31 dicembre 2009

2010 - L'anno del contatto


Abbiate fiducia, e occhi aperti.
Miglioreranno le tecnologie relazionali, dentro questi ambienti online e nella portabilità personale di tracce di affettività interpesonale, e proprio grazie a questo ci incontreremo di più, a bere e a mangiare e a ballare e a chiacchierare e a imparare gli uni dagli altri.

Negli ultimi dieci anni il web è diventato per prove ed errori quello che si riprometteva di essere fin dalla sua nascita, un Luogo esplicitamente sociale.
Fatti gli ambienti sociali, bisogna fare la socialità.

Molti devono imparare a dialogare, molti devono ancora comprendere che conversare significa donare senza impoverirsi, molti non si sono accorti di niente e pensano di vivere ancora nell'altro secolo, e spero che questi ultimi vadano serenamente quanto velocemente in pensione, per godersi un mondo che non capiscono.
La frase più comune del prossimo decennio sarà "Eh, ai miei tempi non era così che funzionavano le cose", ed è importante appunto che questi vecchi dinosauri non abbiano nessun potere per imporre nuovamente agli individui e alle collettività rituali e comportamenti seppelliti dai recenti cambiamenti sociali.

Mi auguro che la Rete arrivi dappertutto rapidamente, in ogni angolo del pianeta, perché lo scambio di opinioni e la libertà di espressione sono l'arma migliore contro il fanatismo e l'ignoranza, e chi vuole il pensiero unico potrà controllare i flussi televisivi - e i giornalisti tornino a fare seriamente il loro mestiere - ma non potrà fermare le voci che innumerevoli si sentono risuonare ovunque.
E cambierà tutto, qui in giro. Giornali, scuole, industrie, meccanismi politici, e la forma delle istituzioni, e gli ammenicoli che abbiamo per le tasche o in giro per casa, le forme economiche, l'agricoltura, il nostro corpo bionico, e tutto cambierà così velocemente che il libro di fantascienza che stiamo leggendo sarà sorpassato mentre lo leggiamo. E non vedo l'ora.

Per me, chiedo la forza e la passione di continuare a suonare la batteria e tutte le altre cosette, e non importa nemmeno poi fare musica, ma solo suonare con altri e per altri, sentendo scorrere emozioni e sintonia. Risuonare il mondo, e raccontarlo in molti linguaggi diversi.


30 dicembre 2009

We didn't start the fire


Antefatto.
Pranzo di Natale in famiglia, qualche giorno fa.
Tipici discorsi da pranzo di Natale, infatti mia madre si informa presso noi figli di quanta cocaina giri in centro a Udine, perché ha letto su qualche rivista che ormai è più facile procurarsi la bianca che il fumo. Non è che fosse preoccupata per noi figli, eh, ormai c'abbiamo tutti una certa età e siamo tranquilli a vista d'occhio (io faccio ancora il ribelle, ma solo perché son tenuto per contratto in quanto primogenito). E' che veramente stava conducendo un suo sondaggio personale sulla realtà sociale giovanile odierna. Le abbiam detto le solite cose, che si trova nei bar e chiedendo agli amici degli amici, abbiam fatto balenare immagini di festicciole con avvocati e dentisti e donnine ridanciane, ragazzotti dei quartieri che arrivano in centro tutti in tiro, operai e cuochi e autisti di autobus che devono tenersi un po' su quando rimangono da soli come cani nelle birrerie con la serranda abbassata delle quattro di notte.
Poi mia sorella butta il discorso sulle pastiglie, a sua volta dice di aver letto un articoletto su Ibiza (nel 2009, neh) e di tutta questa anfetamina che circola nelle discoteche. Stavo per raccontare loro la meravigliosa storia dei Fratelli Righeira di venticinque anni fa, quando mio padre, uomo del '35 nonché lontano anni luce da sostanze psicotrope che non siano due whisketti ogni tanto, ci informa sobriamente che anche lui prendeva Metedrina, durante un'estate di fine anni Cinquanta, quando faceva l'impiegato presso una agenzia turistica a Lignano Sabbiadoro. Mio padre prendeva metanfetamina, capite; Metedrina era il nome commerciale del farmaco. Faceva il bullo con il ciuffo e i vestiti su misura comprati con i primi stipendi (provo a raffigurarmelo, sono tutte immagini in bianco e nero, come nelle sue foto dell'epoca), noleggiava una spider con altri quattro amici vitelloni e andava a ballare nelle rotonde sul mare, fino alle cinque di mattina. Poi dormiva un paio d'ore, si alzava presumibilmente gnogno coi postumi, passava in farmacia a comprare un po' di metanfetamina e quindi andava in ufficio dove, parole sue, era lucidissimo e sfoggiava una buona parlantina con i clienti, chi l'avrebbe mai detto.
Perché simili farmaci erano legali e in libera vendita in Italia fino a metà degli anni Settanta in quanto semplici stimolanti, e fino a metà anni '80 era facile procurarsi anfetamina venduta come anoressizzante (come Vasco rossi con le Plegine), era sufficiente avere una zia un po' sovrappeso e spedirla a farsi fare opportuna ricetta.

