31 marzo 2009

L'importanza di ...


Fare le cose per bene, con quell'accento sullo stato del mondo ottimale in seguito all'azione svolta.
Meglio far le cose per bene, che farle al meglio, forse.

Ecco, quel "bene" non è un valore assoluto, dipende anch'esso dal contesto.
L'azione "fatta bene" è quella più adeguata al contesto. Prendete il galateo di Della Casa o di Lina Sotis, e noterete che spesso le regole dei cerimoniali non tendono a ottenere il miglior risultato possibile, ma il risultato migliore nella situazione sociale in cui l'azione si svolge... dove spesso infatti i rituali strutturati sono progettati per far sì che ciascuno abbia un ruolo sociale definito nella situazione e sappia cosa fare/dire, non per l'efficacia dell'azione. L'obiettivo situazionale è più rendere le situazioni fluide, rispetto all'efficacia perfetta. Tant'è che spesso il galateo complica le situazioni, ma tutti sono a loro agio se seguono l'etichetta. Prendere le forchette via via dall'esterno verso il piatto non può creare imbarazzo, è una cosa funzionale nella situazione. Se la regola non è funzionale fa saltare l'agio dei partecipanti, e quindi la regina margherita mangia il pollo con le dita, e tutti si sentono a proprio agio nella situazione sociale.
Alla base, certo la funzionalità, ma credo più importante sia l'adeguatezza sociale nella situazione. Perché la situazione può sostenere (spesso il cerimoniale prevede anche i rituali di riparazione) una funzionalità farraginosa, ma nessuna situazione sociale umana può sostenere l'imbarazzo di una persona, perché l'imbarazzo è di tutti gli altri che non sanno più come interagire con una persona che d'un tratto si trova "senza faccia" (Goffman, da qualche parte).

Ma fare un lavoro per bene nel mondo degli atomi, come riparare una sella di uno scooter (ecco che questo mio cuore a forma di Vespa comincia ad accelerare) significa fare un lavoro che appunto prenda come misura della propria qualità il proprio essere adeguato al contesto fisico del mondo. Quindi l'artigiano (dentro di lui si muovono generazioni di artigiani che da millenni dialogano con tessuti e aghi e fili, con la grammatica tecnologica donata da Atena) cercherà di realizzare un lavoro che resista all'usura di un jeans che per ore si strofina sulla sella. La sua competenza sta nel trovare i materiali e nel possedere informazioni sul comportamento fisico/chimico/meccanico, nel tempo, dei materiali, per adeguarli al contesto della relazione sella-sedere.

Ma fare un lavoro sul web non riguarda la materia. I pixel non si consumano a guardarli, i bit non arrivano stanchi per l'attrito.
Fare un lavoro per bene su web significa adeguarsi al contesto immateriale e perennemente in progress, il web è sempre beta-release. Quando dieci anni ho cominciato a rompere l'anima alle maestre con gli ipertesti e i power(colpoditosse)point, era importante far loro comprendere come l'opera potesse essere ripresa l'anno successivo, ed ampliata: questo contrasta con la mentalità editoriale dell'edizione definitiva. Non c'è più niente di definitivo. E non ci saranno più appendici e integrazioni alle opere, l'opera è in continuo farsi. E quindi fare bene un lavoro non vuol dire finirlo, e neanche farlo bene. Su web, per cominciare, significa farlo. Poi il vivere stesso autonomo di quell'opera (quel sito, quel documento pubblicato, quel post sul blog) conterrà gli strumenti del proprio miglioramento, auspicabilmente grazie agli apporti di tutti quelli che ci interagiscono.

Tutto questo per rispondere a Gino Tocchetti, che in un suo post dedicato alla cultura del lavoro artigianale riprende un suggerimento di Andrea Beggi che parlava proprio del suo incontro un vecchio meccanico di scooter, esempio vivente di un'etica del lavoro encomiabile, nello svolgere il suo compito "a regola d'arte".

