28 gennaio 2010

Cittadino digitale naturalizzato

Io abito in rete, questo voglio dire. E anche se non sono un nativo, ma un cosiddetto immigrato, ormai sono un cittadino naturalizzato delle lande digitali, le ho costruite un po' anch'io, ho fatto le battaglie per la Cultura digitale, eccetera.

Tutto questo perché ogni tot di tempo riemergono le discussioni sul significato e sulla portata dell'espressione "nativi digitali", a partire dalla definizione iniziale di Prensky del 2001.
Anche se ho già fatto notare che l'espressione "immigranti" (e quindi "nativi", per correlazione immediata) sia presente nella Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio di Barlow, del 1996.

Cercate nativi digitali su Google, io ne ho parlato qui e qui, per non dire di tutte le volte che ho lasciato interventi kilometrici sui blog altrui, soprattutto quelli che trattano di formazione scolastica o in generale di educazione alle nuove generazioni.

La mia idea era che sì, siamo immigrati, i nostri schemi mentali non si sono sviluppati a contatto con gli ipertesti, siamo fatti di libri che ci agitano dentro, siamo meno multitasking, attribuiamo intelligenza e profondità a argomentazioni ipotattiche e diffidiamo un po' di chi ragiona per paratattiche e costruzioni grammaticali fatte di coordinate, anche se qualche filosofo ha detto che "la verità è in superficie" rimaniamo dubbiosi, l'idea che le cose importanti siano ben nascoste (una cosa rinascimentale-neoplatonica-alchemica, in fondo, come ripresa dei Misteri e della Gnosi) è sempre lì che orienta il nostro sguardo, in fondo non capiremo mai veramente la Cultura digitale, i nativi digitali sviluppano modalità cognitive che non ci apparterranno mai, nessuno abita territori e tutti abitiamo linguaggi (vero) e loro abitano appunto altri linguaggi, lo scarto generazionale è incolmabile, i barbari ci seppelliranno, noi siamo tardivi digitali, siamo traghettatori della Cultura umana nei nuovi Luoghi di Abitanza digitale, siamo esploratori e forse abitanti nomadi ma non siamo i primi coloni stanziali dei nuovi Territori immateriali ecosistemici della Conoscenza, come formatori dobbiamo mediare in noi stessi la nostra inadeguatezza rispetto ai giovani e accordarci ai nuovi contesti educativi, e via andare.
Tutto vero, ma sono pensieri, guarda un po', binari. O così o cosà, bianco e nero. Le semplificazioni dei pionieri, che han bisogno di capire rapidamente il mondo sennò vanno in confusione, quindi tranciano giudizi frettolosi, e per giunta sulla base di una cultura inadatta a comprendere i nuovi fenomeni.

Ora, io sono nato nel 1967. Al momento, e spero per molto tempo ancora ma dubito, ho 42 anni.
Da bambino vedevo arrivare la tv a colori e la radio FM, avevo una macchina fotografica e una cinepresa in super8 per le mani, mi spiegavano il telex, giocavo a videogames nei bar con Asteroid e PacMan, smontavo oggetti tecnologici fatti di cose elettrotecniche o elettroniche, compravo riviste di elettronica con il kit faidate per costruire allarmi sonori, ragazzino rubavo manciate di led rossi nelle fiere dell'elettronica per costruire impianti di "luci psichedeliche" fatti stagnando condensatori a un filo elettrico collegato all'altoparlante della radiolina, i miei amici avevano lo ZX Spectrum o l'Amiga nei primi Ottanta con cui programmavamo in Basic un gioco della bottiglia che assomigliava tantissimo alla schermata dell'ora esatta in TV, il manuale delle GiovaniMarmotte mi insegnava a scrivere in codice Morse o a costruire una antenna, usavo registratori a quattro piste e facevo i radiogiornali con le colonne sonore, a quattordici anni insieme al rock settantone mi son beccato tutto il synthpop dritto nei neuroni, a diciassette anni smanettavo gli oscillatori del mio defunto synth Poly800 e batterie elettroniche, per ballare da 25 anni preferisco la musica elettronica, ho fatto cose su un palco usando campionatori, sono cresciuto con narrativa o telefilm di fantascienza dove dispositivi elettronici da SHADO a Neuromancer a Avatar sono ubiqui, chattavo con il Videotel nei primi Novanta e guardavo le BBS degli amici informatici, ho imparato a usare il PC per scrivere e giocare, ho un cellulare dal 1998, eccetera eccetera.
Ho 42 anni, credo di essere la "soglia alta", tutti i miei coetanei e tutti quelli più giovani sono come me cresciuti immersi in un ambiente elettronico, poco da fare. Ci siamo cresciuti dentro.