Ante-antefatto
Nei primi/metà anni Ottanta, da ragazzo, dopo il blues e il rocchettone dei '70 e David Bowie e la new-wave, per un po' mi tuffai negli anni Cinquanta, per vedere cos'era il be-bop in musica e il beat in letteratura. Mia madre infatti chissà perché mi teneva nascosti i libri di Harold Robbins, ma mi passava "On the Road" di Kerouak e perfino Henry Miller dei Tropici. D'altronde sua madre, la mia nonna danubiana sposata con un siciliano, a sua volta le nascondeva "I peccatori di Peyton Place" ma le permetteva di leggere "L'amante di Lady Chatterley" e il Moravia peccaminoso. Mah.
Uno di quei libri per me fondamentali della beat generation, pubblicato più tardi ma ambientato a metà anni '50, è "Ultima fermata: Brooklin" di Hubert Selby Jr.
La Bibbia dei miei diciassette anni. Non l'avete letto? Leggetelo. E' turpe, pulp, cinico, bastardissimo, violento, vero, e scritto in un modo unico, un flusso di coscienza in un discorso indiretto, ma non c'è nessuna velleità letteraria (l'artificio, se c'è, è ben nascosto), solo immagini e narrazione in presa diretta sulla realtà giovanile dei bassifondi di NewYork di quegli anni. Stupri, troie, risse, vagabondare per i bar, tragedie, droga. Un libro di culto, bannato in Italia e in molte parti del mondo per anni.
E la droga costante in quel libro (l'eroina del be-bop compare a tratti, roba da ricchi) è costituita da pastiglie di efedrina, benzedrina, metedrina. E' sempre la stessa sostanza, al di là dei nomi commerciali, anfetamina dura e veloce, che ti cambia le giornate e le prospettive, i giudizi sulle persone e insomma ti illude benissimo nel farti galleggiare sopra la merda.
Guardate le foto dei Beatles quando avevano le giacche di cuoio, ad Amburgo nel 1960. I Beatles non hanno mai fumato erba fino al 1964, quando Bob Dylan rollò una canna per loro, in un albergo. Fino ad allora, solo alcool e anfetamine. Dopo allora, tutta un'altra musica.
Le anfetamine hanno creato tutta l'energia corporea alla base della rivoluzione giovanile e quindi sociale dei fine Cinquanta/primi Sessanta, tra il rock'n'roll e i tiratissimi Mods londinesi delle Purple Heart. Poi sostanze più cerebrali come l'erba e l'acido avrebbero dato le direzione da far prendere ai pensieri, rallentando e introvertendo le generazioni fino al punk. Degli ultimi trent'anni parliamo un'altra volta.

Conclusioni
Ecco, pensavo che quei due universi di realtà e di discorso, la vita vissuta di mio padre e di mia madre e le storie di quello che andavo scoprendo nelle letture di quei miei anni giovanili non potessero avere punti di contatto. E invece.
Certo lo squallore delle lamiere e dei marciapiedi lerci di Brooklin del '57 dava sicuramente un giro di pensieri e di emozioni diverso a quei ragazzi di quei libri rispetto al paesaggio incontaminato di un Friuli negli stessi anni ancora pre-industriale, verdissimo e contadino, con le strade bianche. Ma il ritmo dell'esistenza era lo stesso, l'ansia giovanile per la velocità non conosce distanze di tempo e luogo, e perfino le droghe erano le stesse, pensa un po'.



