25 febbraio 2009

Parlar chiaro, gusto pulito

Chi è il responsabile della comunicazione pubblica governativa in italia? Che studi ha fatto, come parla, che cultura abita dentro la sua testa? Se pone un interrogativo professionale a sé stesso riguardo una maggior adeguatezza e efficacia della postura del parlante (il governo), oppure rispetto al tono linguistico da utilizzare (modalità d'interpellazione del destinatario, scelte lessicali e sintattiche, stile della comunicazione), quali sono i paletti che guidano il suo ragionamento, nel come dire le cose?

Perché l'ufficialità del dire governativo italiano, i discorsi i pronunciamenti le leggi le ordinanze fino ai discorsi di capodanno in tv o ai siti web delle PA, dev'essere sempre pesantemente paludata con orpelli linguistici e periodare labirintico, affogata in retoriche ottocentesche, corazzata di formule ormai vuote, armata di capziosità?

Com'è facile leggere il disprezzo dell'altrui comprensione, in questo fare comunicativo.
Anche se sei prigioniero di una retorica stantìa, mio caro comunicatore pubblico, anche se in te vive e intendi consapevolmente o meno trasmettere una ormai vecchia concezione dell'autorevolezza fondata sulla rigidità della postura (gli immutabili cerimoniali della comunicazione ufficiale, indifferenti ai nuovi paesaggi mediatici) e un'idea di serietà e di decoro che evidentemente non possono che trovare manifestazione in grammatiche oscure e contorte, non puoi non tenere in considerazione la comprensione del destinatario, e su questa basarti per organizzare le strategie del tuo dire.

Gramsci nei Quaderni scriveva "A differenza dei funzionari francesi e inglesi, che scrivono per il popolo, quelli italiani scrivono per i propri superiori".
Italo Calvino parlava spesso della Antilingua degli uffici della Pubblica Amministrazione, di come da decenni avvocati e funzionari, ministri e amministratori, e anche giornalisti, traducano tutto in questa lingua inesistente, un gergo professionale costituito da burocratese e giuridichese e locuzioni desuete, e dal "terrore" di usare le parole comuni, per cui /fare/ si dice /effettuare/ e /convalidare/ si dice /obliterare/.
De Mauro combatte da anni per un "dovere costituzionale di farsi capire" da parte della Pubbliche Amministrazioni; Cortellazzo combatté per anni con l'antilingua, nel promuovere fin da tempi degli ammodernamenti voluti da Bassanini nei primi Novanta un "Manuale di Stile" per la semplificazione del linguaggio amministrativo. Plain language, linguaggio piano.
E rinnovo i miei incitamenti per tutti quelli che di lavoro fanno proprio i comunicatori pubblici dentro le Pubbliche Amministrazioni, a restare sintonizzati alle modernità mediatiche (non confidando in addestramenti da acquisire in corsi di aggiornamento professionale, ma coinvolgendosi in prima persona con curiosità e passione) e talvolta a osare qualcosa, a sperimentare nuovi approcci per l'ottimizzazione della comunicazione interna e esterna delle PA.



Guardiamo cosa fanno gli americani, dài.
Questa immagine qui sopra è una foto del sito governativo americano recovery.gov dedicato alle strategie per il salvataggio economico degli Stati Uniti dinanzi alla crisi attuale, dove è possibile restare informati in tempo reale sulla destinazione dei soldi dei contribuenti, che il Governo sta ridistribuendo secondo un Piano con nuove e diverse priorità.

Se sapete anche poco l'inglese, già comprendete di cosa tratta il sito. Perché il linguaggio utilizzato è linguaggio piano, perfino colloquiale.
"Tracciabilità e trasparenza. Questi sono i tuoi soldi. Hai il diritto di sapere dove stanno andando e come vengono spesi. Scopri quali passi stiamo facendo per assicurare che tu possa tracciare i nostri progressi in ogni momento"
C'è Obama in video che spiega tranquillamente questo concetto della tracciabilità pubblica degli investimenti governativi, ci sono grafici e mappe realizzati con attenzione al punto di vista del destinatario, viene espressamente richiesta una valutazione feedback ai fruitori ("Raccontaci in che modo il Recovery Act ti riguarda. Cos'è che funziona? Cos'è che non funziona? Vogliamo sentirlo da te").

E in una vera conversazione, questo comunicare contenuti nuovi e concreti con un linguaggio nuovo e concreto fa nascere quel rispetto e quella fiducia che mille paroloni aulici e complicatissime matrioske sintattiche non riescono più a suscitare in me (da quando avevo quindici anni).

23 febbraio 2009

Le parole nello scanner

Fare didattica oggi a scuola (geografia, scienze, antropologia, educazione alla tecnologia, educazione alla cittadinanza) senza le mappe satellitari tipo googlemaps è perder tempo.
E come più volte si è detto in questo blog, non si tratta di una carta geografica (anche perché la parola "carta" non va più bene) da portare in classe e guardarla per un po' e fare le fotocopie e magari tracciarci sopra delle righe a matita e tracciare aree con gli evidenziatori.