Non è che per capire la Cultura digitale devo cadere per forza nelle categorie di nativo o di immigrato, che sia chiaro sono uno spartiacque temporale, fondato sull'essere nati prima o dopo il 1990, ma poi perdono significato se indagate secondo le competenze digitali individualmente possedute, nel nostro essere cognitivamente o antropologicamente orientati all'abitare qui dentro.
Internet l'han fatto dei vecchiacci come noi, i giovani ci abitano con modalità loro, i loro figli muteranno ancora il senso dell'abitare indifferentemente in Luoghi biodigitali.

Lo scopo finale dell'educazione è formare cittadini, proattivi attenti critici e consapevoli. E chiaramente penso anche alla Cittadinanza digitale. E i nativi digitali devono essere formati da persone che devono avere anche competenze di cittadinanza digitale nel loro bagaglio culturale, altrimenti non funziona. Non possono insegnare a sé stessi da soli, i ragazzi, come comportarsi nel mondo. Né è ammissibile che gli insegnanti tralascino questo aspetto, molte volte ne ho parlato, perché non si possono tralasciare nell'educazione quegli aspetti di orientamento al mondo concreto dove le giovani generazioni si trovano già a vivere, un mondo fatto di comunicazione istantanea come mai si è visto prima.

E in ogni caso per noi tardivi digitali le cose non vanno viste come se ci fosse stato un BigBang, un evento che pone il prima e il dopo, i nativi e gli immigrati. Io sono cresciuto dentro un mondo elettronico, non ho avuto nessuna difficoltà da bambino a capire il telecomando della televisione o il telex, ragionare con un computer o un videogioco non mi ha creato nessun problema, ero pronto a farlo, mi è venuto naturale, perché evidentemente già abitavo dentro quel linguaggio fatto di display e di sensori e di interfacce e di joystick.

Siamo Cittadini Digitali naturalizzati. E come formatore non è che mi sveglio una mattina e vado nel panico, perché d'un tratto ho compreso una mia ontologica inadeguatezza a insegnare la vita a persone che sono nate con il mouse in mano e l'occhio su YouTube. Sono pronto.
Il compito rimane comunque quello di educare i giovani, educare i nativi digitali alla Cittadinanza digitale, che non è certo in loro nativa. E' sufficiente ragionare sulle differenze tra alfabetizzazione informatica e competenza digitale, per comprendere l'intero discorso. E' sufficiente muovere da basi di competenza digitale (privacy, reputazione, rispetto, ascolto, consapevolezza) per arrivare alla Cittadinanza digitale correttamente intesa. Come dico sempre, un conto è il carburatore, un conto è il Codice della Strada.
Io conosco la tecnologia molto meglio degli studenti. Ci sono cresciuto dentro, ho frequentato le tecnologie vivendoci assieme tutta la mia vita, ci ho riflettuto sopra, ho compreso le dimensioni tecnosociali, ho costruito il web, come il solito nano sulle spalle degli altri ho contribuito a delineare alcune norme di buon comportamento civico, continuo a imparare, so insegnare Cultura digitale, so raccontare il mondo, vivo la modernità e la mia performance.
Non sono un immigrato, sono un cittadino digitale, e abito molti linguaggi.

19 gennaio 2010

In italia c'è pieno di negri


Escludo dal ragionamento gli psicotici, ma per il resto dell'umanità credo fermamente l'ignoranza sia la radice del Male.
Secondo me, tutti sanno di non sapere, ma qui l'umanità si divide in due categorie, quelli che dignitosamente dinanzi ad un argomento sconosciuto tacciono e cercano di imparare, e quelli che timorosi di perdere la faccia, profondamente insicuri di sé, irrigidiscono le proprie posizioni e magari strillano per avere ragione con la forza.
Questo è il peggio del peggio: l'arroganza dell'ignoranza.

Se credo di aver ragione io posso spiegarti perché credo di aver ragione, fondando il mio ragionamento su fatti pubblici documentati di cui sono a conoscenza e posso mostrarti. Tu, arrogante ignorante, non puoi farlo.
Il dialogo si ferma, perché non possiamo opporre una posizione pragmatica a una ideologica.

