26 giugno 2009

L'Io è un format obsoleto


L'Io è un format obsoleto. E anche la presunzione di dotare di senso il nostro fare è romanticamente *fuori luogo*. Qualsiasi affermazione di sé, della autenticità del proprio dire, con conseguenti para-testi dedicati a comprovare l'autenticità del discorso della nostra autenticità nel dire chi siamo (occorre sempre un paradiscorso - autentico? - che dica che il discorso è autentico?) cade e cadrà sempre più in contesti esperienziali su cui non ho controllo e mai ne ho avuto. Si chiama negoziazione del Sé, patteggiamento interpersonale delle posizioni esistenziali espresse dai parlanti nella situazioni di enunciazione. Noi siamo rete, non c'è dentro e fuori, non c'è vero e falso, non c'è identità che non sia identificazione, quindi gioco linguistico, quindi rappresentazione. Siamo agiti, sì, me ne accorgo in ogni piccolo gesto. Configurazioni discorsive di superficie, abitudini innervate, empatie automatiche nei codici degli atteggiamenti. L'identità è opera d'arte sociale (tekne, quindi tecnologia del Sé, Foucault) cerchiamo almeno di essere posteriori a Duchamp o Malevic o Magritte, che quasi un secolo fa indicavano appunto gli aspetti linguistici e i giochi del contesto interpretativo. Questa consapevolezza della natura sociale e oggi tecnologicamente "mediata" della nostra identità come rappresentazione ci è oggi necessaria - ma la parola è già tecnologia, quindi siamo umani *perché* tecnologici... il fuoco non l'ha inventato un sapiens - per poter ri-giocare la realtà, senza nevrosi e ritorno al Medesimo, senza innamorarci della maschera, senza adeguarla, e piuttosto senza mimesi. Cosa posso fare, per aver certezza, se non guardare rapito la mia stessa parola vivere nei lifestreaming e delinearmi a mia insaputa? La verità è sufficiente sia estesa e ritmica come la musica, i segreti della profondità sono uno sgambetto. Tenere la faccia al guinzaglio, la mano che brancola nel buio, la candela che si spegne nella casa che va a fuoco, le solite cose.

ps: viva i suggestivi anni Sessanta

25 giugno 2009

Tracce di maturità 2009

Queste due sono eccezionali.
Internet ed i Social Network.
Alla luce della recente evoluzione dei social network a livello mondiale, ripercorrere l'evoluzione sociologica dei sistemi di comunicazione di massa. Porre l'accento sul cambiamento formale e sostanziale nei rapporti interpersonali: il concetto di privacy mantiene il suo significato originale? E' richiesto l'apporto di esempi concreti.
[Tema di maturità, 2009]
Oh, che colpo di genio! Magari è la volta buona che si riesce a educare migliaia di docenti in un colpo solo.

Per l'ambito storico-politico, argomento di ampio respiro: "Origini e sviluppo della cultura giovanile". Con tante, tantissime foto, dagli anni '50 al Duemila: c'è una immagine della Vespa (applausi), ci sono James Dean, Elvis Presley, Mary Quant, i Beatles, la Beat generation, i pacifisti del '68 con lo slogan «Make love not war», la «Marianna» del '68 a Parigi, Jim Morrison, i Punk, i paninari, i Nirvana, il logo di Facebook, i rave party.
Invidia. Quanto tempo ho? Sei ore? Poche. Chiudetemi dentro la scuola, nutritemi a merendine, lasciatemi qui da solo di notte con una candela a scrivere per giorni.

18 giugno 2009

Sano, sicuro, consapevole.

Riprendo Metilparaben per intero. E cosa volete che aggiunga, che siamo nel 2009?

Mentre vi comunico, en passant, che si tratta (anche) di un successo degli Studenti Luca Coscioni (ma ve lo dico solo io, come al solito, ché i giornali non ritengono di menzionarli), mi prendo qualche minuto per dire due paroline ai giovani in ascolto.

Io non so, e non voglio sapere, se scopate, quanto scopate, con chi scopate: però vi consiglio di usarli, i preservativi, in barba ai crociati che vi ammanniscono le loro idiozie sul peccato e la riproduzione naturale, agli imbecilli che vi lusingano a forza di "che vuoi che succeda, ci sto attento io", ai coglioni che "non ho mai fatto il test ma non sono né gay né tossico, figurati se l'ho preso".
C'è gente che ha dato il fritto, per fare in modo di mettere quei distributori nella vostra scuola.
Voi che ne dite: è il caso di sprecare tanto lavoro?


