30 aprile 2009

Mi parli così? o ti ascolto così?

[In ascensore]
Nella parte alta, subito sotto il display, alcuni disegni mostrano la procedura per lanciare l’allarme in caso di blocco: disegno di un dito che preme un bottone con una campana; disegno di una clessidra; disegno di una testa umana a fianco di una cornetta del telefono.
Una campana, una clessidra, una cornetta del telefono.
Le campane non vengono più utilizzate per dare l’allarme. Le clessidre sono oggetti d’arredamento. Sull’ascensore non c’è un telefono con cornetta, ma un microfono ambientale.
Il simbolo sopravvive all’oggetto.
[via L'estinto]
Certo, è dura inventarsi segni che si riferiscano a stati/eventi del mondo non osservabili, smaterializzati, informatici.
Delle tre categorie classiche di classificazione dei modi di produzione semiotica dei segni, ovvero secondo iconicità (e tralasciamo l'amabile infinito discorso sulla "somiglianza" e sulle caratteristiche che determinano la riconoscibilità dell'oggetto rappresentato rispetto al segno, ad esempio in ottica transculturale), secondo indicalità (dove indice o sintomo è qualcosa di fisico e fisicamente connesso all'Oggetto, come le bolle del morbillo rispetto alla malattia o una boa che segnala la presenza di un sommozzatore in immersione), e secondo l'arbitrarietà di una Legge Legisegno (un codice, come le parole, le quali mica c'entrano nulla con ciò che intendono significare, nemmeno nel caso dell'onomatopea; il suono della parola /tavolo/ non reca con sé le caratteristiche del contenuto "tavolo", non ha quattro zampe e un piano), perdiamo l'iconicità.
Non possiamo suggerire con un disegno stilizzato ciò che non possiamo vedere, vivendo oggi in mondi fatti da agenti immateriali o miniaturizzati.
Ricorriamo a segni la cui comprensibilità si appoggia su referenti culturali appartenenti al mondo agricolo-industriale, solidamente atomici e pure macroscopici.

Per dire, nel caso dei feed RSS ci han messo un'onda di propagazione, e tra i cerchi di un sasso nello stagno e l'acustica possiamo risalire al significato veicolato, al diciamo-così concetto, anche se qui siamo nell'immateriale e nulla si muove.

Decisamente campana, clessidra e cornetta parlano di un'altra epoca. Quindi affinché possano essere comprese come segni di azioni (avvertire monodirezionale, aspettare, comunicare bidirezionale) gli utilizzatori dell'ascensore si presume siano in possesso di un codice in grado di correlare appunto a questi segni i rispettivi stati del mondo. E già vivono intorno a noi bambini che potrebbero non aver mai visto nessuno di questi oggetti, per i quali sarebbe quindi necessaria 1. una alfabetizzazione a oggetti svaniti dal mondo, affinché 2. possano maturare in sé dei piani e delle relazioni stabili nelle reti enciclopediche dello scibile posseduto, su cui in seguito 3. poter fondare dei codici di correlazione semiotica in grado di 4. rendere eloquenti i segni costruiti iconicamente a partire da quegli oggetti.
Follia.
Ci serve un'iconologia dell'immateriale dei bit e dell'informazione, ed è già un bell'ossimoro su cui scommettere senza ricorrere a metafore passatiste, oppure fare in modo che i significati veicolati siano direttamente osservabili, magari attraverso la mediazione audiovideo, che è pur sempre rappresentazione. Così al posto di un bottone con sopra la campana o la cornetta in ascensore mettiamo un video (touchscreen, ovviamente, così è il testo che agisce) che mostra l'azione di avvertire o di chiamare, ovviamente con i risvolti sociali del caso, quindi narrativi, quindi pragmatici, o meglio pragmaticisti, giusto per restare vicino alle idee matte e ficcanti di Peirce.

La verità di una concezione poggia esclusivamente sulle sue relazioni con la condotta della vita.