Da quell'ammasso informe e autocontraddittorio costituito dalle informazioni che passano dentro i media e nelle discussioni con la propria cerchia di conoscenti, ciascuno di noi poi distilla i ragionamenti e i punti di vista che maggiormente confermano la sua visione del mondo. Tranquilli, lo facciamo tutti. Poi il buon senso e la storia stessa delle idee, visto che sono andato a guardare se qualcuno in passato non si sia già fatto le mie domande e abbia compiuto i miei stessi errori, mi suggeriscono di mantenere uno sguardo critico, di tenere vivo il dubbio sulle mie conoscenze e sui modi idiosincratici del mio stesso apprendere, ché spesso siamo bravissimi a farci lo sgambetto da soli.
Quindi il mio comportamento conoscitivo è da molto tempo orientato a cercare di ottenere il maggior numero di informazioni a favore e contro un determinato argomento, per aumentare le probabilità che il mio giudizio sui fatti sia appunto concreto e circostanziato.
Sospendo il giudizio, indago, formulo un'ipotesi che mantengo valida fino a prova contraria. Su, tutti abbiam visto Sherlock Holmes o il Dr.House, o sentito parlare del metodo scientifico.

Il problema è essere sufficientemente onesti con sé stessi da accogliere nel proprio ragionamento anche ciò che mi contraddice, e spesso non è nemmeno questione di onestà, perché la selezione delle informazioni praticata dal mio guardare il mondo avviene senza che io ne sia consapevole.
Ma di certo l'arroganza di voler aver ragione offusca anche il più limpido degli sguardi.
Per questo dicevo di sorvegliare sé stessi, e tenere sempre in fibrillazione proprio le cose che diamo per scontate, quelle che passano in automatico come postulati indiscussi dei nostri ragionamenti.
Questo sembra facile, specie se tra numerosi pilastri che sostengono la nostra cultura personale (la nostra identità a nostri stessi occhi, tutte le cose che abbiamo pensato e pensiamo di noi stessi e del mondo) c'è n'è uno che raccomanda di prestare attenzione proprio agli altri pilastri su cui edifichiamo il nostro personale edificio della conoscenza.
Se l'ignorante per definizione possiede una concezione parzialissima della realtà, con i famosi tre concetti in croce che abitano comodamente nella sua testa, dover mettere in dubbio qualcosa di così fondante gli risulterà impossibile, perché è come togliere una gamba a uno sgabello, cade tutta la persona, e questo francamente è insopportabile.
E gli schemi culturali odierni prescrivono che sia meglio tener duro fino alla fine, lottare anche contro l'evidenza, piuttosto che ammettere di essersi sbagliati oppure pronunciare le parole "non ho capito".

Caso concreto: la massa indifferenziata di nozioni e informazioni che riguardano la presenza di extracomunitari in italia, su cui poi leghisti e razzisti e in generale persone ignoranti fanno leva per costruire slogan trancianti con cui vincere le discussioni, orientare l'opinione pubblica, ottenere il consenso di quelli che preferiscono non farsi domande e che non vanno a controllare i fatti.

Pippo Civati ha messo online un pdf dal titolo "Mandiamoli a casa", un prontuario di risposte contro il luoghi comuni e i pregiudizi, basato sui dati concreti della realtà sociale italiana.

Quanti sono gli extracomunitari, da dove vengono, il problema della religione, quanto lavorano, quanto delinquono.
Leggiamolo, e poi parliamone. Però basandoci sui fatti.

