26 novembre 2009

La Carta dei Cento per il libero wi-fi

update ore 16.00
Molti in Rete ne hanno parlato, e ancora di più se ne parlerà domani, quando uscirà sul cartaceo.
Però Gilioli nel dare la notizia, lui personalmente coinvolto nell'iniziativa, ha aggiunto delle informazioni sulla presentazione di una proposta bipartisan, Cassinelli-Concia, dove sostanzialmente si prevede di alleggerire il decreto Pisanu permettendo l'accesso tramite riconoscimento via sms, come in italia avviene ad esempio da McDonald o negli aeroporti.
Mi sembra tanto la solita soluzione all'italiana, terra di pateracchi e "ma anche", visto che comunque il decreto rimane lì a limitare pesantemente la diffusione del wifi libero, per chi (biliotecari, librai, luoghi pubblici, operatori culturali, esercizi commerciali) voglia offrire un banalissimo (nel resto del mondo) servizio ai propri fruitori/clienti.
Leggete in giro: Gilioli, Mantellini, Apogeonline, BlogBabel, Maistrello giustamente scocciato che spiega per bene, Cassinelli stesso, a cui tributo onore per l'impegno ma a cui forse manca ancora l'orizzonte culturale necessario a comprendere fino in fondo la proposta della Carta dei Cento.


LA CARTA DEI CENTO PER IL LIBERO WI-FI
Anteprima: l’appello sarà pubblicato da L’Espresso venerdì 27 novembre 2009

Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.
Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità .

Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.
Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.
Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.
Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.
Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.
Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.

Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.

FIRMATARI
Alberto Abruzzese, docente universitario
Paolo Ainio, ceo Banzai
Paolo Basilico, ceo Kairos
Paolo Barberis, presidente Dada
Elvira Berlingieri, giurista
Giovanni Boccia Artieri, docente universitario
Raffaele Bianco, consigliere comunale e blogger
Antonio Boccuzzi, parlamentare
Stefano Bonaga, docente universitario
Roberto Bonzio, giornalista e blogger
Dino Bortolotto, Assoprovider
Mercedes Bresso, presidente Regione Piemonte
Giulia Caira, artista
Giovanni Calia, docente universitario, Supervisor New Media
Alessandro Campi, docente universitario
Luisa Capelli, editrice
Marco Cappato, presidente Agorà Digitale
Roberto Casati, filosofo e docente CNRS Parigi
Marco Cavina, docente universitario
Giuseppe Civati, consigliere regionale e blogger
Gianluca Comin, presidente Federazione Relazioni Pubbliche italiana
Luca Conti, consulente e giornalista
Davide Corritore, vicepresidente Consiglio Comunale di Milano
Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista e blogger
Mafe De Baggis, consulente Web
Derrick De Kerkhove, docente universitario
Juan Carlos De Martin, docente universitario
Gianluca Dettori, imprenditore Web
Lorenzo Diana, Fondazione Caponnetto
Arturo Di Corinto, saggista e ricercatore
Alberto D’Ottavi, docente e blogger
Stefano Esposito, parlamentare
Alberto Fedel, ceo Newton Management Innovation
Mario Fezzi, avvocato
Franco Fileni, docente universitario
Ricky Filosa, direttore Italiachiamaitalia.net
Paolo Gentiloni, parlamentare
Marco Ghezzi, editore
Alessandro Gilioli, giornalista e blogger
Giorgio Gori, imprenditore
Giuseppe Granieri, saggista
Matteo Ulrico Hoepli, editore
Alessio Jacona, giornalista e blogger
Giorgio Jannis, progettista sociale e blogger
Manuela Kron, manager Nestlè
Daniela Lepore, urbanista, docente e blogger
Gad Lerner, giornalista
Alessandro Longo, giornalista e blogger
Francesco Loriga, Responsabile provincia WiFi – Provincia di Roma
Riccardo Luna, direttore Wired Italia
Sergio Maistrello, giornalista e blogger
Fabio Malagnino, giornalista e blogger
Massimo Mantellini, blogger
Alberto Marinelli, docente universitario
Ignazio Marino, parlamentare
Giacomo Marramao, filosofo, saggista e docente universitario
Carlo Massarini, conduttore radiotelevisivo
Marco Massarotto, consulente di comunicazione
Maria Grazia Mattei, MGM Digital Communication
Giampiero Meani, St Microelectronics
Fabio Mini, generale ed ex vicecomandante Nato
Antonio Misiani, parlamentare e blogger
Marco Montemagno, imprenditore Web e conduttore Sky
Andrea Nativi, giornalista esperto di questioni militari
Riccardo Neri, produttore cinematografico
Luca Nicotra, Segretario Agorà Digitale
Gloria Origgi, docente CNRS Parigi
Marco Pancini, Google Italia
Lorenza Parisi, ricercatrice universitaria e blogger
Vittorio Pasteris, Giornalista
Piergiorgio Paterlini, scrittore
Matteo Penzo, cofounder Frontiers of Interaction
Gian Paolo Piazza, presidente Sunrise Advertising, responsabile settore informazione Legacoop Piemonte
Marco Pierani, Altroconsumo
Roberto Placido, vicepresidente del consiglio regionale del piemonte e blogger
Marco Revelli, storico e politologo
Stefano Rocco, Wired.it
Stefano Rodotà, giurista
Andrea Romano, direttore Fondazione Italia Futura
Gino Roncaglia, docente universitario
Massimo Russo, direttore di Kataweb
Claudio Sabelli Fioretti, giornalista e blogger
Francesco Sacco, docente universitario
Marcello Saponaro, consigliere regionale e blogger
Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e blogger
Sergio Scalpelli, dirigente d’azienda
Tiziano Scarpa, scrittore
Guido Scorza, docente universitario, presidente Istituto politiche dell’innovazione
Antonio Sofi, giornalista e blogger
Luca Sofri, giornalista e blogger
Elena Stancanelli, scrittrice
Tommaso Tessarolo, direttore Current tv
Eva Teruzzi, direttore innovazione Fiera Milano
Irene Tinagli, docente universitaria
Antonio Tombolini, imprenditore
Andrea Toso, newmedia project manager
Antonio Tursi, saggista e docente universitario
Paolo Valdemarin, imprenditore
Gianni Vattimo, docente universitario
Andrea Verde, collaboratore fondazione Farefuturo
Giancarlo Vergori, manager
Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia
Luigi Vimercati, parlamentare
Vincenzo Vita, parlamentare
Vittorio Zambardino, giornalista e blogger
Giovanni Zanolin, assessore Pordenone
Marcella Zappaterra, presidente della Provincia di Ferrara
Giovanna Zucconi, giornalista e autrice