12 giugno 2009

Venezia naviga

(E' tutto un lungo delirio pieno di parentesi, ma volevo parlare di Venezia digitale, e di come vedremo emergere nuove forme di socialità e di autocoscienza, di come una parola nuova permetta la nascita di tante nuove idee. E Venezia sta per pronunciare concretamente parole nuove, nel dialogo interumano)

Quando studiavo psicologia, leggevo di come ad un certo punto verso i primi anni Sessanta fosse arrivato il Cognitivismo a rimettere le cose nella giusta prospettiva, rispetto al Comportamentismo, nella considerazione dei processi mentali di acquisizione e gestione delle informazioni, quindi nel dare alcune coordinate improntate a migliori ipotesi sul funzionamento della memoria, dell'apprendimento, della mente e del ruolo attivo dell'individuo.

Nutrito da suggestioni derivanti dalla cibernetica anni Cinquanta, molto cognitivismo (la cosa si riprodusse poi negli anni Ottanta, con i neo-connessionisti) provò a seguire la metafora dell'uomo-macchina, ovvero a spiegare certi fenomeni psicologici con un parallelo basato su un trattamento dell'informazione di tipo "ingegneristico", o proto-informatico.
Certo, parlare del cervello come hardware e della mente come software viene facile, innesca fughe. C'è la memoria a breve termine (la RAM?) quella a lungo termine (il disco fisso?), le pipeline di collegamento intracraniche, le interfacce (gli organi di senso, con la loro autonoma elaborazione dell'informazione dal percetto al concetto), i driver.

D'altronde, un pensiero vive dentro l'ambiente pensieroso che lo pensa (che è maggiore di una scatola cranica, ed è un ambiente sociale), dentro i tempi che lo vedono emergere come catena significativa di correlazioni di idee e di emozioni, quindi perché stupirsi che l'informatica assomigli alla psicologia cognitivista? E' la stessa generazione di persone ad aver prodotto quei ragionamenti, gente che al liceo aveva letto gli stessi libri di filosofia.

L'episteme dell'epoca faceva convergere lì, ecco.
Ed è inutile mettersi a discutere se il computer sia un cervello o se la mente lavora come un computer, perché i nostri giudizi vivono dentro quel contenitore della pensabilità, e comprendiamo la realtà da lì dentro. E lì dentro le cose filano fluide, e per nessun bambino di dieci anni il concetto di "cervello elettronico" risulta assolutamente inconoscibile, fatto salvo lo stupore iniziale dell'accostamento dei termini. Ovvero, quel concetto è già nella sua mente, perché la cultura in cui cresce concepisce serenamente quel concetto.
E per dirla tutta, non è più il caso di concepire la mente come individuale, noi siamo multipli e sociali, l'Io nasce dal Tu, la coscienza è una autonarrazione che noi stessi facciamo a noi stessi diuturnamente, smettiamola con l'Io e il non-Io, io sono sono rete.

Ma certamente etica scientifica vuole che la metafora, benché altamente illuminante, vada compresa per quel che è. Una metafora esplicativa. Domani ce ne sarà un'altra, migliore.
Non stiamo parlando della realtà, stiamo parlando delle parole con cui pensiamo la realtà.

Anche studiando la psicologia dei gruppi, nell'individuare un "discorso" soggiacente al "fare" del gruppo, bisogna porre attenzione a non antropomorfizzare troppo, appunto perché il gruppo vive in dimensioni psicologiche (affettive e cognitive) gruppali, pratica altri linguaggi espressivi, è "inumano", è differentemente cosciente di sé, e occorrono strumenti specifici per individuare prima e analizzare poi i suoi comportamenti, nn si può tic-tac trasporre concezioni di psicologia individuale al nuovo oggetto di studio (il gruppo, "la più grande invenzione del XX secolo", come disse quel guru vero di Rogers, sottolineando così come il gruppo di per sé non fosse mai stato preso in considerazione né percepito come "oggetto di studio").
Un altro esempio? Quando Dennett e/o Hofstaedter, trent'anni fa, studiavano cosa fosse la coscienza, dovevano dedicare metà dei loro libri a spiegare come fare per non concepire la coscienza come qualcosa di "individuale" (con tutto il problema della storia del linguaggio della psicologia come retaggio), ma fosse una caratteristica emergente dei sistemi complessi, come nel famoso caso del formicaio, che è cosciente di sé (adotta comportamenti nel suo insieme) benché le formiche non lo siano (forse).

