23 luglio 2009

Un vero reality

Forse già dal 27 luglio Udine avrà lo streaming del Consiglio Comunale. Interesting.
Credo Paolo Coppola, assessore diUdine all'Innovazione e all'e-Government, si meriti una pacca sulla spalla, perché sta facendo un buon lavoro sulla presenza mediatica del Comune (aspetto strumenti più interattivi; senza un po' di sana e-Democracy l'e-Government suona come una "concessione"), e perché credo abbia dovuto lottare con assessori e consiglieri contrari a mostrare il loro faccione in webdiretta.

Si lavora per far partire il servizio già da lunedì prossimo, 27 luglio
IL CONSIGLIO COMUNALE VA ONLINE
Coppola: “Un segnale di partecipazione, apertura e trasparenza della politica verso tutti i cittadini”.

Due telecamere riprenderanno le sedute e le trasmetteranno in diretta streaming sul sito del Comune

Due telecamere che riprendono i lavori del Consiglio comunale di Udine e che trasmettono le immagini in diretta streaming sul sito del Comune. È l’idea dell’assessore all’Innovazione e alla Trasparenza Paolo Coppola che, probabilmente già dalla prossima seduta del 27 luglio, in via sperimentale, intende offrire a tutti i cittadini la possibilità di seguire in diretta online il consiglio comunale. “In queste ore stiamo cercando di risolvere i problemi tecnici e burocratici – spiega Coppola – per lanciare il servizio in via sperimentale già da questo Consiglio. Credo che coinvolgere i cittadini, attraverso tutti gli strumenti che la tecnologia ci offre, rappresenti un segnale di apertura della politica e delle istituzioni verso una sempre maggiore trasparenza e partecipazione”.
Nella sala del consiglio, oltre alle due telecamere, sarà posizionata una piccola regia, basata su un computer portatile che gestirà le riprese e inserirà i sottotitoli per spiegare chi in quel momento sta parlando.
Collegandosi al sito www.comune.udine.it, dunque, sarà possibile seguire in diretta lo svolgimento della seduta pubblica. Ma non solo. Nei giorni successivi al consiglio, infatti, i video verranno caricati su youtube, sul canale del comune, e suddivisi per i diversi punti all’ordine del giorno, in modo tale da rendere più facile il reperimento di una parte specifica della discussione. “È la prima volta in assoluto che a Udine viene effettuato un servizio del genere – prosegue soddisfatto l’assessore che ha anche la delega ai servizi informativi – e spero vivamente che, dopo la fase sperimentale, si possa partire a pieno regime perché credo sia fondamentale rendere consapevoli e partecipi i cittadini delle decisioni prese per tutta la collettività, riducendo il pericoloso distacco tra politica e vita quotidiana. Vedremo poi – conclude – quali saranno le reazioni da parte del web e, sulla base dei risultati, vedremo se continuare o meno”.
Sta di fatto che, a partire dalla campagna elettorale di Obama fino alle nostre recenti elezioni europee, se da un lato si sta diffondendo sempre più l’uso di internet nella comunicazione politica, è anche vero che dall’altro sono sempre più le persone di tutte le età che cercano in modo diretto le informazioni, possibilmente senza intermediazioni. Ed è proprio in quest’ottica che si inserisce l’idea di far seguire online le discussioni del consiglio comunale udinese.

Udine, 21 luglio 2009 Ufficio stampa

via Facebook (della notizia non ne ho trovato ancora traccia sul sito del Comune di Udine)

18 luglio 2009

Identità digitale, socialità in rete, progettazione di ambienti

L'aula scolastica è l'ambiente dove ha luogo la situazione sociale di apprendimento, e non è un luogo neutro. L'arredamento, la disponibilità di supporti alla didattica, perfino il colore diverso della tinteggiatura delle pareti potrebbe modificare nei partecipanti la percezione dei flussi comunicativi gruppali tramite cui avviene apprendimento. Facebook non è uno strumento, è un ambiente. Non è certamente neutro, non è trasparente, e non è il più indicato per attività didattiche. Non è nemmeno un luogo democratico. Quale messaggio di educazione alla cittadinanza digitale 'passerebbe' agli allievi? Dov'è la capacità critica degli insegnanti, nel valutare innanzitutto gli stessi (oggetti, parole, libri, strumenti, situazioni, ambienti) supporti alla conoscenza?
Ok, dopo aver reiterato i miei dubbi per le attività didattiche che certi insegnanti (persone che sono arrivate in Rete ieri, evidentemente, e si comportano come bambini in un negozio di giocattoli) svolgono dentro Facebook, procedo con una di quelle liste di segnalazioni che talvolta metto giù per prendermi degli appunti.