12 gennaio 2010

Naturismo mediatico


Vecchie suggestioni etimologiche.
Osceno vale ob-scena, ovvero qualcosa che si staglia contro e davanti alla scena teatrale, come quando Costanzo in televisione introduceva il suo show parlando per alcuni minuti davanti al sipario chiuso.
Quello non era ancora spettacolo, il sipario è l'interruttore che apre la quarta parete e la dimensione della rappresentazione.
E molti quando parlano di privacy hanno in mente questo teatro della socialità, fatto di pubblico (che è pubblico di sé stesso), di messa in scena e allestimento, di quinte pareti, di luci di riflettori, magari di registi.
Ma insomma, sappiamo quanto vi sia di pornografico nella Società dello Spettacolo, proprio nell'esibizione di sé al di fuori di ogni cornice, di ogni messa in scena.
Da cui le distinzioni famose di pornografia e erotismo a seconda della presenza di un contesto allestito nell'universo del discorso, e non semplice e crudo documentarismo di pratiche sessuali umane.
E chi giudica la libera espressione di sé oggi in questi media dove ognuno di noi può allestire molte messe in scena di sé deve smetterla di pensare a queste cose come a uno spettacolo pornografico, perché è sempre una rappresentazione della nostra identità. E rappresentazione non è né mimesi imitazione né simulazione, che ne son due casi particolari.
Forse una scarsa competenza nella lettura impedisce a certi di vedere le quinte decorate e i costumi che via via indossiamo a seconda del personaggio che vogliamo interpretare, ma sempre meno avremo paura di dare visibilità ai lati della nostra personalità, quelli professionali e quelli ludici, quelli etici e quelli affettivamente connotati.
Una volta chi voleva poi fare l'eremita si sottraeva al mondo, confrontandosi con il deserto per riacquistare chiarezza nella visione della propria vita, visto che un contesto di privazione ti obbliga a leggere te stesso, sei in un posto dove sei indifferente all'ambiente, ovvero dove l'ambiente non agisce su di te, non si occupa di te, dove potresti non esserci ed è uguale.
Se oggi vado in piazza, espongo liberamente la ma faccia alla collettività in luoghi sociali.
Le espressioni del viso, le parole che dico, i gesti che faccio sono percepiti da altre persone, e se urlo "governoladro" in una manifestazione non si dà il caso che questo non sia avvenuto, e tutti quelli che mi han visto possono testimoniare.
Chiaramente, se sono adulto e voto alle elezioni e ho i miei diritti di cittadino, sono tenuto a sapere cosa posso e non posso fare in relazione al bene pubblico e agli altri, e consapevole di certe leggi che prescivono reati (cose che nessuno ci insegna bene, neanche per sommi capi, a Scuola) posso prefigurarmi gli effetti dei miei comportamenti, e regolare di conseguenza la mia idea di etica, e il mio fare.
Quindi: prendiamo per buono il fatto che una persona che si espone in pubblico è consapevole di essere in pubblico, e sorveglia il proprio fare (secondo consapevolezza) adeguandolo a certi codici comportamentali.

Ecco, una ripresa audivideo di una persona in piazza è libera di circolare ovunque, secondo me, al di là del beneplacito del soggetto ripreso, perché è lui che è andato in piazza.
E comesopra presumo sia in possesso delle sue facoltà, è un cittadino libero che può esprimere il suo pensiero e nessuno può impedirglielo.
Se dice qualcosa di illegale, ci sono le leggi.
Se usando la sua immagine, gli si fa dire dentro un media, cioè dentro una rappresentazione, qualcosa che può ledere la sua dignità professionale e di persona, ci sono leggi per procedere.
Se mi fanno una foto in piazza e poi la mettono sui cartelloni pubblicitari per reclamizzare un lassativo, potrei arrabbiarmi, anche se poi dipende da quanti soldi mi darebbero una volta io scoprissi il fatto per non denunciarli per appropriazione di identità. O gli faccio lavare per bene il fango che han gettato sulla mia persona, se questo è un fatto fattualmente contestabile.

E così, ogni nostro apparire in pubblico è cosa pubblica, di tutti.
Comprese televisioni e Facebook, articoli sul blog o battute su un forum, le cose che guardacaso pubblichiamo.
Anche le immagini prese dalle webcam delle banche o del Comune sono pubbliche, quello è suolo pubblico e quello sono io che passeggio, per questo già dicevo che le webcam cittadine devono essere pubblicamente raggiungibili su apposita pagina web istituzionale, cioè di tutti.
E io da casa posso prendere per dire quelle immagini pubbliche, e usarle dentro un documentario che sto facendo e usarle anche per fini commerciali miei, perché andando in piazza io ho firmato la miglior liberatoria di tutte, quella di espormi personalmente e consapevolmente alla socialità.
Se qualcuno chiama un avvocato, si faccia pure un processo, ma per eventuale diffamazione, non per aver utilizzato immagini pubbliche.