Ma credo che siano cambiate le regole dell'arte (ars, techne, Atena e Vulcano), qui, dentro il web. E appunto fare un lavoro "per bene" non significa finirlo -> chiuderlo al meglio, ma forse aprirlo al meglio. Non volere le cose perfette, mettersela via, pubblicare in bozza, scrivere di getto e fidarsi degli altri. Per i nevrotici sarà un delirio, la signorina Perfettini potrebbe dar di matto.
Eppure funziona così, qui. Se fai una cosa perfetta, è vecchia, o non maneggiabile. Non permette serendipità nel suo uso, che fa scoprire ciò per cui non era stata progettata, come fare i cartoni animati con powerpoint reinventando la sua destinazione d'uso, con approccio mentale bricolage.

Giustamente Gino sottolinea (lui è veneto, io friulano, viviamo dentro una cultura del fare artigianale ben precisa, storica, concreta) la qualità del pensiero professionale di quell'artigiano. Ma non credo che il miglior artigiano del web debba necessariamente condividere quella mentalità. Potrebbe darsi il caso che per lavorare a regola d'arte qui dentro quell'artigiano debba avere in sé (nel pensiero di sé che pensa la professionalità del proprio essere dignitosamente artigiano ai propri stessi occhi) una gerarchia di valori completamente differente, su cui appoggiarsi per impostare e giudicare sia l'opera sia il processo di produzione dell'opera.

Su David Orban (ora il sito non si carica, mah) trovate una traduzione italiana del Cult of Done Manifesto di Bre Pettis, da tradurre appunto come Manifesto del Culto del Fare rispetto a Culto del Fatto, proprio per mantenere aperta la visione dinamica (sennò bisognere spiegare che il Fare è un Fatto, e via rotoloni giù per la scala a chiocciola del Senso). Ecco qui.

Il Culto del Fare
  1. Ci sono tre stati dell’esistere. Ignoranza, azione e completamento.
  2. Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.
  3. Non c’è un secondo passaggio, di editing o montaggio.
  4. Far finta di sapere cosa stai facendo è quasi lo stesso che saperlo fare davvero, quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero e fallo.
  5. Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.
  6. Lo scopo del fare (being done) non è finire, ma poter fare altro.
  7. Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.
  8. Ridi in faccia alla perfezione. È noiosa e ti trattiene dal fare.
  9. Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.
  10. Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare sbagli.
  11. La distruzione è una variante del fare.
  12. Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come lo spirito (ghost) del fare.
  13. Il fare è il motore del più.

Bello, eh? Di che capottare le fondamenta su cui abbiamo costruito nei secoli la dignità e l'etica del lavoro. Se restiamo fermi a manufatti atomici. Ma nel web, è l'unica soluzione valida. Tant'è che oggi Encarta (pensiero artigianale/industriale) ha chiuso, e Wikipedia evviva.

27 marzo 2009

Carlucci, Damele, Davide


Ma guardate questo articolo del Messaggero Veneto: cos'è, pensiero magico? Un esempio di post hoc ergo propter hoc? Siccome l'autista si è insospettito che il tipo non volesse scendere dall'autobus, allora gli agenti hanno accertato che era da rimpatriare?
Quale profonda visione metaforica della leggibilità del mondo può portare a raccontare così questo evento di cronaca, dove l'autobus corrisponde all'italia e il non-voler-scendere corrisponde al non-voler-essere-rimpatriati?
Ah, quando la grammatica sfugge e le parole parlano da sole - a parte il giornalista arruffone in buona o cattiva fede, intendo, che ci regala fughe interpretative decisamente poetiche.

Nel frattempo, Bora.la ha pubblicato una mia riflessione sulle famigerate "leggi di internet", su Daniele Damele che fa copiaincolla e sull'utilizzo di inutili e anzi controproducenti filtri alla navigazione per la tutela dei minori.
Se volete, andate a leggere (e commentare) di là, l'articolo lo incollo qui tra qualche giorno.

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Daniele Damele ha il pallino del filtro

Appena la risacca delle news giornalistiche riporta ciclicamente verso riva qualche episodio recente sui rischi di internet, ecco che prontamente Daniele Damele erompe in sentitissime lamentazioni sul degrado morale e sociale del giorno d’oggi, e quale soluzione taumaturgica propone sempre quest’accrocchio tecnico del filtro a monte che protegge i minori durante la navigazione su web.