Avete presente quando si dice che il web è un posto caldo, fatto di relazioni? Ne parlava il buon Livraghi anni e anni fa. Beh, siccome il web moderno è definito social web, ecco che un tot di sociologi e antropologi e social designer e media strategist e narratologi specializzati nelle dinamiche affettive delle conversazioni e delle strategie identitarie dei gruppi (ehm) stanno provando a individuare le peculiarità delle nuove forme di socialità su web.
Ad esempio, visto che il passaparola è fondamentale per l'evoluzione della specie umana, quando mi serve qualcosa a chi posso chiedere? Ecco uno schemino per una esplicitazione delle competenze digitali secondo una sorta di prossemica sociale.

L'altro giorno dovevo augurare buon compleanno a un tipo. La domanda era: dove? Si tratta di una mia conoscenza di tipo professionale, ma abbiamo condiviso anche momenti informali con buon feeling interpersonale. Telefonargli a casa, telefonargli al cellulare, sms, facebook, altri social network, strumenti di lifestreaming tipo Friendfeed, mail? In occasione dei rituali più strutturati, la competenza sulla scelta del mezzo e sul tono da tenere risulta decisiva, perché in quei casi la situazione comunicativa dice ben più del messaggio stesso. Non è importante cosa si dice agli sposi o a un funerale, le frasi sono sempre quelle, assai più importante è compredere la grammatica dei tempi e dei modi, per evitare gaffe. Codici, sissignori. Possedere i codici interpretativi della circostanza e delle aspettative altrui, secondo cultura di appartenenza.
Nel caso di ambienti online, queste diventano appunto competenze digitali, che non c'entrano nulla con l'alfabetizzazione informatica, tanto quanto - vecchio parallelo - saper come funziona un motore quattrotempi o come si cambiano le marce (cultura tecnologica, consapevolezza dell'interfaccia) in un'automobile ha poco a che fare con il sapersi comportare in autostrada.
Nel mio caso personale, dovendo anche per lavoro portare in superficie queste grammatiche di socialità digitale inespresse che molti di noi dopo molti anni in rete possiedono senza saperlo, sono riuscito ad appoggiarmi a dei ragionamenti per stabilire quale fosse il giusto media da utilizzare.
Per rifarmi al caso degli insegnanti sopraespresso, non sono sicuro della loro capacità di far chiarezza in se stessi rispetto all'adeguatezza degli ambienti di socialnetworking, soprattutto in relazione alla specificità della didattica e dell'organizzazione scolastica.

Piercesare Rivoltella offre sempre riflessioni interessanti: qui su Medialog ragiona su autonomia e narrazione, in occasione di un seminario dedicato a "Media, storia, cittadinanza". In particolare, Rivoltella organizza il suo pensiero sulle forme della socialità digitale intorno a tre coppie di termini: sfera pubblica / sfera privata, apprendimento insegnato / apprendimento non insegnato, autonomia / eteronomia.
Sempre su Medialog, in aprile, un bel post provava a "riflettere sulla necessità di dare risposte da parte della scuola agli aspetti che riguardano l'uso sociale dei nuovi media. Tra i tanti, l'economia dell'attenzione che essi comportano (diversa da quella implicata dalel forme più convenzionali di comunicazione) e la pluricollocazione nello spazio e nel tempo dei soggetti". Interrogandosi sul rapporto esistente nuovi media, educazione e cittadinanza, Rivoltella descrive tre cornici: il frame alfabetico; il frame critico; il frame autoriale. Tre approcci differenti (ma da intendersi forse come sfaccettature della stessa realtà) da tenere in considerazione per una scuola che intenda far ragionare le nuove generazioni sulla partecipazione alle forme di cittadinanza digitale, che va da sé non può essere disgiunta da una seria Media Education.

Ragionando di identità personale, ecco un articolo di Luciano Floridi da "Philosophy of information"
“Who are you online?” is a question with enormous practical implications, and yet, crucially, individuals as well as groups seem to lack a clear, conceptual understanding of who they are in the infosphere and what it means to be an ethically responsible informational agent online.
Qui trovate invece qualcosa per ragionare di integrazione tra network di sensori e network sociali, per meglio provvedere informazioni di contesto. Stiamo già parlando di socialità dentro la Internet delle cose (vedi anche qui e qui per argomenti attinenti).