25 aprile 2009

Fin qui, stavamo scherzando

Siete pronti, Siete caldi? Anch'io! (cit.)
Sono ormai anni che parliamo del web come Grande Conversazione, ma in queste ultime ore sta veramente esplodendo il giocattolo. Tutto diventa flusso, tutte le piattaforme stanno arredando i propri salotti pubblici o privati con dispositivi di lifestreaming socializzato in tempo reale, muovendoci in giro in Rete o sul mondo tramite cellulare avremo sempre con noi amici o sconosciuti che potranno commentare il loro/nostro fare e inoltrarlo ovunque.
Youtube vi permette di socializzare tramite flussi, Facebook si twitterizza, FriendFeed diventa un posticino dove si vengono finalmente a conoscere gli stili dialogici conversazionali dei grossi nomi della blogosfera italiana - tono prevalente adottato: "regazzi', fatte da parte", sintomo forse di infantilismo dialettico mai maturato nel confronto interpersonale dentro strumenti sincroni, fossero anche le chat su IRC di dieci anni fa.
Insomma, ne vedremo delle belle, come al solito, come ogni sei mesi la Rete ci fa dire dinanzi alle novità. E le novità saranno tutte robe sociali e chiacchierose, nei prossimi, va da sé. Lì c'è la bellezza, e lì molti pensano ci sia anche il business.
Munitevi di strumenti per restare sintonizzati, aggregatori identitarii di flussi personali, ambienti per racimolare e radunare quello che si dice e si fa in giro, su cui volete mantenere la presa su ciò che scorre. Questa è tutta roba liquidissima, rapida, e purtroppo non lascia traccia stabile, nemmeno come innesco per approfondimenti successivi. Tecnologie traccianti, sì, ne parlavo qui e qui.

21 aprile 2009

Brunetta, il JumPC e la scuola in rete


Ieri sera ero già sulla poltrona, mi stavo gustando la prima mezz'ora di Indipendence Day, da lì in poi è tutto tramaticamente scontatissimo e infatti siamo dentro una parodia americanona, ma mi preme sottolineare che io vivo fondamentalmente per veder arrivare gli alieni, ché veder spuntare quelle astronavi grandi come province tra le nuvole mi scancella la mente di ogni punto di riferimento come lo scancellino scancella la lavagna, e a quel punto facciano pure quel che vogliono, compreso spazzar via la Terra perché di qua deve passare un'autostrada galattica da lungo tempo progettata (cit.).

Ma il cellulare fringa, perché se sono sulla poltrona non posso mica alzarmi e fare tre metri per andare alla scrivania, e in chat mi arriva da due diversi contatti la segnalazione di una dichiarazione del Ministro Brunetta (quello zippato) relativa alla prossima futura distribuzione di netbook personali a tutta la popolazione scolastica, e la cosa va da sé mi incuriosice alquanto.
Io non penso che quegli esseri abbiano fatto migliaia e migliaia di anni luce solo per venire qui e iniziare una guerra... Non sono mica degli attacca brighe! (citazione dal film di cui sopra, fonte wikipedia, non sto parlando del governo, neh)
Ci penso su, mi faccio una mappa mentale - in senso letterale, dentro la mia testa - delle solite inventio, dispositio, elocutio (la prima talvolta offre nuovi spunti, le altre due seguono il solito metodo del "come viene, viene"), mi soffermo sulle possibili conclusioni da trarre, e ovviamente trattandosi di argomento già da me più volte affrontato nelle discussioni che trovate in giro riguardo le tecnologie didattiche e l'apprendimento e il senso del fare scuola oggi, decido che posso lasciar perdere e ricado mollemente sulla poltrona a valutare l'efficacia patemica dei doppiatori italiani.

Ma la pulce alligna (?), gli ingranaggi girano, continuo a visualizzare mentalmente scàmpoli di frasi da accostare come pezzi di domino. Alle 23.32 vado al computer e comincio a scrivere, alle 2.00 spedisco a Maistrello, oggi trovate l'articolo su Apogeonline.

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Brunetta, il JumPC e la scuola in rete

Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell’innovazione e dell’istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori.

Ecco una notizia che dovrebbe rallegrare chi, genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell’insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla Fondazione Mondo Digitale (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato JumPC.

Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del “fare scuola” odierno, in linea con l’espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali.

Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni “etiche” del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l’applicativo Magic Desktop, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell’introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d’insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti “coperchi” alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell’apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.

Mi rallegro dell’introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l’ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l’apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura - altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.

Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie - come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell’ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all’insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell’apprendimento.

Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale “fallimento” dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali - per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso - una certa “rottura” rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell’organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.

Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, knowledge worker per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno.

Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche “aumentate”, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal “peer-to-peer” delle conoscenze nel gruppo-classe.
Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.

In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l’apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l’hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l’automatico miglioramento della qualità dell’offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su Il blog nella didattica potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali).

Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell’immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell’automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po’ meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po’ di più sul rispetto della segnaletica (guidare l’auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.

La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell’acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull’utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l’informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.


20 aprile 2009

Diritto di privacy nell'Era digitale - Viviane Reding

Riscrivo sinteticamente uff questo post, dopo aver per la prima volta qui su Blogger perso la prima stesura nonostante presunto salvataggio in bozza.

Europeans must have the right to control how their personal information is used. European privacy rules are crystal clear: your information can only be used with your prior consent.
Lo spunto è dato dalla comunicazione settimanale della Signora Reding, a questo indirizzo presso la Commissione Europea "Information Society and Media" trovate il video e anche il pdf con il testo. L'argomento è costituito dall'esercizio individuale del diritto di privacy rispetto ai nuovi rilevanti fenomeni tecnosociali, con particolare riferimento ai social network, al behavioural advertisement (profilatura avanzata dei navigatori grazie alla informazioni raccolte dai loro comportamenti online, a fini commerciali) e agli àrfidi RFID, le etichette connesse da aggiungere a ogni prodotto per realizzare la cosiddetta "Internet delle cose".

Viviane Reding nel suo discorso tiene centrale il valore per il soggetto di poter sempre controllare l'utilizzo che altri fanno delle sue informazioni personali online.

La Commissione Europea ha già invitato i responsabili delle piattaforme sociali a provvedere degli strumenti di tutela per i profili dei minori, mediante quindi auto-regolamentazione, e intende promuovere eventuali nuove regole solo come ultima scelta, se non vi saranno altre strade percorribili.
Per quanto riguarda il caso delle indebite profilature commerciali dei consumatori, viene sottolineato come le regole attuali europee sulla privacy siano di una chiarezza cristallina, dove indicano come le informazioni riguardo una persona possano essere utilizzate solo con suo previo consenso. Le istituzioni europee anzi sorveglieranno e agiranno concretamente verso quegli Stati europei che non riusciranno a rispettare questo proprio obbligo esplicito, di tutelare il diritto di privacy dei cittadini rispetto alle iniziative commerciali.
In relazione agli smart chips, di riconosciuta importanza per l'ottimizzazione dei sistemi distributivi commerciali, la Reding offre una visione ben delineata, dove nuovamente focale risulta la consapevolezza del cittadino europeo sul funzionamento specifico di questa recente tecnologia, sulle implicazioni rispetto alla propria persona, sulla possibilità tecnica di poter rimuovere l'etichetta RFID o spegnerla in ogni momento.
L'accento è sul lato sociale delle tecnologie, dove si dice che l'Internet delle cose funzionerà solo se accettata da tutti.

Verso la fine dell'intervento, viene ribadita la necessità di metter mano alle regole generali europee per la protezione dei dati personali, del 1995, alla luce dei recenti sviluppi delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione.

Ma è positivo poter dire che le indicazioni sulla strategia istituzionale europea riguardo il diritto di privacy sanno eludere e anzi additare come controproducente un infuocato legiferare in termini proibizionistici - chiaro riferimento a ultimissimi fallimentari intenti politici di controllo della rete Internet, qui in italia e in altri Stati europei - sia in relazione alla promozione di responsabilità personale nell'essere informati e consapevoli di tutti noi fruitori della rete, sia riguardo alla stessa internet, che giungla ora certo non è, e tale diventerebbe solo se venisse tralasciata appunto la tutela dei diritti della persona.
E le regole che ci sono ora vanno già benissimo, vi è fiducia nel sistema libero attuale della rete, e piuttosto bisognerebbe puntare sull'educazione alla cittadinanza digitale, se proprio si intende fare una bella cosa.