Dipende da te, cittadino. E speriamo che si arrivi presto a parlare ufficialmente a scuola di Educazione alla Cittadinanza digitale, perché di questo stiamo parlando, quando ragioniamo di privacy e di copyright e di lifestreaming.
Dipende da te stabilire quanto far conoscere della tua vita online, quante parolacce usare quando parli male del governo in piazza o su Facebook, quante tracce lasci nel tuo vagare sui territori fisici o digitali. Poi quello che hai fatto è pubblico, perché lo hai fatto in luogo pubblico, e tutti sono liberi di commentare quello che vedono accadere.

Pubblicate pure il vostro numero di cellulare in Rete, rendete pubbliche su Flickr le gallerie in cui siete in panciolle in spiaggia con un drink in mano oltre a quelle in cui parlate in giacca e cravatta davanti a una platea, siate fieri del vostro secondo blog (attualmente aperto con pseudonimo) dedicato all'uncinetto o ai fenomeni paranormali e riconducetelo alla vostra identità ufficiale, oppure giocate liberamente con i ruoli e con gli alias, e mettete in scena i vari personaggi che vi sentite di essere.
Fatevi carico di responsabilità, ormai sapete di essere in pubblico.

Sarete giudicati per il vostro stile di personalità, per le parole con cui abitate il mondo, per la vostra capacità di costruire dei contesti in cui il vostro messaggio possa risaltare, per l'abilità con cui riuscirete a mettere narrativamente in scena la vostra vita, e con capacità erotica.
E questo, in quanto rappresentazione consapevole di sé in luogo pubblico, non potrà mai essere osceno.
Facciamo un esempio? Però se non volete vedere copritevi gli occhi come quelli di Star Trek.

Nella foto qui in parte (dove sono presenti genitali, cliccate consapevolmente) cosa volete mai recriminare alle fanciulle che con mille espressioni diverse si divertono in discoteca? Quella foto è pubblica, è un fatto accaduto, e le ragazze erano tutte consapevoli di cosa stava succedendo e di quale significato avrebbe avuto presso l'opinione pubblica la pubblicazione di una fotografia che le ritraeva in quel contesto. Voi come giudicate quelle ragazze?

Il problema vero è che se dovessi assumere come impiegata una di quelle ragazze, il venire a conoscenza di questa foto non pregiudicherebbe poi molto la mia valutazione sulla sua capacità lavorativa. Se fosse un festino di ragazzi con una spogliarellista, per dire, già il mio giudizio sarebbe diverso, e questo vuol dire che ho a che fare con stereotipi di percezione della socialità, moralismi.
Perché una visione puritana della vita mi deve portare a distinguere morbosamente tra privato e pubblico, instillando in me ossessioni e voyerismi, giudizi morali legati all'esibizionismo di sé? Perché devo vivere in un mondo che vuole nascondere tutto, per poi essere attratto dalle cose che non si devono vedere? La vogliamo smettere con questo volo carpiato, che intorcola il desiderio? La vogliamo smettere con l'ipocrisia dei sepolcri imbiancati?
La dialettica del diritto all'anonimato, del mio non far sapere agli altri cosa faccio, contrapposta alla patina di rispettabilità che pretendo veder vedere riconosciuta dagli altri nella visibiltà della mia faccia pubblica, non può reggere ancora a lungo, nella Società dello Spettacolo ora connessa.
Sono tutte messe in scene antiquate, create dal perbenismo borghese dell'Ottocento che cercava il suo stile tra proletari e nobili, tutte cose che non sono più adeguate alla modernità.
Non riescono più a suggerire il giusto contesto interpretativo per il messaggio che intendiamo lanciare di noi stessi, la nostra rappresentazione di noi stessi nei moltiplicati luoghi sociali.
E noi stessi non possiamo più padroneggiare le forme del nostro essere percepiti: se vent'anni fa mi fotografavano mentre entravo in un sexyshop, avrei potuto sempre corrompere il giornalista, oggi se mi filmano dieci telefonini e mettono su YouTube cosa volete che dica?