Anche il territorio può essere letto con queste metafore. Ad esempio riuscire a leggere il territorio come un ipertesto, come più volte qui ho fatto, mi è stato reso possibile da un pensiero capace di individuare nodi e collegamenti tra le varie parti che lo compongono, siano essere relative a questioni di produzione e distribuzione di materia, energia o informazione, giusto per usare la nota triade fondamentale per uno studio della Cultura Tecnologica e TecnoTerritoriale (appunto). Quali percorsi legano il rubinetto della vostra cucina alla diga su in montagna? L'ufficio dei servizi sociali del vostro Comune allo schermo del vostro PC? Quanti gradi di separazione tra me e il Sindaco, visto che gli umani sono materia energia (vedi Matrix, il film) e informazione in rete (vedi Internet, tutta), e i linguaggi (le idee, memi) sono virus che si propagano da una testa all'altra?

Ma il territorio può essere benissimo letto con la metafora del sistema operativo, informaticamente inteso. C'è una lunga tradizione. Ci sono appunto i luoghi energetici, le condutture, i processori dedicati all'elaborazione dell'informazione, le banche dati, i sistemi di controllo. Emerge l'amministrazione, la coscienza del territorio che sa di essere territorio e sa cosa non è territorio che può governare, emergono forme di indirizzamento sulle priorità (politiche) di elaborazione amministrativa, ecco la governance come ragionamento sull'efficienza del sistema amministrativo, ecco le interfacce.

Ok, la smetto.

Però indubbiamente connettere tutto un territorio, come la città di Venezia (Mestre compresa) in banda quasi larga (20Mb sono già una cosa dignitosa, su fibra ottica) farà emergere nuove idee di sé, permetterà alla mente collettiva veneziana (cittadini, imprese, amministrazione) di forgiare strutture sociali (di atomi, di bit, come una banca di mattoni che è anche una idea di banca ed è anche un flusso di informazioni) ora difficilmente immaginabili, anche se ieri Michele Vianello, viocesindaco di Venezia, ha provato a suggerire qualcosa, nel corso della presentazione delle iniziative per Veneziadigitale.
Qualcosa di molto bello, detto con parole giuste e concrete, e con coraggio visionario, e sbeffeggiando alcune impostazioni 1.0, ancora lineari e industriali, che molti spacciano per innovazione. Forse è la prima volta che sento un pubblico amministratore parlare di modernità socialweb credendoci, e non per fare il bullo con parole che qualcun'altro a malapena comprende, esponendo concetti di condivisione della conoscenza e di opportunità sociale e di cittadinanza digitale che ti accorgi subito se sotto c'è il vuoto di una prassi mai praticata.
E quelle di Venezia non sono parole futuristiche, le infrastrutture tecnologiche ci sono già, sono anni che mettono fibre ottiche nelle strade ogni volta che devono rifare un allacciamento del gas, e ieri sono state esplicitamente chiamate le imprese e i consorzi e le università a partecipare all'innovazione culturale, a diventare partner di progetto, e smettiamola di parlare della rete come fattore tecnico. C'è un mondo intero da inventare, e da abitare, subito.

10 giugno 2009

Immunity law (risate)

Ualà. Preso per il culo su tutti gli schermi del mondo, e noi tutti con lui. Un cretinetti che avrebbe dovuto sparire dalla circolazione al massimo con Tangentopoli, e invece un terzo di questa italia farsesca e boccalona continua a votare.
Chissà le risate che si sta facendo Obama, alla fatica che farà per non ridergli in faccia al primo incontro ufficiale.
Berlusconi, stupiscimi: sparisci.







02 giugno 2009

Sempre SchoolbookCamp: le videointerviste

L'altra settimana al convegno di Fosdinovo, usando il cellulare come videocamera, ho fatto delle rapide interviste ad alcuni partecipanti ponendo tre domande tre.

Si trattava di indagare quali cambiamenti tecnologici e socioculturali abbiano reso significativa la proposizione di un evento barcamp dedicato all'e-book e all'editoria scolastica, quali posizioni fossero emerse dagli incontri, quali indicazioni il convegno stesso poteva dare per suggerire le azioni da intraprendere nel futuro, per un utilizzo adeguato dei testi digitali su supporto elettronico negli àmbiti della scuola e della formazione alla persona, per una riflessione tematiche inerenti i modelli economici dell'editoria elettronica, l'introduzione dell'e-book a scuola, le comunità professionali online.

Ho posto queste domande a Noa Carpignano della BBN Edizioni, ad Agostino Quadrino della Garamond, a Mario Guaraldi per la omonima casa editrice, a Marco Guastavigna insegnante e autore di testi sull'apprendimento, a Gianni Marconato quale operatore nel settore della formazione; ne esce certamente un quadro interessante e variopinto.

Il video è lunghetto, 25minuti, però ha un andamento abbastanza rapido.

Se siete interessati a partecipare ai ragionamenti sull'e-book e l'editoria scolastica, qui sulla community Ning di BookCamp trovate il gruppo SchoolbookCamp.

SchoolbookCamp a Fosdinovo. Videointerviste from Giorgio Jannis on Vimeo.