

Il problema è la visibilità ovvero la percezione delle reti sociali digitali, dicevo.
Il blogroll era un segno (un sintomo, per la precisione, in quanto segno "fisicamente" connesso con ciò che era da riportare) della mia rete sociale, ma con l'esplosione dei Luoghi digitali abitati quali communities, stabilimenti di umanità come i socialnetwork planetarii, gli ambienti di lifestreaming, con milioni di nuove persone che accedono al web e con il moltiplicarsi del mio dire in decine di discussioni e posti diversi, come tenere traccia della mia partecipazione alla Grande Conversazione, come riuscire a avere una rappresentazione adeguata della mia identità sociale, come poter indagare le reti relazionali su web? Come si propagano le idee?
Teniamo presente che un mucchio di gente è interessatissima a questa cose, sociologi e psicologi e webantropologi, microinterazionisti, analisti conversazionali dei social media, professionisti del marketing attenti alle profilature degli utenti e ai loro comportamenti più o meno nomadi o stanziali, giornalisti, animatori di communities ludiche o professionali, designer di software per dispositivi mobili connessi, operatori dell'industria culturale consapevoli del valore odierno del passaparola e del virale e della disintermediazione, economisti e pedagogisti e formatori, progettisti della pianificazione territoriale e delle nuove forme urbanistiche.

Beh, figuratevi, ci han sempre provato a costruire queste rappresentazioni della socialità online. Classifiche di blog che emergevano da algoritmi per il calcolo della notorietà fondati su analisi dei link in ingresso e in uscita, dei click effettuati, rimandi su rimandi intertestuali da organizzare magari graficamente per meglio comprendere a colpo d'occhio l'intersecarsi delle galassie conversazionali, troppo complesse per essere descritte.

In ordine di tempo, spetta a Vincenzo Cosenza aka Vincos l'ultimo tentativo nell'aver provato a rendere visibili le reti sociali digitali, realizzando una buona mappa della blogosfera e affini con strumenti specifici per l'analisi di "strutture di comunità". Oltre alla rappresentazione quantitativa offerta dal numero dei collegamenti, in grado comunque di far emergere i maggiori hub della Rete italiana, Vincenzo sta curando la pubblicazione di ulteriori post in cui prendere in considerazione i "naturali" raggruppamenti dei blog analizzati secondo cluster capaci di mostrare appunto le affinità tematiche.
In realtà, come facevo parlando di tecnologie traccianti, a me interesserebbe avere strumenti per poter percepire le nebulose della partecipazione, poter raffigurare i commenti e gli interventi ovunque essi appaiano, che potessero mostrare il mio abitare attivo e le intersezioni con persone e gruppi.

Vi è poi un'altra possibilità di analisi, per l'emersione delle reti sociali a cui partecipiamo. Ne parlavo anche di questo, cercate Connect su in alto, quando qualche mese fa sono comparsi dei widget (Google Friend Connect, Google Profile, Facebook Connect) da mettere o da sottoscrivere qui e là sui nostri luoghi di frequentazione.
Google deve averli fatti un po' girare, e questi dispositivi cominciano a dare dei frutti, permettendo di cogliere la cerchia sociale dentro cui sguazziamo. Ma si può fare decisamente di meglio.

03 febbraio 2010

Darth Berlus

Avete letto? Berlusconi, guarda un po', si fa ritoccare le foto. Maldestramente.

e-Honsell


Honsell è un informatico old school. Un matematico, in realtà, che poi si è appassionato ai linguaggi di programmazione. Come mi disse una volta in una chiacchierata volante, sa benissimo costruire un sistema operativo usando il blocco note, ma di tutta questa roba di web non ne sa poi molto.

Però oggi via Messaggero Veneto Honsell racconta la sua visione da Sindaco per Udine digitale, e ci sono frasi da cui emerge una certa consapevolezza riguardo le dinamiche dell'abitare online, il momento duepuntozero, le politiche per la riduzione del digital divide come possibilità concreta di partecipazione dei cittadini alla discussione pubblica. Tra le righe, si trovano spiragli di e-government e di e-democracy. Vedremo.
Magari nel frattempo potrebbe aprire un suo personale Luogo disintermediato, per promuovere conversazione.