Un normalissimo filtro basato su blacklist, peraltro, dove un software confronta gli indirizzi di destinazione delle nostre ricerche su web con un elenco di siti segnalati come non appropriati ai minori, e nel caso inibisce la navigazione.

Quelli tra voi più addentro alle cose tecniche, staranno sorridendo, lo so.

Perché l’efficacia di un filtro basato su blacklist dipende appunto dalla completezza degli elenchi di confronto, i quali vengono a quanto pare aggiornati da centinaia di collaboratori volontari o dagli stessi genitori (gente che passa le giornate a guardare apposta siti pedopornografici e invocazioni al satanismo, immagino… qualcuno deve pur fare il lavoro sporco), ma di certo non può offrire nessuna fondata garanzia riguardo al fatto che sul vostro schermo non possa comparire qualche immagine sconveniente, al contrario di quanto millantato da Damele sul suo blog.

In queste settimane poi quelli della parte politica di Damele, a Roma e purtroppo al governo, stanno promuovendo squinternate proposte e disegni di legge (D’Alia, Carlucci, Barbareschi) da cui appunto si ricava come queste persone non conoscano né il funzionamento tecnico della Rete né abbiano chiarezza sulla portata dei propri effettivi poteri legislativi, ed è francamente spassoso (tristissimo, in realtà) vedere come vengano pubblicamente sbugiardati e ridicolizzati per la propria ignoranza e faciloneria anche dalla stampa internazionale e talvolta dagli stessi colleghi di corrente politica; vi rimando a Gilioli su L’Espresso per apprezzare l’ultimissima vis comica di Gabry Carlucci, mentre questo è il link dell’osservatorio giornalistico promosso da Apogeonline per tenere d’occhio gli sviluppi legislativi di queste cosiddette “leggi di internet”.

Da parte mia, sottoscrivo quanto scritto da Sergio Maistrello da Pordenone, sempre su Apogeonline: a parte l’insopportabile situazione di veder legiferare persone che non comprendono quello di cui stanno parlando né riescono a concepire le conseguenze deleterie di simili decisioni per lo sviluppo socioeconomico e culturale del Paese, la promulgazione di nuove leggi laddove sarebbero sufficienti quelle esistenti per perseguire penalmente qualsiasi tipo di reato venga compiuto a mezzo internet sembra proprio adombrare una volontà politica decisa a limitare pesantemente le nostre libertà individuali di accesso all’informazione e di libera espressione.

Ma torniamo agli accadimenti locali.

Prendendo la palla al balzo, Damele sul suo blog commenta la notizia del ddl Carlucci, dedicato peraltro all’anonimato e alla diffamazione in rete, e la utilizza come spunto narrativo per le sue personali perorazioni: innanzitutto, paladino della libertà, Damele sottolinea magnanimamente l’importanza di garantire l’accesso alla rete a tutti, poi con partecipazione tutta umana giunge al suo cavallo di battaglia, appunto il filtro alla navigazione per la tutela dei minori, da adottare da parte di famiglie e scuole.

Sulla tematica del filtro alla navigazione, non intendo dilungarmi: dal punto di vista tecnico come dicevo non offre nessuna garanzia di blocco di contenuti riprovevoli, ma soprattutto innesca alcuni comportamenti decisamente controproducenti; ad esempio, per i quindicenni aggirare le imposizioni genitoriali è uno scopo di vita, e saltare i proxy e disabilitare filtri è esattamente quello che già fanno quando devono usare i loro programmi peer-to-peer. Se imposti una battaglia con gli adolescenti a base di divieti e proibizioni, innanzitutto perdi gli scontri regolarmente, e inoltre contribuisci alla formazione di una mentalità nel minore decisamente orientata al “vaffa” e al cercare di fregare gli adulti, al segreto e alla menzogna (e han ragione i giovanissimi, sia chiaro: questione di sopravvivenza).

