26 ottobre 2009

Gruppologia sui socialcosi


Chi è il campione dei gruppi? Su, fuori le statistiche. Chi è quel tipo che ha più successo nell'aprire dei gruppi su Facebook o in giro in altri socialcosi?
C'è da fare la tara: il successo può dipendere da una certa abilità come titolista - W la patata dovrebbe funzionare meglio di Umili adoratori dell'Origine del Mondo, ma chi può dirlo; bisogna poi valutare diversamente instant-group nati sulla scia di una notizia di cronaca e destinati a morte rapida, e direi di analizzare anche quelli il cui argomento oltre a far cliccare la gente sul bottonétto "Become a Fan" riesce a generare un certo numero di commenti in calce.
Un gruppo formato da quelli che si fanno tatuare da qualche parte un Gesù Cristo con le tette, per capirci, difficilmente diventerà mainstream: troppo di nicchia. Nemmeno il valore connotativo della cornice ovale è da trascurare, peraltro.

Numeri. A esempio salti fuori il nome di quello che è riuscito a inventarsi almeno tre gruppi da almeno mille persone ciascuno. E anche diecimila, così superiamo i gradi di separazione uno e due e cominciamo a ravanare nei cerchi ampi, lontano da riflessi personali di fama e notorietà.

Potrebbe essere considerata come una forma di intelligenza sociale eh, solo che prima mancava la tecnologia (l'agenda di Marta Marzotto in quanto organizzatrice di salotti e di conversazioni potrebbe essere il riferimento culturale di derivazione) capace di portare potenzialmente ognuno di noi a incidere direttamente sull'opinione pubblica secondo configurazioni discorsive di superficie ben delineate. Dove per opinione pubblica qui intendo "l'insieme statisticamente rilevante dei principali memi diffusi in un momento dato in una data popolazione di riferimento". Dove la configurazione discorsiva di superficie è proprio la storia di cui tutti parlano oggi, oppure quella depositata nell'enciclopedia personale di una certa collettività, alla voce "credenze e chiacchiere da antibagno" - tipo: le donne al volante sono un pericolo costante.

E quindi dobbiam cercare chi ha saputo o saprà dar vita per primo a molti gruppi capaci ciascuno di cogliere lapidariamente un fatto e insieme un giudizio sul fatto, nonché in grado con una azione perlocutiva di far compiere una azione al destinatario del messaggio, portandolo ad affiliarsi al gruppo in questione.

E già si può intravvedere qualcosa di come ragiona la testa di un pubblicitario del futuro, o comunque di qualcuno che per lavoro deve modificare credenze diffuse o promuovere flussi di pensiero, in ambiti social-propelled.

Nella sintesi lapidaria, l'umanità perde (come dai libri alla tv) articolazione e profondità: l'importante è che la democraticità e l'orizzontalità della Rete faccia nascere, quale contrappeso in grado di mitigare quell'impauperimento, pluralismo vero e polivocalità.

Quindi: facciamo tutti tanti gruppi, ed emerga il migliore (anche i proverbi cambiano).

21 ottobre 2009

Leggere i tempi moderni

Svegliatevi, qui le cose stanno cambiando. A esempio i libri, il modo di veicolare contenuti, il supporto, la forma stessa dei contenuti, e tutto il mondo professionale che ai libri ruota intorno, dai distributori di carta agli autori ai librari alle e-dicole alle case editrici.
E temo che per qualche anno ancora gli astutissimi dirigenti di queste case produttrici di reader proveranno a difendere i loro prodotti con contenuti veicolati in formato chiuso e proprietario, poi il primo ragazzino che passa svilupperà un po' di codice per poter leggere tutto dappertutto, e si arriverà all'interoperabilità. Almeno questa gente imparasse dagli errori del passato, macché.

Qui Tombolini di Simplicissimus racconta della guerra commerciale in atto sugli e-book reader, e ci regala un mucchio di belle idee sul futuro dell'industria culturale. Idee che evidentemente non vengono dal futuro, ma sono già qui ora, ben presenti, nella testa di chi sappia leggere con onestà intellettuale i cambiamenti tecnologici e quindi sociali dei comuni oggetti che arredano la nostra vita.