24 novembre 2009

Alix


Cosa volete mai che Alice scopra al di là dello specchio? La Matrice, ovvio (a pensarci dopo averlo visto). Oh, qual squisito mash-up letterario. In fondo, un centone. Blob, è un altro sinonimo. Ma non confondiamo il titolo dell'opera con il tipo di opera, se non nei casi di vampirizzazione. Anche il titolo può essere parte del lavoro di rimescolamento, in effetti, e non solo essere appiccicato in seguito. Beh, però di quest'opera un titolo non c'è, non lo trovo sulle fonti - io l'ho trovata da Phonkmeister. Through the Looking-Glass, and What Alice Found There, come il titolo originale, o "Squarciare il velo di Maya", van tutti bene. E se fossimo tutti chiamati a contribuir all'opra, intitolandola per come ci racconta? Che vita, eh? In fondo il cucchiaio non esiste, il problema è chiamarlo cucchiaio... ve lo dice un nominalista di mille anni fa come sono io, o se vi piace Protagora tuffatevi negli abissi. Misuro quel che non è, perché non sono. Sono il mio non-essere la matrice, ma neanche la facoltà del Senso. Poi per alcuni proprio questo potrebbe già essere un problema, perché "l'uomo non è il centro della vita, la misura delle cose, ma è totalmente e soltanto parte della natura". Tanto, la vera Matrix non può essere detta. E purtuttavia mi tocca metterci un nome, maledetta nominatio rerum. E quella che può essere detta non è la vera Matrice, maledetto Tao. Anche se dico "la trama del caos" non cambia niente, se non che al mondo esiste un'affermazione in più, un suono in più che muove molecole d'aria secondo una forma, quindi il mondo è cambiato.
Per l'appunto gangherologico, l'interfaccia è lo specchio, sappiamo. Che non è un segno, a quanto pare. Conoscenza irriflessa.
Io la chiamo Alix, 'sta tipa. Eh, che sintesi.