Per un genitore, sentirsi con la coscienza a posto perché “tanto ho installato un filtro sul pc di casa” potrebbe portare a evitare di controllare fattivamente cosa fa il figlio quando naviga, delegando a un dispositivo tecnologico alcune importanti funzioni genitoriali.

Un dirigente scolastico poi che utilizza dei denari pubblici per acquistare delle soluzioni informatiche che limitano la libertà di navigazione senza offrire alcuna sicurezza informatica come contropartita, magari facendo tutto di testa sua senza informarne il Consiglio d’Istituto, compie un atto sbagliato, in relazione al messaggio pedagogico di una scuola laica. Il singolo genitore può legittimamente dar fiducia al filtro Davide e acquistarlo, ma nel caso di istituzioni pubbliche il discorso cambia. E’ come se gli acquisti dei libri per la biblioteca di un Istituto scolastico statale avvenissero solamente da cataloghi o in negozi approvati dalla chiesa cattolica, e non è un esempio a caso.

Perché il filtro proposto da Damele, molte volte da quest’ultimo reclamizzato nel corso degli anni, è prodotto e promosso da un prete torinese che molti anni fa ha dato vita a una società commerciale di servizi internet, ovvero il provider di connettività Cometa Comunicazioni, la quale appunto vende il filtro Davide sostenendo al contempo l’eticità delle proprie iniziative tramite il sito dell’associazione onlus Davide.it, sempre presieduta dallo stesso prete. Qui trovate alcune informazioni aggiuntive, anche se non è ben chiaro se sia il provider Cometa o la onlus Davide a incassare i non pochi soldi che privati aziende scuole associazioni e biblioteche spendono per acquistare il filtro.

Il sito Davide inoltre comunica in modo piuttosto fumoso, soffermandosi parecchio su discorsoni di banale senso comune, ma senza portare delle prove concrete sull’efficacia delle proprie offerte informatiche: secondo voi la frase “la maggior parte dei filtri blocca al massimo il 65% dei siti non adatti ai minori. Davide.it ha un’efficacia fino al 95% con il più basso numero di errori” dice qualcosa di verificabile? Il 95% di cosa, di grazia?

Vi è poi un altro aspetto interessante: Damele si deve essere scocciato di ripetere sempre le stesse cose nel corso degli anni, quindi nel post in questione ritiene ormai superfluo citare la fonte delle sue affermazioni. Ma internet è simpatica, per queste cose. Così scopro che molte frasi del suo articolo sono letteralmente copiaincollate da Davide.it, ma nascondendo il furtarello. Giocate anche voi a smascherare l’inghippo, confrontando quanto espresso qui con quanto da Damele asserito sul suo blog (nel caso qualcosa cambiasse, ho gli screenshot delle pagine web in questione).

Nel caso concreto, mettiamo il caso che il figlio di Damele minorenne al parco pubblico scopra nell’erba una rivista pornografica oppure venga avvicinato da qualcuno con intenzioni losche: probabilmente avvertirà il genitore, il quale chiamerà giustamente la polizia, la quale a sua volta intraprenderà delle indagini su ordine di un magistrato e magari terrà sotto sorveglianza gli afflussi di persone, ma di certo non chiuderà l’intero parco alla cittadinanza, come si vorrebbe ora fare con le “leggi di internet” se qualcosa di simile capitasse nei territori digitali dove oggi noi abitiamo con dignità di cittadini. Tutti noterebbero l’incongruenza e lo sproposito della reazione, nel ledere il mio diritto di cittadino di usufruire del parco pubblico rispetto al perseguire penalmente chi si è macchiato di un singolo reato, che rimane grave ovunque venga commesso.

Nell’intervento sul suo blog dal titolo Ecco cosa bisogna bloccare, ma dove ohibò la censura non c’entra per niente, Damele enumera i contenuti da filtrare a monte: si tratta di “documenti appartenenti alle seguenti categorie: pedofilia e pornografia con partecipazione di minorenni, suggerimenti e inviti al suicidio, istigazione all’uso di stupefacenti, gioco d’azzardo, satanismo con sacrifici cruenti di animali o persone, materiale nocivo ai minorenni, pornografia esplicita, satanismo, violenza, istigazione all’odio e/o ad atti violenti, razzismo, turpiloquio”… tutte cose che esistono da ben prima di Internet, e per le quali esistono già precise indicazioni legislative per la loro repressione per via giudiziaria, senza alcun bisogno di nuove leggi specifiche.