10 aprile 2009

Comprendere l'umanità aumentata

La comprensione culturale di un mondo che cambia così in fretta richiede una ridefinizione dei parametri che utilizziamo per orientarci. Tuttavia è fortemente probabile che la scuola avrà il compito di occuparsi dell’educazione tradizionale, dai classici alla matematica. Quindi il senso dello spirito del tempo, la comprensione culturale, l’educazione ai media saranno un problema delle famiglie. E starà a noi riportare sull’uomo la centralità dell’azione, che le tecnologie abilitano e che oggi ha nuove potenzialità. Il governo stesso della nostra vita emozionale, dei nostri affetti, dei nostri interessi e la tutela dei nostri diritti, la difesa dei nostri valori: sono tutti aspetti che possiamo, oggi, gestire in maniera accresciuta.

Ma se sapremo guadagnarci, o se guadagneremo, solo ansie, dipenderà solo da noi, dalla decisione di cominciare a governare culturalmente il cambiamento o di subirlo lasciando ad altri (i nostri figli) il compito di affrontarlo e di gestirlo. Loro, non potranno farne a meno. (grassetto mio)

Queste riflessioni le trovate su Piovono rane, la rubrica di Alessandro Gilioli su L'Espresso. Sono le righe conclusive dell'anticipazione del nuovo libro di Giuseppe Granieri, "Umanità accresciuta" (Laterza, in libreria il 17 aprile), dove uno dei migliori studiosi italiani di tutte queste cose di social web e abitare in rete prova a fare il punto della situazione attuale e a delineare qualche scenario futuro, con sensibilità tutta umanistica.

Chi mi segue sa quanto e da quanto tempo (ne parlo qui, qui, qui e toh anche qui, qui e qui), io provi a promuovere cultura digitale in àmbito scolastico e a sviscerare le problematiche relative alla corretta "postura" del fare scuola oggi, rispetto alla necessità civica di fornire ai giovanissimi degli orizzonti culturali e delle competenze digitali che li rendano in grado di fruire appieno dei loro diritti di cittadinanza, di accesso all'informazione e agli strumenti sociali di espressione di sé.
Per questo la posizione pragmaticissima di Granieri, riguardo il fatto che con estrema probabilità tutti questi apprendimenti non avverranno tramite educazione formale, mi fa male, perché ha ragione.
La Scuola sta perdendo tempo, simili tematiche verranno con dignità (dentro la testa dei docenti, dentro i curricoli, nella stessa organizzazione didattica) affrontate solo tra molti anni, quando i ragazzi di adesso saranno già parte attiva della popolazione, adulti che affronteranno la complessità del mondo futuro con una preparazione abborracciata tipica del loro essere abitanti digitali nativi (evito l'etichetta "barbari" - oppure leggete seriamente cosa dice Baricco - perché questi parlano molto, altro che balbettare, hanno una cultura vivacissima, e perché è parola eccessivamente razzista nel connotare il loro nuovo e vincente stile abitativo biodigitale rispetto alla nostra morente civiltà del pensiero scritto e stampato), alla cui formazione nessun insegnante grazie al filtro della propria sensibilità ed esperienza ha potuto contribuire, educandoli alle forme di significatività del mondo e alla costruzione consapevole della propria identità sociale.
Perché gli insegnanti, tranne ovviamente i soliti illuminati che ora soffrono come cani per le difficoltà che incontrano nel provare a introdurre degli ammodernamenti didattici o organizzativi resi possibili dalle TIC, di queste cose non capiscono nulla, non avendone appunto esperienza. Nulla.
E i nuovi insegnanti che vedo arrivare nelle scuole o che provano timidamente ad affacciarsi qui in Rete con dei propri Luoghi personali o professionali, sono lì a perder tempo con le stesse domande che ci facevamo dieci anni fa, con gli stessi software tipo Ufficio, senza avere nemmeno l'umiltà di leggersi qualche libro aggiornato oppure di scandagliare le profondità della rete, su quei forum e bacheche dove da anni fioriscono le riflessioni sui risvolti educativi delle ex-nuove tecnologie... poi qualcuno mette una parola di finto buon senso, "l'apprendimento è così e cosà", "alla fin fine niente sostituirà mai un buon libro", "l'approccio pedagogico di TaldeiTali".
Tutti pensieri fatti da gente, autori prestigiosi o educatori, che magari vent'anni fa avevano tutta la loro ragion d'essere, ma oggi non funzionano, e cadono inesorabilmente fuori luogo.
Perché questa gente non ha un blog, non commenta sui blog o sui forum, non ha un account su YouTube, non usa un aggregatore, non frequenta Luoghi websociali, usa la Rete solo per rubare come predoni nomadi, ma non abitano, non hanno cura dei territori digitali dove i ragazzi vivranno, non donano niente, non costruiscono niente. E poi tutti baldanzosi di essere alfieri del web20, ovvero della ormai banale normalità del vivere in Rete, giungono con fare messianico a dire agli altri cosa devono fare, di quello che loro stessi non fanno e non sanno fare.