18 dicembre 2009

Turning-point

Bene, siamo arrivati alle battaglie, quelle serie, ché di mezzo ora ci sono soldi veri e non giochetti per ragazzi. Il caso Napster scoppiò subito, perché il traffico di mp3 è tecnologicamente più semplice del trasferire video, non fosse altro per il diverso peso dei file, e perché riguardava un target preciso, le generazioni più giovani, ovvero il mercato musicale pop.
Ma quello era oldweb, dove era ancora importante il possesso "fisico" dell'oggetto culturale. Poi è venuto questo web qui, dove la fruizione e la produzione dei contenuti avviene direttamente online, e sono nate le piattaforme video.
Quelli che NON abitano in Rete, ovvero quelli che ci sono ma non vogliono rendersi conto dei diversi meccanismi e dei diversi presupposti culturali nativi e connaturati alla Rete stessa, hanno vinto in questi giorni delle battaglie, mostrando forse buona tattica ma certamente cattiva strategia.

Mediaset ha vinto la causa contro Youtube, la quale dovrà rimuovere i contenuti televisivi caricati dagli utenti (soprattutto puntate del Grande Fratello, e capite come il cerchio si chiuda).
EMI GB ha avviato una causa legale contro Vimeo, una piattaforma video come Youtube, per far rimuovere i video di gente normale che canticchia le canzoni del momento, ovvero fa lip dubbing.

I grandi quotidiani italiani (vedi articolo su Repubblica) pagano dei giornalisti per scrivere delle riflessioni sui comportamenti mediatici degli adolescenti che gli adolescenti stessi avrebbero pudore di inserire nei loro temi scolastici, e questi articoli sono scritti sempre con lo stesso tono colorito, da pezzullo di colore e scandalismo da chiacchiere al bar, contro il quale cerchiamo da anni di lottare, consapevoli dei danni provocati nella pubblica opinione italiana da questo modo di fare giornalismo riguardo la comprensione, da metà anni Novanta, dei nuovi cambiamenti sociali indotti dalle nuove tecnologie (nuove, quella volta).

Giornalisti locali che sono anche funzionari pubblici suonano la grancassa della propaganda governativa pubblicando garruli sui loro blog - non linko niente, qui il pudore è il mio, oltre che ad altri ovvi motivi, ma il nome in questione lo trovate in qualche mio post dei giorni scorsi - delle argomentazioni alle quali per trovare aggettivi adeguati dovrei ricorrere ai sinonimi offerti dalla lingua italiana per significare "spazzatura" in tutte le sue accezioni, e ovviamente si tratta di sciocchezze (cose senza sale, che quindi marciranno rapidamente) relative alle recentissime notizie sull'imminente legiferazione su cosucce che Internet oggi permette a tutti, quali la libertà di espressione, senza la quale nessuna democrazia è possibile. Ah già, è proprio la democrazia a essere in gioco, un impaccio di cui disfarsi rapidamente, a giudicare dai comportamenti di chi ci governa. Quanta ignoranza, a essere ottimisti.
Ignoranza che va affrontata, come ho sempre cercato di fare qui e come continuerò a fare, puntualmente. Aspetto solo che Maroni e la Carlucci (bella coppia, vero?) partoriscano i loro decreti o quel che sarà.
Leggete Anna Masera sulla Stampa, per formarvi un'opinione su come il governo stia effettivamente cercando di controllare Internet. Vorrete mica che i cittadini nell'epoca della disintermediazione siano liberi di cercare le notizie dove gli aggrada maggiormente, magari frequentando siti di dubbia moralità? Anche per guardare il Grande Fratello, vi dicono loro come e dove dovete farlo.