Teniamo presente che Daniele Damele è giornalista, ed è perfettamente libero di credere e di promuovere quello in cui crede, foss’anche riducendo la sua professione a quella di tragicomico acritico tamburino locale delle scelte politiche targate PdL, nel momento stesso in cui vengono promulgate qui in Italia leggi liberticide promosse da personaggi di nessuna credibilità e di nessun competenza.

Però Damele è stato anche presidente del Comitato Regionale per le Comunicazioni CoReCom, sugli stessi argomenti ha collaborato a Roma con commissioni interministeriali e dentro comitati di garanzia Internet&Minori, ha ricoperto o ricopre incarichi ufficiali da dirigente presso la Provincia di Udine, è docente universitario di “Etica e comunicazione” a Udine, e spero citi le fonti bibliografiche nelle sue dispense d’aula.

Capite quindi come quella di Damele sia una voce autorevole in virtù delle cariche pubbliche da lui ricoperte, ovvero in grado di orientare le coscienze di molte persone nella considerazione di queste tematiche etiche legate alle libertà individuali di opinione e di pubblicazione, indici sicuri del livello di civiltà raggiunto da una data collettività; a maggior ragione potrete comprendere come sia molto grave, per questi stessi motivi, che dal suo alto pulpito Damele continui da anni a reclamizzare (spero per lui in modo dichiaratamente remunerato, almeno) una determinata soluzione tecnica, di per sé palliativa e censoria quindi non educativa, quale risposta adeguata alla pericolosità dell’ambiente Internet per le giovani generazioni.

Giorgio Jannis

18 marzo 2009

Articolando

Quindi, buttiamo tutto sulla matrice, e vediamo che possono esserci abitanti stanziali connessi e non connessi, oppure abitanti nomadi, a loro volta connessi o meno.
Tenete sempre presente che parliamo di abitare Luoghi indifferentemente dentro o fuori il web, digitali o fisici. E anche su web è possibile ravvisare comportamenti stanziali o nomadi, da parte di singoli, gruppi e collettività più ampie. Ti piace cliccare sui blogroll altrui, verso l'Ignoto? O sui followers di Tizio? Nomadizzi, t'incuriosisci per un nick e segui briciole di pane o suggestive scie di profumo per mezza Internet, ti impelaghi. Perché ricordate, il web era un mare da navigare e surfare, e di qua e di là qualche isoletta offriva approdo.
Il web non è più un posto per scorrerie, qui noi oggi abitiamo. Abbiamo fatto terra-forming per dieci anni, adesso mettiamo i piedi su cose solide e di noi stabilmente identitariamente connotate, come il nostro blog che ci guarda da qualche anno o il forum che frequento da quando cercavo gli aggiornamenti per windows98 o le reti dei messenger.

Qui ora vado in direzione degli eventi che con maggiore probabilità possono innescare cambiamenti sociali: ad esempio, in collettività umane attraversate dal flusso nomadico degli zingari credo si formino credenze riguardo alla relazione con l'Altro diverse rispetto a raggruppamenti sociali stabili che conoscono pochi contatti con lo Straniero.

Quindi il tutto si riverbera nel web, dove molti di noi stanziali connessi adottiamo comportamenti che talvolta rafforzano la relazione dentro le reti conosciute, dentro l'insieme olistico dei Luoghi che frequento e quelli fino dove giungono le mie tracce di presenza, e talvolta, restando stanziali, diventiamo veri nomadi, nel muoverci su territori digitali sconosciuti.