"Eh, signora mia, qui non si più come vestirsi, non ci sono più le mezze stagioni".
Ma soprattutto, "qui una volta era tutta campagna": nel frattempo il web è diventato il principale Luogo di socialità del pianeta, struttura e flusso costitutivo del nostro essere cittadini consapevoli e critici della modernità, qui è dove ci informiamo e dove discutiamo e dove agiamo professionalmente e ludicamente, e non esisterà un futuro senza Rete, potete esserne certi.

06 aprile 2009

Web is a-changing

Da un commento a una battuta gambelunghe di Fabio Giglietto su FriendFeed, mi appunto qui un'osservazione.
FriendFeed, come già Facebook settimane fa, è in fase di restyling dell'interfaccia. E' già successo, ci saranno i soliti putiferii su "meglioprima/meglioadesso", poi ci si abitua. In realtà sappiamo che modificare (oppure nascondere vs. promuovere) la disposizione dei bottonètti sulle pagine riconfigura nella nostra testa anche la percezione delle possibilità operative, i comportamenti che pratichiamo - e tralascio l'impatto del look&feel sul nostro sentire emozionale rispetto l'interfaccia, importantissimo.
Ma la nuova interfaccia di FF ha un bottone "pausa" (è sempre in real-time sui post), perché siam passati da un web dove le cose statiche andavano aggiornate (consumare il tasto F5, insomma) ad un web dove le cose vanno fermate.
Certo AJAX in quanto tecnologia soggiacente il web20 ci ha abituato alle pagine dinamiche, con gli oggetti movibili e i refresh rapidi. Semplicemente ora il web è veramente fatto di flussi, e FriendFeed rimane il miglior esempio di lifestreamer sociale che conosco. Vediamo se la nuova interfaccia ancora in beta metterà l'accento sui contenuti pubblicati o sulle dinamiche relazionali, ad esempio.

Coprifuoco a Udine

Ne ho già parlato altre volte qui su questo blog, perché si tratta di una situazione oggettiva, misurabile, non dei deliri di uno come me a cui talvolta piace andare in giro di notte a vedere cosa fa la gioventù per sentirsi viva e dirlo al mondo. Capirai, vado al cinema, a vedere delle robe di arte, a sentire musica nei locali, cerco gente e idee. Socialità. Udine è un deserto di per sé, dove una pozzanghera minuscola diventa un mare di novità dove si ritrovano a sguazzare quelle poche centinaia di ragazzi e ragazze, forse mille, che animano la vita notturna di una città di centomila abitanti, dove i pubblici esercizi possono contare su un certo numero di clienti, anche grazie all'Università.