Il fatto che i parlamentari siano tutti vestiti uguali, per dire, in giacca e cravatta, indistinguibili, mi è inconcepibile.
Prenderne uno col maglione fa già fotografia meritevole di valorizzazione sulle news. Quanti lati hanno, i politici, due? Bidimesionali, nella loro Flatlandia. E prendo i politici così per dire, mi riferisco a tutti quelli che non si fanno domande.
Ci sono personaggi e situazioni che attraversano perpendicolarmente il loro piano di realtà e loro neanche se ne accorgono. Persone vestite in altro modo, con altri colori, con altri pensieri e altre esperienze di vita. E a cui simili dialettiche svelamento/rivelamento soggiacenti alla nostra concezione attuale della privacy risultano estranee, avendo ben differentemente impostato la gestione della propria immagine pubblica, secondo magari anche altri cardini morali. Ecco perché parlare di naturismo al Tg è qualcosa che va sempre un po' ammantato di pruderie.

Saremo tutti in pubblico, quando saremo in pubblico, molto più di adesso. Una volta su una piazza c'erano tre cameramen con le tv istituzionali, adesso ci sono migliaia di telefonini. Anche molto di quello che era privato fino a ieri può oggi facilmente esser reso pubblico, da me stesso o da altri.
Comportati sapendo che la tua immagine può viaggiare ovunque, e tocca a te starci attento.
Ma quello che è sicuro è che le forme attuali di tutela della privacy cambieranno profondamente, sotto la spinta di questi cambiamenti tecnosociali.

09 gennaio 2010

Dameleneide atto terzo (o quarto, boh)

Che poi dici: perché non posso stare tranquillo, anziché vedermi passare davanti parole insulse? Oppure: la gente ti giudica dai nemici che hai. O anche: non ti curar di loro, ma guarda e passa (non ci riesco, c'è un limite). E poi: occhio a non metterla sul personale (certo che no, qui si è educati alla dialettica onorevole, si attaccano gli argomenti e non la persona. Ma se ti incaponisci, cosa devo pensare di te?)

Insomma, mi tocca riprendere in mano la Dameleneide e seguitare a raccontare senz'indugio delle gloriose gesta del personaggio pubblico Daniele Damele (già Presidente del Corecom regionale FVG, dirigente funzionario alla Provincia di Udine, docente universitario, giornalista e anchor-man televisivo sulla tv locale) di cui purtroppo già fui costretto a commentare in passato le miopi o disinformate proposte per una legiferazione alquanto censoria sulle cose di Internet, oppure le sue indicazioni fumose sulla sicurezza in rete per i minori da ottenere con filtri software alla navigazione, promossi questi ultimi da un prete piuttosto ambiguo. Vi rimando a questo mio post e a questo articolo pubblicato su Bora.la, per le puntate recenti della Dameleneide.
Io passerei volentieri i miei sabati pomeriggio a leggere qualcosuccia sulle correnti filosofiche neoplatoniche cabalistiche e alchemiche di Pico, Francesco Giorgi da Venezia e di Cornelio Agrippa, e del loro influsso sulla letteratura inglese pre e post scespiriana, ma poi càpitano cose a cui non so resistere, come un'amatriciana ben fatta.

Cos'avrà combinato questa volta, il nostro eroe, che ormai nei miei pensieri pongo narrativamente tra DonChisciotte e Bertoldo? Come al solito, coglie una notizia di cronaca e ci ricama su i suoi ragionamenti riguardo l'assoluta impellente necessità di normare i comportamenti digitali di metà degli italiani con delle nuove leggi, tagliate specificatamente per questi nuovi ambienti online dove ci sono le bande sovversive e il Male alligna nell'ombra.
Ecco qui il collegamento per il suo articolo "Occorre legiferare sul web" (qui lo screenshot, per sicurezza), e stavolta mi tocca proprio linkarlo. Leggetelo.
A molti di voi potrebbe in seguito venire in mente un ragionamento, e qui non c'entra molto avere competenza personale sugli ambienti digitali, è sufficiente avere del buon senso.
Infatti, perché mai dopo un articolo che mi racconta di come magistrati e polizia sono riusciti a ottenere una "vittoria" per alcune inchieste e denunce (i fatti Youtube-Mediaset e il caso PirateBay sono l'oggetto del contendere) Damele propugna nuove leggi?
Il suo articolo stesso dimostra che le leggi e le indicazioni del codice civile e penale per questi reati già ci sono, funzionano perfettamente, e le parti offese dei processi ottengono risultati a proprio favore.

Quindi Damele parla a vànvera, quello che gli preme è semplicemente sostenere le sue personalissime tesi al di là dell'evidenza (e si tratta di un giornalista che all'Università di Udine insegna Etica e Comunicazione, eh), foss'anche portando a loro sostegno argomentazioni e fatti che di per sé dicono proprio il contrario di ciò che lui vorrebbe farci credere.