La Microsoft ci racconta dell'utilizzo di tecnologia per i mercati emergenti: "The research in this group consists of both technical and social-science research. We do work in the areas of ethnography, sociology, political science, and economics, all of which help understand the social context of technology, and we also do technical research in hardware and software to devise solutions that are designed for emerging and underserved markets, both in rural and urban environments."
Ad esempio, coinvolgere agricoltori in progetti di educazione informale alle tecniche di coltivazione mediante l'utilizzo di video digitale; usare interfacce utente di tipo non testuale, per popolazioni non alfabetizzate, elaborando con supporto di studi etnografici alcuni principi per il design; studiare pc multi-utente; creare reti sociali tra microimprese; avviare interventi di miglioramento in campo sanitario, supportati da utilizzi avanzati di tecnologia a basso costo.

Molte delle riflessioni riguardano la centralità di una progettazione (delle reti informatiche, delle interfacce, dei luoghi di comunicazione pubblica per imprese o pubbliche amministrazioni, delle organizzazioni lavorative, delle architetture di informazioni) che sia in grado di porre l'utente al centro dell'approccio speculativo. Anzi, qui non si tratta più di progettare l'interazione con l'utente, ma proprio di ragionare sulla progettazione dell'esperienza dell'utente, quella che in gergo viene detta UX, ovvero User Experience, l'nsieme dato dalle componenti cognitive e patemiche nella "convergenza tra design digitale e industrial design, tra hardware e software, tra applicazioni e servizi, che a volte sfocia perfino nella progettazione degli spazi (interni ed esterni) in cui l’esperienza avviene. In questo caso la sfida più grossa è quella della multicanalità e della multidimensionalità dell’esperienza, e di quelle che Joel Grossman chiama “esperienze ponte”. Tutto questo lo trovate su questa pagina di UXmagazine.
Cosa vuol dire progettare l’esperienza utente? Ci sono tante risposte. Storicamente è un’attività strettamente connessa allo User Centered Design, da cui ha tratto filosofia di base, metodi e strumenti. Qualcuno la definisce mettendo insieme le competenze o gli ambiti disciplinari che concorrono al progetto (Steve Psomas), oppure elencando cosa non è. Qualche anno fa Peter Morville propose un modello con sette facce che descrivono le qualità dell’esperienza utente . Più recentemente Nathan Shredroff ha proposto un modello simile basato su sei dimensioni.
In realtà, in tempo di socialnetwork, qualcuno sta giustamente pensando di passare da un "user-centered experience design" a un "group-centered experience design", proprio perché appare sempre più chiaro (per via dell'emergere alla visibilità di questi processi finora immersi nella complessità, grazie ai socialcosi) che le linee dei comportamenti sociali digitali - il marketing virale, la diffusione dei memi, i meccanismi del passaparola, la status-sfera, la folksonomia degli oggetti culturali di qualità, le reti relazionali umane - dipendono dalle dinamiche dei gruppi online, dalla loro capacità di essere organizzatori di senso, o banalmente trend-setter, in grado poi di connotare con la loro sanzione esplicita, positiva o negativa, una configurazione riconoscibile delle conversazioni online con una veste di "accettabilità" o di "novità" o di "sei out se non sai/fai questo o quello". Per dire, il meccanismo in Facebook è riconoscibilissimo, nella circolazione delle appartenenze ai gruppi e nei dispositivi di condivisione delle informazioni, anche se viene persa la significatività specifica a causa del calderone in cui tutto viene riversato, della cornice onnivora che vampirizza il senso delle singole discussioni, livellandole verso il basso (il famoso cazzeggio).

Qui su Ibridazioni (ne parla anche con buoni esempi Alberto Mucignat) c'è una proposta di riflessione (un bel documento da scaricare) sulla progettazione basata sull'esperienza gruppale, a partire da un design di tipo motivazionale, fondato quindi sugli utenti e non sulle piattaforme, ad esempio per avviare ambienti sociali per le organizzazioni lavorative:

La nostra proposta metodologica si fonda su quattro concetti chiave:
1. Bisogni Funzionali: gli obiettivi di progettazione rivisti in chiave di necessità.
2. Usabilità Sociale: l’usabilità rivista in dinamica sociale (partendo dalla definizione di Nielsen).
3. Motivazioni Relazionali: il concetto di motivazione rivisto in chiave relazionale (one-to-one e sociale).
4. Flusso di Attività Circadiano: ovvero le attività abituali delle persone durante la giornata.

Fra queste, le componenti caratterizzanti sono, come intuibile, Usabilità Sociale e ancora più Motivazioni Relazionali. La prima definisce quattro proprietà RICE: Relazioni interpersonali, Identità, Comunicazione ed Emergenza dei gruppi, mentre la seconda quattro motivazioni CECA: Competizione, Eccellenza, Curiosità, Appartenenza.