E al primo che dice "sì, ma vuoi mettere la carta, il profumo dell'inchiostro...", calci in culo. Anzi no, il modo migliore per combattere il nemico è mettergli in mano un reader con dentro migliaia di libri, dallo schermo meraviglioso per la lettura, connesso magari wifi.
Se quel laudator temporis acti non diventa illico un sostenitore di questo nuovo supporto tecnologico, quella persona potrà leggere quanti libri vuole su carta, ma non capirà mai cos'è la cultura umana e come funziona.

08 ottobre 2009

Vogliamo il wifi libero: no alla proroga del decreto Pisanu

Sergio Maistrello propone una riflessione collettiva riguardo quel famoso decreto Pisanu, ne parlavo en passant qui e qui, che in italia in pratica soltanto ostacola pesantemente la connettività dei cittadini negli spazi pubblici o semipubblici cagionando rallentamenti notevoli nella comunicazione tra le persone, proprio oggi che in epoca di cambiamento sociale abbiam più bisogno di far circolare le idee per scoprire come abitare dignitosamente questo Mondo 2.0.

Tornerò sicuramente sull'argomento in un prossimo futuro: si tratta di sostenere pacatamente ma in modo concreto e puntuale (proprio come Maistrello) una posizione di civiltà rispetto alla necessaria diffusione di una Cultura Digitale in italia.

Quest’anno no: lasciate scadere la legge Pisanu

[...] Mentre altrove internet si rafforza come diritto riconosciuto all’interazione con l’altro, un’infrastruttura per il progresso sociale ed economico da favorire e da proteggere, per le classi dirigenti italiane – complici leggi miopi o leggi d’emergenza protratte nel tempo, come la Pisanu – si è trasformato nel luogo comune dell’inutilità, della devianza e del reato diffuso. Non abbiamo sconfitto i nostri fantasmi, in compenso abbiamo perso tempo e opportunità, che oggi costerà molto più caro recuperare. Abbiamo perso anche diritti, lasciando che oggi in determinate circostanze gli estremi delle nostre navigazioni parlino per noi con un’intimità che mal si concilia con la legislazione sulla privacy di un paese civile. Questa legge ha contribuito a trasformare un paese spaventato dai mantra delle sue stesse leadership in un paese più arretrato, più rinchiuso in se stesso, più complicato, più pessimista di quanto il mondo d’oggi consentirebbe. La legge Pisanu non garantisce di fermare la pazzia di un estremista, in compenso sta contribuendo alla strage quotidiana delle aspettative e delle opportunità di una intera nazione.

Alzare la voce

L’eccezionalità delle richieste d’urgenza presentate nel 2005 dal ministro Beppe Pisanu si spiegano in virtù del loro carattere dichiaratamente provvisorio: sarebbero dovute scadere il 31 dicembre 2007. Se non fosse che prima il governo Prodi II (con il milleproroghe del 31 dicembre 2007) e poi il governo Berlusconi IV (col milleproroghe del 18 dicembre 2008) ne hanno garantito fino a oggi la piena efficacia. È inutile recriminare sulle scelte fatte, ma è nostro dovere influire come cittadini su quelle che possono ancora cambiare. La prossima scadenza utile, sulla quale sarebbe opportuno si aprisse questa volta in tempo utile un dibattito sereno e costruttivo, è il 31 dicembre 2009.

Fanno 85 giorni a partire da oggi. 85 giorni in cui chi ha a cuore il futuro della rete in Italia è chiamato a far sentire la propria voce.

Fonte: Apogeonline (leggete tutto l'articolo!)


07 ottobre 2009

Le sopracciglia di Alfano



Era tanto tempo che pensavo a questo Lodo Alfano. Lo scorso 9 settembre non riuscivo proprio a togliermi la questione dalla testa, scrissi anche un post al riguardo, mirabile per l'afflato ecumenico, la ponderata articolazione dei contenuti e per la pacatezza olimpica del tono espositivo.
Beh, quella legge la Consulta l'ha bocciata. E anche Wikipedia è già stata aggiornata.

Ora succeda quel che deve succedere, Berluscon pensi all'italia e a governare sereno e vada ai processi a suo carico, gioisca per il Milan, canticchi confidenziale canzoni francesi anni Cinquanta, faccia il cascamorto con le fanciulle e il rodomonte ai convegni internazionali, non mi interessa.
Mi basta sapere che lui non è più "più uguale di me" dinanzi alle legge, per legge.