Ma non è mica finita, cosa credete.
L'articolo che Damele ha firmato sul suo blog, non è farina del suo sacco.
Vedete, Internet è nata e cresciuta anche copiaincollando informazioni e opinioni, e non vi è niente di male in questo, purché secondo prassi scientifica o semplicemente per dignità venga riportato anche il nome dell'autore, e un link per poter accedere ai documenti originari.
Ma Damele firma come suo un articolo del Sole24ore di Giovanni Negri, dopo averlo copiato per il 95%. Non linka, non cita la fonte (e si tratta di un giornalista che all'Università di Udine insegna Etica e Comunicazione, eh).
Per aiutarvi nella spassosa analisi, vi ho preparato l'articolo del nostro eroe paragonato con il testo originale a fronte, cliccate sull'immagine. In rosso, tutti i paragrafi uguali.

E pazienza, se nelle prime righe l'articolo originale dice "Una nuova legislazione del web per ora manca. E forse (...) non se ne sente neppure il bisogno perché la magistratura sta dimostrando di essere in grado di utilizzare le norme attuali per rispondere alle diverse sollecitazioni della cronaca", Damele prende il tutto e senza avvedersi dello strafalcione trasforma i contenuti del pezzo di cronaca del Sole24ore in argomenti buoni per una delle sue malfondate perorazioni, concludendo come al solito che adesso tocca al Parlamento fare la sua parte.
E giù a lamentarsi dei reati di internet, tipo la diffamazione, quando in questo stesso momento non so se tutta questa sua manovra sia da considerarsi plagio o falso letterario o cos'altro.

Ultima annotazione di colore, prima di lasciarvi ridere liberamente.
Guardate come nelle prime righe dell'articolo originale la frase "[la sentenza] ammette che il sito "incriminato" possa essere sequestrato" diventi ora "ammette che il sito "incriminato" debba essere sequestrato".
C'è tutto un mondo in questa trasformazione del verbo modale, c'è tutto un richiamo a un differente universo valoriale all'interno del racconto.
Tra il potere e il dovere, c'è di mezzo il volere di Damele, a quanto pare.

04 gennaio 2010

Due note sul diario

L'ultima cattiva notizia del 2009 è che con il Milleproroghe hanno allungato per un altro anno il decreto Pisanu, quello del wifi inchiavardato che abbiamo in italia. Certo, è imbarazzante scegliere una cattiva notizia nel mucchio, e sì, c'è gente che lavora il 31 dicembre in Parlamento.
Ne parlammo in molti una cinquantina di giorni fa, Gilioli pubblicandola sull'Espresso ne diede investitura mainstream, di quella Carta per il libero wifi firmata da cento persone, tra cui me medesimo. Non se ne fa nulla, per ora. Figuriamoci.
Maistrello per primo ha dato notizia della proroga, e poi se volete cercate altri commenti da Scorza, da DeBiase, oppure in giro sulle news.

La prima buona notizia del 2010 invece non è una notizia, è un buon umore. Mi riferisco all'oramai canonico punto della situazione redatto da Giuseppe Granieri, su Apogeonline, dove l'autore prova a gettare uno sguardo in prospettiva su quello che potrebbe accadere in questo nuovo anno, sulla scorta di quello che abbiamo visto succedere nei dodici mesi appena trascorsi, tra Facebook, telefonini connessi e risvolti sociopolitici.
E l'articolo è simpatico, perché punta dritto alla delineazione degli evidenti cambiamenti sociali avvenuti in italia e nel mondo, nei massmedia e nei bar, riguardo i punti di non-ritorno raggiunti nell'opinione pubblica e nei discorsi popolari dalle cose della Rete, visto che ormai Internet nutre con le proprie tematiche tutta la conversazione di una nazione, infilandosi perfino nelle parole di chi il web non l'ha mai visto, come i novantenni in casa di riposo e i politici in Parlamento.

Granieri è ottimista, ma non è certo ingenuo. Segnala adeguatamente le magagne del 2009, ma poi con belle parole ci fa ben sperare per il 2010. E mi ha messo di buon umore, appunto, nel confidare in un Mondo 2.0, connesso e sociale, maggiore di un Mondo 1.0, un po' come dicevo qua sotto, ma meglio.