Per comprendere appieno una didattica capace di integrare armonicamente gli strumenti delle TIC nel flusso situazionale e conversazionale delle situazioni formative, nella mente dell'insegnante deve essere ben viva una rappresentazione dei Luoghi di apprendimento come indifferentemente fisici (l'aula scolastica, il territorio) e digitali (come le mappe online).
Questo perché la didattica poi trova visibilità e interazione nella pubblicazione social web di elementi originali frutto delle attività scolastiche su quella stessa mappa, sotto forma ad esempio di segnalibri con dentro video immagini e testo e collegamenti ipertestuali, e questo si chiama abitare la mappa, arricchendola di vissuto e risvolti antropologici socioterritoriali e connotandola come luogo identitario, che parla di me e del mio fare. La mappa è un ambiente, non uno strumento.

La mappa di Google è un ambiente digitale che però mette in scena l'ambiente fisico e relazionale, e questo cortocircuito ci confonde un po' le idee. Qui raccontavo di come forse sia meglio oggi dire "il territorio è la mappa".
Però credo anche che i siti dei Comuni e delle Regioni potrebbero tranquillamente usare una mappa digitale online come homepage, su cui appuntare spazi informativi e di navigazione: quale miglior modo di mostrarmi chi sei se non mostrandomi il tuo territorio, le sue peculiarità insediative, le collettività che lo abitano osservate nelle loro reti relazionali e conversazionali, nella loro unica e originale produzione mediatica?

Quello che vale per le mappe online, vale anche per l'aggregatore di classe (da cui distillare quotidianamente spunti per le attività scolastiche, restando sintonizzati sul mondo) e per il blog di classe (dove contrappuntare i flussi degli apprendimenti con commenti personali da parte degli stessi allievi, perché ri-raccontare agli altri ciò che si è appreso fa imparare meglio) e per molti altri Luoghi che già popolano la nostra vita di oggi, strumenti e ambienti di interazione sociale che per quelle piccole persone di nove anni costituiranno una presenza costante per tutta la loro vita.

Già integrare queste cose nel flusso situazionale dell'aula scolastica, si diceva sopra, significa svolgere concretamente Educazione alla Cittadinanza nel rendere consapevoli i minori dei propri diritti di accesso all'informazione e di espressione di sé; inoltre l'uso critico di questi stessi strumenti favorisce un corretto approccio di Media Education, rispetto alle retoriche della manipolazione mediatica; e ancora si promuoverebbe la corretta postura culturale (da cui pedagogica) dell'utilizzo del web sociale, dove le interfacce si "trasparentizzano" e si riesce finalmente a mettere a fuoco una delle vere mission delle generazioni umane che abitano e abiteranno il Ventunesimo secolo, ovvero riuscire a costruire "intelligenza collettiva", Luoghi di socialità aperti e condivisi e partecipativi, Società planetaria della Conoscenza, nella certezza che l'incremento della circolazione di informazioni idee e opinioni possa contribuire in maniera determinante al miglioramento delle condizioni di qualità del nostro abitare, al ben-stare glocale su questo pianetino.

Ecco, guardare i computer e non vedere il web è purtroppo uno dei paraocchi che indossa chi oggi dovrebbe ragionare di fare scuola in modo moderno, come i ministri o molti dirigenti scolastici o molti insegnanti, ma di modernità non capisce nulla.
In tal modo, quando guardo il computer penso "informatica", rendendo ancora più solide quelle interfacce che invece vorrei vedere trasparentizzarsi. Guardo il computer, e penso ancora "calcolatore", non "socialità"; penso fogli di calcolo, non blog o community. A scuola creo i famigerati laboratori informatici, anziché provvedere connettività nelle classi. Mi invento i curricoli di informatica, e poi se va bene faccio un po' di multimedialità, e non adotto nessuna metodologia didattica specifica in grado di migliorare l'apprendimento in ambienti ormai stabilmente abitati da Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione.

E io che sono qui a lagnarmi di scelte strategiche sbagliate, esito di scarsa Cultura Digitale, nello stabilire cosa vada valorizzato o meno nei ragionamenti sugli utilizzi delle TIC in classe, vengo come immagino molti insegnanti italiani raggelato dalle dichiarazioni di una FAQ del Ministero, dove si afferma che il laboratorio di informatica "non costituisce, soprattutto nella scuola primaria, un insegnamento prioritario". Ne parla repubblica.it.

E' chiaro che se alle scuole primarie diminuiscono le compresenze degli insegnanti, e alle scuole medie diminuiscono le ore di Educazione Tecnica, i bambini andranno sempre meno nell'aula informatica. Lì si può tagliare.
Che poi è assurdo che sia il prof di Educazione Tecnica che deve "fare computer".
Che poi è assurdo che le ore di Educazione Tecnica diminuiscano, in un mondo tecnologico.
Che poi è assurdo che esistano le aule di informatica, e dei curricoli che prevedono informatica dentro le aule informatiche, alle scuole di base.