17 dicembre 2009

Berlusclone #9

L'ultimo dubbio sollevato dai complottisti dietrologi ha fatto emergere in me prepotente la visione complessiva dell'intera questione, ha acclarato trentecinque anni e più di storia italiana dove come tutti sappiamo non solo i pezzi del puzzle non combaciano, ma ti accorgi che ogni singola tessera è a sua volta un puzzle.
Berlusconi è un clone.
Cioè, Berlusconi è molti cloni, avendo la CIA provveduto nel corso degli anni a sostituire via via l'ometto iniziale con personaggi versati nell'una o nell'altra materia. Certo, in Matrix ti connetti con lo spinotto a un software che ti passa tutto quel che ti serve sapere sul kungfu o sulle ricette di alta cucina francese a base di senape di Digione, ma la tecnologia non è ancora arrivata a quel punto, quindi per il momento, come si è peraltro sempre fatto, si sostituiscono le persone dando giusto loro una ritoccatina all'interfaccia. Cioè alla faccia.
Per fatti ancora ignoti, Berlusconi è stato scelto durante la seconda guerra mondiale quale bambino da clonare, colui che avrebbe costituito l'arma segreta degli americani per fronteggiare l'avanzata dei comunisti rossi in Occidente.
Ne han fatti una decina o forse più, di Berluschini, e li han tenuti lì in frigo a vari stadi di sviluppo, pronti a subentrare all'originale quando i tempi avessero richiesto un Berlusconi 2.0, poi il 3.0 e così via, e oggi siamo almeno arrivati al numero nove. Per distinguerli, i servizi segreti americani appellano differentemente il clone, cambiando la prima lettera del nome di battesimo del Nostro. Quindi, abbiamo avuto Ailvio, poi Bilvio, in seguito Cilvio, Dilvio e Eilvio. Il particolare sembra insignificante, ma lascia intuire la cura meticolosa e la maniacale organizzazione con cui negli anni è stata portata avanti la cosiddetta operazione S.I.L.V.I.O, ovvero la Super Intelligence Lifelong Vengeance Italian Operation.
Con altissima probabilità, il vero Berlusconi era quello che strimpellava sulle navi insieme a Confalonieri, quello della spider in giro per Milano, il paninaro del '59.
Ma i tempi stringevano, arrivavano i turbolenti anni Sessanta, sarebbero nate le contestazioni giovanili, i movimenti operai, il sogno del boom economico italiano si sarebbe infranto, serviva un Berlusconi ferrato in cose di legge fin dalla laurea (secondo alcuni, già qui il vero Berlusconi sarebbe stato rimpiazzato con Ailvio, cresciuto con una educazione specifica in giurisprudenza), ed in seguito sicuramente entrò in gioco Bilvio, il clone imprenditore, quello con il fiuto degli affari che trova i soldi sugli alberi e inventa cittadine nuove di zecca, abilissimo in traffici finanziari.
Per la svolta mediatica dei fine Settanta è evidente ai più come sia stato convocato Cilvio, il terzo clone, quello cresciuto a letture forzate di McLuhan, Debord e Baudrillard, capace di comprendere il potere mediatico nella formazione e nel mantenimento del consenso delle masse, per stabilire sotto l'apparenza dell'innovazione sociale un piano politico conservatore, al fine di contrastare le balzane idee di lotta comunista che andavano prendendo eccessivamente piede in Italia. Eroina e TV han fatto finire l'epoca dei movimenti di piazza, come sappiamo, dove da una parte la mafia e dall'altra un clone eccellente quanto determinante, appunto Cilvio, erano in effetti entrambe realtà pilotate dagli americani, come la stessa loggia massonica P2 cui il clone prontamente aderì.
Cilvio aveva inoltre gusti sessuali più forti, era più intraprendente, più combattivo, pare a causa di una esposizione casuale quanto imprevista a fotografie di Little Tony e chansons e film francesi con Yves Montand durante la giovinezza in laboratorio: si innamora di una donna appariscente, e questo quasi compromette i delicati meccanismi di una pianificazione certosina... ma rapidamente tutto viene riportato nell'alveo della progettazione, cogliendo qualche anno dopo l'occasione di sostituire Cilvio con un quarto clone, quello preparato a puntino per fare i maneggi politici con i socialisti. Molto probabilmente l'acquisto del Milan e la famosa discesa su SanSiro con l'elicottero fu affidata ad un quinto clone, mentre dati sicuri trapelati da intercettazioni telefoniche di George Bush padre con il Gabibbo confermano l'ennesima sostituzione di quel Berlusconi con Filvio, il clone successivamente promotore di Forza Italia, nel corso dei primi mesi del 1993.
Negli ultimi anni le tracce si confondono, forse i tecnici di laboratorio americani, figli di quegli stessi inventori dei cloni negli anni Quaranta, non sono all'altezza della situazione, che sfugge loro di mano.
Filvio impersona quasi sicuramente sicuramente Berlusconi per tutti gli anni Novanta e i primi anni di questo secolo, mentre l'episodio della bandana nell'estate 2004 nasconde e rivela senza dubbio un'ulteriore sostituzione di clone. Entra in scena Gilvio, il quale però essendo stato tenuto in frigorifero per molti anni come embrione è effettivamente più giovane dell'ultimo clone: questo costringe i medici a operare su di lui delle operazioni chirurgico-estetiche di invecchiamento, a sostituirgli i capelli ancora tutti sani con camuffamenti atti a suggerire la giovinezza di un vecchio che si vuole giovane, ma dove nessuno deve sapere che si tratta veramente di un quarantaduenne.
Certo, le naturali pulsioni all'accoppiamento di un corpo ancora forte non possono essere trattenute, e Gilvio non può essere rimproverato per questo, tenendo conto che è stato allevato praticamente in solitudine per decenni, rincuorato solo da vallette del DriveIn misteriosamente scomparse nel corso degli anni Ottanta, ma in realtà rapite dalla CIA.
Pare chiaro a tutti, a questo punto, che sulla scorta delle insinuazioni di quei circoli complottisti e dietrologi cui più sopra facevo riferimento, l'occasione dell'ultimo grave attentato di piazza Duomo a Milano, quello della statuetta scagliata, non sia altro che l'abile mossa con cui coprire l'ulteriore scambio di persona. In quella macchina è entrato Gilvio, ma ne è uscito Hilvio.
Chissà per cosa l'han programmato, Hilvio, il Berlusclone #8.
Finora in tutto dovrebbero essere nove Berlusconi: a me vengono solo in mente i Beatles di Revolution #9, o forse i Clovers di Love Potion #9. Speriamo la seconda, delle due canzoni. L'amore vince sull'odio, ha detto Hilvio (la svolta mistica francescana? Ecco in cosa l'han programmato)