19 novembre 2009

Diffamazione depenalizzata


Questa notizia qui riportata da Mario Tedeschini Lalli è strana.
Sembra uno di quegli aneddoti sulla vita di corte a Versaglia, uno spunto curioso sulle abitudini alimentari durante il Rinascimento, oppure un esercizio di fantastoria dove per gioco ci si chiede cosa sarebbe successo se invece di fosse avvenuto che.

Perché più ci penso più questa cosa mi sembra piovuta da un altro mondo, da tempi che non possono essere i nostri in cui viviamo.

Soprattutto quelli in cui viviamo noi qui in italia, dove sul meccanismo della diffamazione si costruiscono rispettabilità e perfino intere carriere politiche. Dove la diffamazione è un delitto punito con la reclusione per aver offeso l'altrui reputazione.

Quindi: in Inghilterra hanno depenalizzato la diffamazione e ogni reato a essa connessa.
Scusate, non ci credo, mo' me lo riscrivo da solo: hanno depenalizzato la diffamazione. Che poi scopro non esistere nemmeno negli Stati Uniti.
E lo hanno fatto espressamente per favorire la libertà di espressione e di stampa, per evitare che il pensiero critico nei media venga frenato da un ennesimo "ma come si permette, lei non sa chi sono io" etc.

Intendiamoci: se dici una bufala su di me, io ti denuncio e dimostro la verità e poi vorrei tu pagassi la tua leggerezza, giusto per insegnarti che le parole e le conseguenze delle parole possono essere assai pesanti. Sono cose che si possono risolvere con civiltà, e senza farla tanto grossa comminando anni di carcere.
E' più importante che tutti possano parlare, che i giornalisti possano fare inchieste scomode, valutando il rischio commisurato a una sanzione, non a una reclusione che fa tanto passare la voglia di farsi delle domande. E di farle.

Ma un reato come la diffamazione a mezzo stampa ha senso appunto con la stampa o con la televisione, quando sono pochi quelli che parlano e molti quelli che ascoltano. C'è un'industria dietro, un'economia, una visione del mondo implicita e una da veicolare. E quelli che parlano o scrivono sono giornalisti iscritti a un albo, con un codice deontologico. Ovvero, sanno quello che possono o non possono dire.
Ma oggi tutti parliamo con tutti, dentro i nostri blog e sui socialcosi.
E parliamo come parliamo al bar (qualcuno forse crede di essere addirittura nel suo salotto, e sbaglia la misura), liberamente. E non credo quelle forme legislative pensate decenni fa possano ancora essere adeguate oggi, in questo nostro diverso ecosistema dell'informazione e della pubblica opinione.
Lo stesso vale per le immagini, se ci pensiamo: una volta c'erano tre macchine fotografiche per ogni regione italiana, poi la diffusione di massa delle polaroid e delle videocamere e oggi dei cellulari rende probabile la mia presenza nelle foto della luna di miele a Venezia di molte coppie di giapponesi, metti caso io stessi passeggiando in piazza San Marco.
Se sto camminando in piazza, la mia immagine è pubblica, ciascuno può prenderla e farne ciò che vuole. Se poi usa una mia foto a mia insaputa per reclamizzare lassativi, vediamo di metterci d'accordo. Se un premier dice baggianate o fa i festini coca&troie, io lo dico e lo scrivo, senza temere di finire in galera.
E ogni volta che vedo facce in televisione, bambini a scuola, adolescenti intervistati sulle mode musicali, mi chiedo se veramente canale5 o rai1 han fatto firmare centinaia di liberatorie.
Chiaramente, è il concetto di liberatoria che non funziona.
Se il flusso era unico e broadcast, la quantità di situazioni reali da controllare era ancora gestibile.
Adesso viviamo dentro molti flussi di informazioni, noi stessi siamo diventati produttori e distributori a livello planetario di opinioni e immagini e video, mi sembra fuori dal tempo continuare a pensare di poter continuare a regolamentare tutto fino al minimo dettaglio, per ognuno di noi. Il sistema cede, non era progettato per questo.
L'italia ha una tradizione nel codicillo del codicillo, ma è facile prevedere implosione per collasso.
Collasso dei tribunali, delle carceri piene di gente. Collasso sociale, perché la diga non può trattenere tutta questa liquida conversazione.
La privacy è cambiata, la sfera privata e pubblica non sono più le stesse, i valori come reputazione e decoro si costruiscono e si mantengono presso la società in modo nuovo, non più nel silenzio e con la forza dei soldi per pagare avvocati. Se sei un potente e ci tieni alla tua reputazione, comportati bene. Altrimenti non due giornalisti, ma migliaia di persone parleranno di te liberamente, qui dentro.