Nel corso del tempo è cambiato il nostro propendere per "rafforzamento rete sociale conosciuta" rispetto a "esplorazione reti sconosciute"? Reti di persone, di socialità. Una volta si aggregavano di più le cose, oggi si aggregano le persone? Tutti i socialweb che articolano il concetto di follower, che lo visualizzano, che mettono in scena le reti contribuiscono a "stringere" le reti? E quanto incoraggiano il nomadismo, come apertura allo stupore dell'epifania numinosa quanto inattesa dell'Altro da me, eh?, nei percorsi serendipici?
Conservatori o progressisti? No, prima ancora. Disposti a porgere l'orecchio e l'occhio e la freccina del mouse a un link ipertestuale che vi porterà chissà dove, a leggere di argomenti o vedere foto di cose prima mai pensate, oppure a lasciar entrare nel vostro aggregatore e nella vostra coscienza flussi di alterità, questo scegliamo per noi stessi, così impostiamo i filtri del lifestreaming da e verso di noi, così costruiamo e usiamo le porte e i segni.
Cosa cerco dalla conoscenza? Conferme o sgambetti?
Nel MedioEvo, la comunicazione pubblica delle PA (i feudatari) era zero, a parte le grida in pubblica piazza e quell'albo pretorio che ha millenni di storia. Conservare il potere (basato sulle informazioni, poi) era ed è non comunicare. E' chiaro che esporsi alla comunicazione è esporsi al cambiamento, e qualcuno giunge ad affermare che negarsi alla comunicazione è negare il cambiamento, ovvero il volersi mantenere uguali, conservare l'attuale.
Anche se vedo contradittoria una società che si vuole progressista che sbarra le porte (la Cina?).

Qui c'è Massimo Moruzzi su Dotcoma che vede bene lo stesso problema, riferendosi a come i contenitori sociali su web e i loro meccanismi pre-orientino la relazione e in-formino il nostro abitare nelle reti.

Facebook, vale la pena a questo punto sottolineare, non è più un sistema chiuso su sé stesso - o non più di quanto non lo siano il tuo feedreader o la tua webmail, perchè vi puoi importare praticamente di tutto, come e più che su un feedreader, o ricevere di tutto, come con la tua email.

Facebook ha vinto, ma senza risolvere nulla. Su Facebook, vedo foto, link, video e musica dei miei amici - ma non sarebbe molto più interessante vedere cosa apprezza chi ha gusti simili ai miei? Facebook è un passo indietro da un web di interessi condivisi a un web di amici che già conosci.

Questo accade perché proprio questa è la peculiarità del social web, lo dice la parola stessa. Permettendo l'emergere e quindi la visibilità delle reti relazionali, ha posto l'attenzione sulle persone. L'altro ieri andavo su web per cercare un documento o una risorsa, ieri per cercare delle persone, oggi cerco cosa dicono le persone che stimo e/o conosco sulle risorse e sulle novità, domani saremo tutti presi in un vortice vorticoso di cose e oggetti geotaggati e news e commenti e lifestreaming.
Il "web degli amici che già conosci" è una fase necessaria di ristrutturazione dell'economia della rete, perché permette di organizzare meglio i filtri e le reti dei flussi di informazioni e opinioni sulle informazioni, in direzione di una maggior efficacia nella propagazione delle idee, nel web degli interessi condivisi.
Si guardavano gli oggetti culturali, ora si guardano le persone, ma si tornerà a guardare gli oggetti, però incomparabilmente arricchiti dalle riflessioni di molti su di essi, da prezioso contesto, da vissuto personale.

Dopo questa costrizione che il socialweb ha imposto al nostro fare negli ultimi anni, nel farci concentrare sulla edificazione dei Luoghi sociali del nostro abitare, sull'allestimento di una identità adeguata ai nuovi ambienti che frequento, sulla definizione di una rete amicale e professionale, possiamo tornare a estrovertirci, verso cose che non conosco.

Un altro esempio: la funzione dei commenti dentro Google Reader. C'è questa funzione nuova per commentare ed inoltrare ad altri quello che ci arriva dentro l'aggregatore e reputiamo meritevole di.