Il Design Motivazionale si applica sia ai Sistemi a Social Newtwork presenti nel Web che alle Intranet e Community Aziendali che vogliono sfruttare le nuove prassi collaborative che si sono evolute nel Web 2.0 (l’ormai nota Enterprise 2.0).

I ragionamenti sulla condivisione della conoscenza nelle organizzazioni aziendali (Enterprise 2.0) sono certo fondamentali, ne parla anche RobinGood qui, dove la Torre (gerarchia e verticalità) incontra la Nuvola del bottom up e delle relazioni orizzontali.

Putting People First riporta l'attenzione sul service design, grazie alla segnalazione di un articolo scientifico di Daniela Sangiorgi, dove si prova a ristabilire una prospettiva basata sulla considerazione dell'interfaccia (da intendere come l'intera situazione dove l'esperienza ha luogo), rispetto ai "prodotti" di un'attività di design, nella definizione di servizi, dove soggetti azioni norme ruoli e artefatti vanno tutti considerati senza troppo spezzettare lo sguardo, per una comprensione più ampia dei fenomeni, e soprattutto in ottica groupware.

Alla base di molti approcci scientifici recenti allo studio delle socialità in Rete e della human-computer interaction (qui il link per il blog di Luca Chittaro - direttore dell'HCI Lab dell'Università di Udine - su Nova100 ilSole24ore, vi è indubbiamente quella che viene definita "Activity theory" (vedi Wikipedia)
Activity theory is a psychological meta-theory, paradigm, or framework, with its roots in the Soviet psychologist Vygotsky's cultural-historical psychology. Its founders were Alexei N. Leont'ev (1903-1979), and Sergei Rubinshtein (1889-1960) who sought to understand human activities as complex, socially situated phenomena and go beyond paradigms of psychoanalysis and behaviorism. It became one of the major psychological approaches in the former USSR, being widely used in both theoretical and applied psychology, in areas such as education, training, ergonomics, and work psychology [1]. Activity theory theorizes that when individuals engage and interact with their environment, production of tools results. These tools are "exteriorized" forms of mental processes, and as these mental processes are manifested in tools, they become more readily accessible and communicable to other people, thereafter becoming useful for social interaction.
Ora metto un paio di fotografie. Si tratta di anziani in casa di riposo che usano la Wii Nintendo.
Ne trovate altre qui: occhio che è un sito che contiene anche robe pornelle :)




Udine stupidina, e sprecata


Ho letto questo post di Gaia, che non conosco, e credo sia più giovane di me.
Sono annoni che non vado a una festa di laurea di qualcuno, e anche l'epoca dei primi matrimoni credo sia finita, nel mio giro di amicizie. Infatti le notizie a distanza uno/due gradi di separazione sono i tradimenti e i secondi matrimoni, e manca poco al "sai che Gino ha avuto un infarto? Stava sniffando una riga di bianca tra le tette di una cubista croata durante un'orgia di scambisti in un club privè" (cit. a memoria di non mi ricordo chi; ndGJ).

Perché Gaia parla di Udine, una città stupidina. E dice cose giuste e appunto letteralmente condivisibili, tant'è che copioincollo qua sotto le sue parole. Qualche volta ci ho provato anch'io, su questo blog, a raccontare degli stereotipi schizoidi di questa città di provincia. Della sua ambigua socialità che vivacchia tra l'indignato perbenismo di facile calco televisivo e i topless lapdance spritz party nei capannoni delle statali, tra le ferrari e le porsche in doppia fila e la mensa dei frati che trabocca di gente in cerca di una minestra. Un territorio che offre iniziative culturali internazionali - Sunsplash, FarEastFilmFestival, VicinoLontano, realtà sorte "dal basso" - offuscato dalla miopia culturale di una classe politica incapace di progettare un'identità e una linea d'azione innovativa e lungimirante, fondata su una lettura semplicissima della modernità fatta di scenari transfrontalieri, consapevolezza ecologica del rispetto del territorio (il FVG è la regione più cementizzata d'italia), nuove forme di socialità, superamento delle logiche economiche di tipo veteroindustriale.
Se c'è una cosa in cui i friulani sono bravi, e dove gli udinesi raggiungono l'eccellenza, è nell'impedire che il vicino di casa faccia qualcosa di innovativo e magari culturalmente ed economicamente redditizio. Siamo specializzati nello sbranarci a vicenda, prima ancora che le cose si muovano. Invidia, rancore, pressione sociale al conformismo, guerra di bande, cattolici vs. massoni, chissà. Piuttosto che lasciarti aprire un negozio sotto casa mia, dò fuoco al condominio dove entrambi abitiamo, ecco.