14 dicembre 2009

Quell'idiota mi ha colpito

Su Facebook migliaia di cretinetti all'ora cliccano per diventare fan di pagine inneggianti a quel problematico che ha colpito berlusconi.
E' realtà, mi chiedo ancora, quella dentro Facebook? Come fare la tara di protagonismi, emulatori, giocherelloni, menti leggere, obnubilati facinorosi, dinamiche di gruppo? Qual è l'effetto di realtà che a ricaduta questo evento mediatico suscita, per come viene ripreso su altri socialcosi e sulle televisioni, sui giornali? Conferma o sconferma? Quanto puoi usare queste informazioni per costruire una tua strategia del dire, a supporto di una tua tesi?

A caldo, leggo due post che si interrogano sul valore di quelle immagini, sulla loro capacità di veicolare effetti di realtà, nel mondo delle apparenze mediatiche. Matteo Pelliti e Giovanni Polimeni.
Si parla di svelamento in senso filosofico, si parla di autenticità del dolore su una maschera, e si tratta di interrogativi che ci siamo sempre posti, i quali nell'epoca della rappresentazione simbolica dei massmedia si moltiplicano come immagini tra specchi che si riflettono.
E berlusconi è persona abituata a costruire fiction, cresciuto nella cultura dell'apparenza, dalle tecniche di vendita alle messinscene politiche, dal romanzo della sua vita ai lifting ai teatrini della personalità.

Ma quella faccia insanguinata non mi sembra più maschera, quel dolore non è fiction. Capitava nei romanzi e nelle opere teatrali russe o nordiche di fine Ottocento, di sicuro in Cechov o Strindberg o Ibsen, che d'un tratto un fatto necessario, un accadimento, uno sguardo autentico d'un personaggio incrinasse irreparabilmente le credenze esistenziali del protagonista, ne minasse radicalmente i convincimenti, facesse crollare improvvisamente i castelli di parole su cui tutti noi costruiamo noi stessi. Squarci di realtà, imprevisti e imprevedibili, fratture profonde del senso.

Credo berlusconi dovrà intimamente fare i conti con questa realtà, prima o poi. Sempre più gli arrivano addosso (la moglie, le imputazioni, ora le ferite fisiche) fatti che non possono essere giocati dentro cornici finzionali, dentro narrazioni dove da gran regista può modificare a piacimento il punto di vista del lettore, le quinte degli scenari, l'interpretazione che intende veicolare sugli eventi. E per contrappasso dantesco a lui re egomaniaco dell'apparenza gli arriva addosso proprio un simulacro, un simbolo commerciale di quella Milano che lo ha visto nascere come personaggio pubblico, tiratogli da un poveretto le cui prime parole sono state "io non sono nessuno". Sono quelle che chiami beffe del destino, e dovrebbero far riflettere.