Un anno fa chiudeva il NoFun aka LaCantina, un circoloarci dove Gaetano era riuscito a portare con costanza un po' di gruppetti simpatici a suonare, persino americani o inglesi, una programmazione di qualità. Questo faro di cultura giovanile udinese (se non altro per il fatto di essere l'unico posto stabile per fare concerti con 80 persone dentro, ripeto ottanta; a Udine non ci sono posti per fare un concerto con chessò 300 persone) dopo quindici anni di presenza non ha ottenuto il rinnovo del contratto di locazione, e può capitare.
Un altro circoloarci, il Pabitele aka Zoo, è riuscito a fare pochi anni di concerti e djset, ma sempre in modo un po' precario, e ora credo facciano solo delle serate di milonga e tango, perché il vicino da sempre protesta a tal punto da far passare la voglia ai gestori di combattere con denunce e sanzioni.
Ora gli eventi stanno precipitando: hanno chiuso il Barcollo, in pieno centro, dove i ragazzi soprattutto universitari si incontravano per i rituali dello spritz, e hanno fortemente limitato gli orari di apertura dei Provinciali, che è (era) un osteria con la cucina aperta fino alle 23.
Nel primo caso il gestore ventitreenne seguiva scrupolosamente gli orari di spegnimento musica, stop somministrazione bevande, chiusura serranda: poi la gente rimane a parlare in strada, com'è ovvio, e le forze dell'ordine hanno chiuso il locale, una mattina, su denuncia di qualcuno che abita nelle vicinanze. Chiuso, e basta, con i dipendenti a casa e migliaia di euro di perdita a fronte di un affitto che immagino stellare.
Il gestore dei Provinciali ha dovuto mandare a casa quattro o cinque dipendenti, non potendo più contare sulle entrate serali legate all'attività di ristorantino: gli è stato imposto di smettere tutto alle 21.00.
Se a Udine andate al cinema di sera, uscendo dal primo spettacolo (!) troverete con difficoltà un locale dove bere qualcosa, e camminando in centro a mezzanotte e mezza sentirete solo il silenzio.



Perché l'ultima novità è quest'ordinanza sindacale con cui si stabilisce che la musica nei locali (live o riprodotta) deve finire appunto a mezzanotte e mezza, 00.30 anziché all'1.00, e i locali hanno mezz'ora o un'ora massimo per far sgombrare la gente. A casa, a dormire, e non rompere i coglioni soprattutto.
L'altro sabato sera in piazza hanno fatto smettere di suonare a mezzanotte una tipa che era da sola sul palco con la sua chitarra, mica una band di metallo pesante.

Il Visionario, che fondamentalmente è un bar lungo con una stretta terrazza e con un palchetto buono appena per ospitare un paio di dj, quando offre una serata musicale vede arrivare centinaia di ragazzi e ragazze, perché non ci sono altri posti dove andare, semplicemente. Ieri sera scommettevo col gestore non sul fatto che la polizia arrivasse o meno a controllare il rispetto dell'ordinanza sindacale, quello era ovvio: noi puntavamo sul loro orario di arrivo. Io dicevo prima della chiusura, lui diceva appena dopo. Ho vinto io, e titubante mi son scolato lo shottino di uischi in palio temendo che insieme all'unico drink bevuto mezzora prima mi facesse salire il livello alcolico oltre il fatidico 0.5, e qui ci fermano anche sulla Vespa per farci il palloncino.

Di questa cosa ne parlano Gaia Baracetti e Alessandro Venanzi, quest'ultimo anche ventisettenne consigliere comunale, che provano bontà loro anche a suggerire delle soluzioni ispirate al buon senso e al dialogo, nella consapevolezza che l'offerta di luoghi cittadini di socialità (rispettosa delle leggi, certo) sia un sinonimo di qualità del vivere, di vivacità culturale.

A Udine c'è una giunta di sinistra, il sindaco è quell'Honsell ex-rettore dell'Università, che scrive su Wired e andava da Fazio a spiegare matematicamente perché se piove è meglio camminare che correre. Non posso credere che la Giunta comunale abbia motu proprio operato questo giro di vite, questo inasprirsi del controllo sociale su Udine, che quasi sembra un piano repressivo. Udine è morta, sia chiaro, culturalmente parlando.
Potrebbero essere indicazioni dei Destri (Regione e Provincia) sul questore, che però difficilmente si muove senza coordinarsi con il sindaco di una città. Oppure siamo dentro un do ut des, dove in cambio di una certa tranquillità politica la Destra ha ottenuto appunto la certezza di vedere applicate certe iniziative di controllo sociale. Non c'erano più locali da strigliare, siam passati a chiudere i bar.