14 novembre 2009

Coltivate voi stessi


Giovanardi è un ignorante, e nessuno dovrebbe voler un ignorante al governo di una nazione.

Dicendo "nessuno" ragiono di sopra o sotto la linea dell'intelligenza, quel tuo essere capace di intendere e volere che ti permette di andare a votare, non di destra e sinistra di una linea politica.

Cinquant’anni di studi e di ricerche sulle ragioni sociali, affettive, familiari, psicologiche ed economiche che portano alla tossicodipendenza buttati via in un secondo, con una superficialità agghiacciante. Ma come si fa a dire una sciocchezza simile nel 2009? E come si fa ad accettare che un ignorante del genere stia al governo per occuparsi di questo tema?
da Gilioli

05 novembre 2009

FILTr


Sto collaborando a un esperimento online, un sito di informazione giornalistica dove una redazione di gradevoli personcine, ben addentro alle cose della Rete, si comporta come un filtro rispetto allo scorrere delle notizie mainstream, quelle che trovate sui quotidiani online o su Google News.
Parlandone con Giuseppe e Sergio, promotori, scherzavo sul pettinare i flussi. O distillarli.

Il Luogo si chiama FILTr, ed è in alpha-preview @ bookcafe.net aka G.Granieri.
I singoli redattori delle voci scelgono di trattare un argomento d'attualità, ma aggiungono solo tre righe di contesto, forse mezzo punto di vista personale, e si premurano soprattutto di ancorare bene l'articolo alle fonti e ai luoghi di visibilità e di conversazione sulla notizia.

Gente che abita permanentemente in Rete che lascia una traccia leggera sulla superficie dell'infosfera, per quelli che rientrando alla sera dal lavoro sconnesso vanno online e cercano una panoramica dei temi caldi, un'acconciatura che dia una forma alla massa scomposta dei feed, una pettinata. E un ragionamento, un Filtrouge.
FILtRouge? FILTrOUGE? filTrouge? Vabbè, mi è venuto in mente adesso, il filo rosso.
Che poi credo il fil rouge come concetto (continuità, elemento comune) venga dalla tradizione delle Corderie Reali di Francia, a La Rochelle, dove per secoli si intrecciava la canapa per fare le funi per le navi francesi, e uno dei molti trefoli ritorti che compongono la corda era colorato di rosso, per provarne identità e quindi qualità.

Un aggregatore sensato, forse, in uno spunto di narrazione dove come sempre il lettore viene chiamato a colmare di significati il tutto, seguendo gli indizi sparsi nel testo e fuori dal testo, collegati.
Ma tutti possono inviare link pertinenti e far emergere oasi di significatività: FILTr è una cosa social, c'è una pagina dedicata e un bookmarklet affinché tutti possano pubblicare rapidamente la loro segnalazione, c'è la pagina su Facebook.

Il logo in alto è provvisorio: il grande concorso "Vota il logo, e vinci un pettine" è in fase di progettazione.

03 novembre 2009

Al liceo misi una Stratocaster al posto del crocifisso. Sette in condotta subito.


Io voglio semplicemente la religione fuori dalle scuole statali.
Perché sono le scuole statali di un paese laico, l'italia, come è scritto nella Costituzione.

Se poi dei genitori vogliono proprio inculcare a forza nella testa di un bambino dei concetti che non può capire, scelgano delle scuole (esiste un pluralismo dell'offerta formativa) pubbliche ma di tipo confessionale, oppure private. Si affidino alle agenzie formative cattoliche, mandino i figli all'oratorio o dall'imam o dal primo Jedi che passa.

Ma a scuola non si fa proselitismo, né esistono verità dogmatiche.
E togliete quel crocefisso dalle aule, dài.

Abbiam dovuto aspettare che una mamma italiana di origine finlandese tenesse duro in tutti i ricorsi al TAR e alla Consulta, ma ora è notizia pubblica: la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni», e lo ha ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.
Prendete e leggetene tutti sul Corriere, sulla Stampa, sul sito dell'Agi.

Nella foto, Susanna Messaggio (cioè, Susanna Messaggio, non so se mi spiego... mi tocca chiamare un medium).