C'è la condivisione "Share with note", che rimanda la notizia ai vostri amici (chi già riceve ciò che segnalate), e il commento e la notizia possono anche essere pubblicati sulla pagina pubblica del mio aggregatore.
Ma da poco tempo anche dentro il bottone "Share", quello per la semplice condivisione con un click, troviamo una ulteriore funzione di commento, dove però la visibilità dello stesso è rivolta "a tutti quelli che possono vedere la notizia originale condivisa".
Che quindi potrebbero essere anche persone che non sono vostre amiche (ovvero nel vostro elenco di persone con cui condividete permanentemente il flusso di pubblicazione), ma in qualche modo la stessa notizia è presente anche nel loro aggregatore e se leggeranno la notizia dopo di voi vedranno anche il vostro eventuale commento. Immagino.



Quindi, nel primo caso ho condivisione e aumento informativo (il mio commento) verso reti conosciute, nel secondo caso compio un movimento molto più "alla cieca", senza finalità immediate, ma potenzialmente foriero di inaspettato, cose o persone si tratti.

Dove decido di interfacciarmi? Nello scegliere attimo per attimo come utilizzare e come reinoltrare risorse, persone, memi, nel mio essere router di socialità, mi rivolgo a reti conosciute o sconosciute? Nel pensare il destino del mio dire e del mio fare in rete, mi viene più facile immaginare uno sconosciuto o un amico, nell'attimo di leggere l'ultimo post del mio blog sul suo aggregatore? E quanta fiducia ci metto, nell'inoltrare (e questo torna ad assomigliare a un messaggio nella bottiglia in un web che torna ad essere un po' mare) e nell'ascoltare?

ps. dopo geni e memi, ci servirebbe una unità di significato delle reti sociali, dei cluster relazionali, dove il contenuto è dato dalla forma peculiare che ciascun sistema adotta.

17 marzo 2009

Hai prestato attenzione?

Da Spicchidilimone, via Laura Pozzar, trovo un video che si rivolge agli insegnanti, e lo fa in modo provocatorio.
Forse la fiducia che vien posta nelle tecnologie più o meno didattiche è eccessiva; o forse tale interpretazione dell'eccessivo entusiasmo ci arriva dal fatto che abbiano scelto un montaggio piuttosto veloce, dove le argomentazioni tendono a diventare slogan.

Però molti/e insegnanti faranno un salto sulla sedia, e inorridiranno sull'onda di qualche "mala tempora currunt" e diventeranno dei laudatori delle cose com'erano un tempo, e troveranno facili argomenti per ridicolizzare il filmato e le domande che pone, riguardo la stessa capacità della classe docente attuale di rendersi culturalmente conto delle modificazioni tecnosociali in atto, e del necessario nuovo ruolo della Scuola rispetto all'educazione dei giovanissimi.
E molto di quello che si dice nel video è realtà quotidiana.



Video introduttivo, a cura Associazione Docenti Italiani, dei lavori del seminario internazionale ADi 2009 che si è svolto a Bologna il 27 e 28 Febbraio 2009 dal titolo: DA SOCRATE A GOOGLE: Come si apprende nel nuovo millennio.

06 marzo 2009

Quest'interfaccia non mi è nuova

Ne parlava anche Pierre Lévy, ma la suggestione arriva da più lontano. Noi siamo interfacce, parti del nostro corpo sono delle interfacce, come gli occhi e il naso e i sensi, ma anche come i polmoni, la pelle. Anche le stazioni e gli aeroporti sono interfacce, in scala socioterritoriale. Ma per restare sull'individuo, anche gli organi genitali sono interfacce. Tutte cose che trasportano traducono connettono, e in quanto in tal modo o tal altro conformate contribuiscono a dare senso alla relazione (interumana, o uomo-macchina) che veicolano, lasciano tracce di "semantica naturale" nella semiosi che poi innescano, nell'interpretazione degli eventi.
Stazioni ferroviarie architettonicamente differenti organizzano diversamente i flussi di socialità al proprio interno, e fondano esperienze-utente affettivamente e cognitivamente differenti, nella relazione con gli altri e con il mondo.
L'usabilità di un software può decretarne il successo, molto più della sua effettiva efficacia come strumento per produrre/distribuire documentazione o operatività; il merito è di chi ha disegnato l'interfaccia grafica.
La conformazione fisica dei nostri organi sessuali ha portato molte culture a fondare dicotomie assiologiche forti tra penetrazione/ricezione, attivo/passivo.