Sempre che le classiche modificazioni gerontologiche della personalità non abbiano solidificato completamente il delirio narcisistico, fissando e rendendo inattaccabile la sua identità costruita perfino a segni evidenti di mancata sintonizzazione col mondo.
Nel qual caso, prepariamoci ancora una volta a vedere quali strategie retoriche, quali universi di discorso, quali frame di narrazione dovranno essere allestiti per rendere plausibile il racconto della lesa maestà. Possano quel dolore e quello sbigottimento sul suo viso insegnargli qualcosa.

12 dicembre 2009

Ahahahha (c'è poco da ridere)

Qualche mese fa scrivevo per Bora.la questo articolo su Daniele Damele, già Presidente del Comitato Regionale delle Comunicazioni CORECOM del Friuli Venezia Giulia, cercando di indagare i motivi delle sue moraleggianti perorazioni vagamente censorie riguardo le libertà della Rete.
I suoi articoli infatti prendono spesso le mosse da gravi fatti di cronaca attinenti i reati di pedopornografia e dalla scoperta di relativi traffici via Internet di video e fotografie, da cui poi Damele giustamente indignato propugna le sue contromosse offensive.
Quando pone l'accento sugli aspetti educativi e sulla prevenzione, non posso che essere d'accordo.
Quando invece parla di limitare l'accesso alla Rete, oppure di eliminare il diritto all'anonimato (idea peraltro meritevole almeno di considerazione, sostenuta in modo bipartisan anche da persone che sul Web abitano da molti anni e sono competenti sulle conseguenze e sul significato etico e sociale di simile scelta) credo fermamente Damele stia sbagliando, e in questo caso si tratta semplicemente di due personali differenti e contrapposte concezioni sul significato del nostro antropologico abitare in questi nuovi Luoghi digitali, e rimane qui o altrove sempre aperto lo spazio di una discussione purché costruttiva e senza fette di prosciutto di San Daniele sugli occhi.

Ciò che in quell'articolo cercavo di esprimere era però soprattutto la mia contrarietà alla sua terza soluzione per contrastare la visione da parte di minori di pagine web inadatte, ovvero il ricorso a un dispositivo tecnico quale un filtro software alla navigazione basato su blacklist da installare sul proprio pc o su quello delle scuole. E dicevo chiaramente che posso capire le esigenze di un dirigente scolastico o di un genitore preoccupato, talvolta l'accrocchio può essere una soluzione, ma una certa etica della comunicazione mi spingeva a far notare che il modo con cui questo filtro viene promosso presso le famiglie e le Istituzioni non risultava affatto chiaro, non veniva spiegato il suo funzionamento tecnico, non si comprendeva se fosse qualcosa messo in vendita e a quali prezzi, non veniva data informazione sulla sua fallibilità e anzi veniva propalato come soluzione miracolosa.

Tra santi e miracoli, quante parole di chiesa sta usando quel materialista di uno Jannis, in questo post? Beh, questo è il punto. Il filtro Davide.it per la navigazione sicura è reclamizzato e venduto da un prete piemontese, Ilario Rolle, le cui risposte piccate sono presenti come commenti, insieme a quelle di Damele, anche sul post di Bora.la succitato, a cui ho dovuto rispondere punto per punto. Un prete paladino della lotta alla pedopornografia.
Il quale prete però è stato pochi giorni fa condannato a tre anni e otto mesi di reclusione, per atti di violenza sessuale su un bambino di dodici anni.
Che meraviglia, eh. Il prete che bacia sulla bocca un bambino, e poi si indigna per quelli che non capiscono la sua battaglia morale contro il marcio che c'è in Internet.
Va da sé, siamo in italia, aspettiamo tutti i gradi di processo prima di dirgli in faccia "sei una merda d'uomo", nel frattempo leggiamo per contraltare le sue parole addolorate qui, per completezza d'informazione.
Parole addolorate come quelle del Papa contro i casi orribili di pedofilia e violenze nella chiesa d'Irlanda (e chissà nelle parrocchie italiane cosa succede da secoli), senza però scordarci che Ratzinger stesso è dal gennaio 2005 imputato davanti alla Corte distrettuale di Harris County, in Texas, per la copertura data ai membri del clero americano responsabili di abusi sessuali soprattutto su minori. Da che pulpito.

Nel frattempo mi aspetto Damele mantenga un certo silenziostampa sulle vicende del suo amico prete bacione, senza subito gridare al complotto da parte di giudici comunisti e anticlericali.