Ecco a cosa potrebbe servire Facebook: a far arrivare per caso 800 ragazzi e ragazze in piazza, con i bidoni per suonare e cantare la bellezza di una vita, quale potrebbe essere e non è.

02 aprile 2009

Diventa anche tu delatore


Sì, lo so, la delazione e la civiltà e il farsi i cazzi propri eccetera eccetera. Ma mi sono stancato.
Su questo argomento in particolare poi, da vecchio rissaiolo, mi prudono subito le mani.
E vi risparmio la faccia di maritino e mogliettina, l'arroganza delle loro occhiate sulla plebaglia, altrimenti Lombroso mi applaude dalla tomba.

Bene. Un'ora fa ero a far la spesa in un super qualsiasi. Subito fuori dall'entrata ci sono ovviamente gli stalli per far parcheggiare le persone ad esempio con handicap motorio, e mi pare civiltà.
Quindi considero assolutamente incivile (nonché meritevole almeno di pubblico ludìbrio) chi potendo camminare per 15 - quindici! - metri parcheggia sugli stalli riservati a chi espone il bollino col disegnetto della carrozzella. E' sinceramente una delle cose che mi altera maggiormente, passo subito in modalità "rissa".

Sono anche rimasto ad aspettare i proprietari dell'auto, e dalla mia postura e da come li guardavo hanno capito subito che in realtà aspettavo una scintilla qualsiasi... il maritino voleva forse chiedermi qualcosa a muso duro, la mogliettina gli ha fatto cenno di tirar via dritto.

In questo stesso supermarket ho già battibeccato per lo stesso motivo un paio di volte, con dei croati tamarrissimi che però han capito e con una sioretta che invece si ostinava a far finta di non capire. Ormai andare a far la spesa lì è uno dei motivi che mi tiene vivo.
In entrambi i casi erano macchinoni, BMW grosse oppure il SUVetto della siora.
Oggi si trattava di Mercedes 320 da 60.000 euro assolutamente senza bollino esposto, che vi siano correlazioni statisticamente significative tra atteggiamenti arroganti e macchina posseduta?

Non sono ancora arrivato al punto di chiamare un vigile, ma pubblicare qui sì.
Segnatevi la targa del merda: DK793GC.

Abitare il video aka "Mai distrarsi"

Le cose sono andate così.
Sergio Maistrello, conoscendo la mia accidia - era bello quando ero giovane, ed ero solamente pigro - circa un mesetto fa mi ha chiesto se potevo prestargli un intervento video di una decina di minuti, dedicato agli argomenti dell'abitanza digitale, da mostrare ai partecipanti di un master in digital marketing a Milano.

Ovviamente, me ne sono dimenticato per tre settimane. Quando GoogleCalendar mi ha avvisato con un sms, ho fatto spallucce: avevo davanti ancora dei giorni interi per fare brutta figura.

Poi mi sono ammalato, un raffreddore da trasformare il naso in rubinetto e la testa in una confezione di ovatta. Ma il video era da fare, perbacco. Ci ho provato un paio di volte, ma dimenticavo sempre il microfono chiuso oppure mi saltava la webcam, e oltre a me anche il pc ha preso un virus.
Soluzione drastica: ho continuato a sproloquiare liberamente, registrando, così poi da un'ora di girato ho ricavato quindici minuti di montato. Tutte le volte che starnutivo o tiravo su col naso o prendevo l'aspirina o mangiavo un paninetto con lo speck, le ho tagliate via, ho ritenute superfluo documentare tutto tutto. Nel delirio raffreddoso, mi ha sfiorato anche per un attimo l'idea di farne un videoclip musicale, un rap su una base funkettara di tosse e starnuti.

Quello che è rimasto, è qua sotto ovvero su Vimeo. Enjoy.



Cultura TecnoTerritoriale, Abitanza BioDigitale from Giorgio Jannis on Vimeo.