Ma riprendo qui gli sforzi di Gaia, mi associo e continuo a credere di poter cambiare la mentalità di questa città sprecata.


cosa ci faccio qui?

Ieri ho avuto il piacere di partecipare ad una festa di laurea a Padova. Con i suoi 55,000 studenti (dati del Miur), Padova è decisamente una città universitaria, per cui molto diverente: una delle città in cui sarebbe bello vivere. Ce ne sono tante, in Italia, penso a Torino, Roma, Bologna, per dirne alcune, o le città del sud… per non parlare delle fantastiche metropoli europee: Berlino, Parigi, Barcellona… Invece sono ancora a Udine. Ogni tanto mi chiedo perché, che ci faccio qui, in questa città piccola, sgarbata e conservatrice, quando le alternative sono illimitate e così allettanti

La risposta, oltre che agli ovvi motivi che qui ci sono nata e che qui lavoro, è che io vedo Udine non per quello che è, ma per quello che potrebbe essere -e potrebbe essere veramente una città perfetta. Ogni tanto può nauseare, ma le piccole dimensioni hanno numerosi vantaggi: non ci si sente soli come in una grande città, è facile rimanere in contatto con tutti, e coinvolgere molte persone nelle proprie iniziative. In grandi città, per la mia esperienza, è tutto molto più dispersivo e faticoso.

Udine è una città ricca: se solo gli udinesi spendessero i propri soldi in cose come la cultura, o persino l’artigianato, invece di comprare cose inutili nei centri commerciali, si creerebbero posti di lavoro fantastici che spingerebbero i giovani a restare, e si renderebbe stimolantissima la vita udinese.

Siamo una regione di confine, eppure dell’Austria ci importa poco, e la Slovenia la trattiamo con diffidenza. Se sapessimo sfruttare questa posizione, potremmo essere al centro di scambi culturali unici, invece che una periferia considerata dal resto d’Italia rozza, remota e poco invitante -mentre noi non facciamo altro che ripeterci quanto siamo speciali perché siamo friulani.

Infine, ho deciso di restare in una zona ricca come il Friuli perchè bisogna ridurre guerre e povertà nel mondo, e siccome entrambe queste cose sono sempre più collegate alle disparità nella distribuzione globale di risorse, se agendo qui si potesse spingere la parte ricca del mondo (tutti i friulani, quindi, non solo quelli che noi consideriamo ricchi) a consumare di meno, avremmo già risolto metà del problema. Noi consumiamo più risorse di quante la nostra terra ci fornisca, e per queste risorse ci sono guerre, sfruttamento e fame in parti del mondo che non conosciamo nemmeno.

Udine è strana: tantissimi giovani se ne vogliono andare, però la maggior parte finisce per restare, risucchiata qui da non si capisce cosa… io ora come ora sono tra questi. Ogni tanto anch’io sento le sirene di altre città, o dell’estero, e vivere a Udine, dove è così difficile mettere in pratica idee nuove, può essere frustrante. Però penso che la nostra potrebbe essere davvero una città che riassuma in sè il meglio della nostra era in una dimensione davvero umana… ma siamo lontani da questo obiettivo, e quando mi trovo davanti a gente che si lamenta perché non si parcheggia in centro, o chiede più polizia in borgo stazione, mi chiedo se basteranno i miei sforzi per cambiare la mentalità di questa città sprecata.

14 luglio 2009

Mezzi diversi


Oggi è il giorno in cui bisognerebbe stare zitti per protestare contro l'obbligo di rettifica per la stampa e i siti informatici, contenuto nel disegno di legge alfano sulle intercettazioni.
Massimo rispetto per i promotori e chi aderisce, ma non è la mia posizione, quella che ho più volte espresso in questo blog, la posizione di chi ritiene sia importante dire, ridire, ripetere, sottolineare, argomentare, mostrare i fatti, indicare gli errori, sostenere sempre e comunque la libertà di espressione di pensiero e di parola, e farlo in prima persona in ogni buona occasione e magari anche a sproposito, visto che in italia vengono varate leggi oscurantiste e censorie.
Per tutto il resto, c'è il reato di diffamazione.

Sono ottimista e fiducioso: da domani i blogger smetteranno di pensare a cazzate varie e resteranno per qualche settimana in trincea a scrivere e a commentarsi molto, per difendere con le armi della libera discussione quella poca visione critica della realtà rimasta in questo Stato fondato sulla fiction.

05 luglio 2009