Eppoi, come dire, ciascuno di noi conosce bene la propria interfaccia gonadica, ci giochicchiamo da sempre. Vi è dimestichezza, comodità psicologica all'interazione, feedback. La mia mano conosce il mio pisello, lo ammetto. E tu donna che leggi, la tua mano conosce la tua patata, è indubbio.

Andate a vedere il video qui, da MailofDay, poi tornate.

Ecco quindi che il joystick dei videogiochi assume decisamente forma fallica, e ne replica le modalità d'interazione classica, ovvero andare su e giù con la manina.
La curva di apprendimento è un concetto obsoleto, nessuno può dire di trovare ostica l'interfaccia.
Immagino si possa realizzare anche la versione "patata".

:)

02 marzo 2009

Cortocircuito (e scintille di futuro)

Già altre volte qui ho parlato del blog personale di Renzo Tondo, governatore del Friuli Venezia Giulia, sottolineando e analizzandone la specifica postura conversazionale e la "solidità" dei temi affrontati rispetto all'ufficialità del dire dello stesso governatore.
La domanda è: il blog del governatore è un Luogo politico? Disintermediazione, quindi.

Nella mia opinione, il proprio blog personale dovrebbe essere il primo Luogo di espressione di sé (in quanto dichiaratamente identitario, conversazionale, connotato, storico, etc... magari domani nasce un equivalente altrettanto efficace, e vedremo) da cui poi gli altri possono legittimamente trarre indicazioni per una valutazione del personaggio/i che ciascuno di noi intende mettere in scena, dal cui testo trarre poi indizi per attribuire orientamenti, credenze, schieramenti espliciti, atteggiamenti, stile a colui che in questo modo intende partecipare al pubblico dibattito.

A quanto pare, anche il Messaggero Veneto (gruppo l'Espresso/Kataweb) ha deciso di prendere sul serio il blog personale del governatore, guardate questa foto del giornale di oggi:


Quindi un mezzo di comunicazione di massa dell'epoca industriale (il quotidiano di riferimento della zona, lo Strumento della Storia locale nel suo farsi) ha esplicitamente riconosciuto la veridicità e l'autorevolezza del blog personale di Renzo Tondo, in quanto Luogo politico. Una parola là pronunciata, non è chiacchiera, è Storia anch'essa. Il Messaggero Veneto riconosce esplicitamente l'esistenza e la posizione socioconversazionale di parlante ratificato al personaggio Renzo Tondo espresso da Renzo Tondo mediante il suo blog renzotondo.blogspot, senza più aver bisogno di comunicati ufficiali e conferenze stampa, interviste con giornalisti iscritti all'albo, filtri e intermediazioni.
Il Territorio e i suoi attori parlano liberamente, e io giornale comincio a modificarmi, per riuscire a rendere conto dei dibattiti sociali e politici che ora vivono in molti altri ambienti conversazionali.

Il dire di Tondo colà costituisce posizione politica ufficiale, e proprio chi fino a questo momento era l'unico "testimone del dire" dei personaggi pubblici (e della sua veridicità, e dell'ufficialità delle dichiarazioni anche nelle loro conseguenze pragmatiche), ovvero la stampa, sancisce ora esplicitamente l'autorevolezza delle nuove forme di espressione di sé, quei blog e quei nuovi spazi di socialità e di conversazione così opperbacco spudoratamente post-industriali e digitali, ma non più effimeri e irrilevanti, a quanto pare.

Rinnovo gli auguri di happy-blogging a Tondo: in riferimento al contenuto dell'articolo pubblicato, mi piacerebbe alquanto se poi en passant provasse a spiegare un po' meglio la sua attuale posizione personale sulla legge per il testamento biologico, apparentemente in contraddizione rispetto alle stesse onorevoli azioni da lui intraprese in relazione al caso di Eluana Englaro qui in Regione. E come ne parlerà sul suo blog, sarà ufficiale.