Lì potrebbe essere la chiave, nella frase sopra riportata. Nelle parole leggiamo l'approccio culturale di chi le ha scritte, e traspare una visione del mondo vecchia due volte. Non solo quel funzionario o quel ministro non sa cogliere il significato social delle tecnologie TIC nei settori della formazione, secondo precise indicazioni europee; non viene nemmeno più garantito l'uso dello strumento computer, indipendentemente dal fatto che sia connesso o meno. Questo perché i giovani quando entrano a scuola in realtà entrano in una capsula del tempo, e ritornano agli anni Ottanta quando non c'erano né il web né i cellulari. Meno divertente però il fatto che uscendo da scuola per lavorare e diventare cittadini si trovino a dover abitare un mondo decisamente tecnologico, su cui la scuola non ha saputo promuovere nessuna competenza o consapevolezza specifica.

L'errore non è che "non sia prioritario", l'errore è considerare ancora il pc e il web come oggetto di insegnamento curricolare.

UPDATE: via Roberto Sconocchini, apprendo che quelli del Ministero hanno rimosso la frase incriminata dalle FAQ.

08 febbraio 2009

Ma come mi tratti?


Immaginatevi una Anagrafe digitale pubblica, gestita da Pubbliche Amministrazioni. Qualche server beneducato a non dimenticare nulla, dei database per ogni cittadino, e se per cominciare rendiamo disponibile dieci megabyte per ciascun italiano, alla fine ce l'asciughiamo con 600 terabyte, tutte robe tecnicamente fattibilissime.
Le tabelle cominciano a popolarsi nel momento in cui nasciamo, anzi prima ancora dal momento della visita in ginecologia in cui viene sancita dal medico la presenza su questo pianeta di una nuova vita. Ovviamente, il momento dell'apertura del nuovo file nell'Anagrafe Pubblica è esattamente il momento di passaggio, e facilmente i prossimi riti tecnosociali prevederanno cerimoniali specifici su come svolgere al meglio questo iniziale gesto di attribuzione di identità al nuovo nato.

Cominciamo a riempire il database. I genitori hanno obblighi specifici, scelgono il nome del pàrgolo, sottoscrivono il proprio impegno nel provvedere alla sua inculturazione, riporteranno via via gli episodi salienti della vita del figlio. Ma un mucchio di altra gente potrà scrivere ufficialmente (tracciando gli autori) su quel database, ad esempio il medico che diagnostica malattie infantili allega le cartelle (digitali) cliniche, poi le cure dentarie, poi gli insegnanti che annotano i percorsi di apprendimento intrapresi, la maestra di ballo e la psicologa certificheranno questo e quello, e di tutti questi dati bisognerà stabilire quali sono pubblici, e quali invece possono essere compulsati solo dopo consenso del titolare, oppure su ordine della magistratura.

Al compimento del diciottesimo anno di vita, al nostro ragazzo del 2027 verrebbe ufficialmente consegnata dal Sindaco la password per l'accesso al proprio database, di cui diventa unico responsabile dinanzi alla collettività. Ci son degli obblighi di legge, bisogna aver cura del profilo identitario e scriverci delle cose sopra, documentare sé stessi e prendere posizione rispetto ad alcune scelte etiche che la società ci chiede di intraprendere.
Ad esempio, a diciotto anni ciascuno di noi dovrebbe cominciare a redigere e aggiungere alla propria identità tecnosociale un documento in grado di esprimere esplicitamente la nostra personale visione del mondo rispetto al Senso della Vita e della Morte, e quindi in grado di orientare poi i comportamenti da tenere nei miei confronti in modo che nulla possa avvenire contro la mia volontà, anche me assente o impossibilitato. Un testamento biologico.

Del mio corpo, della mia mente decido io, e sorreggo l'affermazione con la stessa responsabilità civica di cui mi faccio carico dinanzi alla collettività riguardo le conseguenze delle mie azioni.

Ahimè, chissà quando vedremo realizzato e operante quel database identitario pubblico. Nel frattempo utilizzo questo semioblog, mio luogo di espressione con nome e cognome.

Udine, 8 febbraio 2009

Io sottoscritto Giorgio Jannis, nato a Udine il 21 giugno 1967, nella pienezza delle mie facoltà fisiche e mentali, dispongo quanto segue.

Qualora fossi affetto:
da una malattia allo stadio terminale,
da una malattia o una lesione traumatica cerebrale invalidante e irreversibile,
da una malattia implicante l’uso permanente di macchine o altri sistemi artificiali e tale da impedirmi una normale vita di relazione,
non voglio più essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico.

Nelle predette ipotesi:
qualora io soffra gravemente dispongo che si provveda ad opportuno trattamento analgesico pur consapevole che possa affrettare la fine della mia esistenza;
qualora non fossi più in grado di assumere cibo o bevande, rifiuto di essere sottoposto a idratazione o alimentazione artificiale;
qualora fossi anche affetto da malattie intercorrenti (come infezioni respiratorie e urinarie, emorragie, disturbi cardiaci e renali) che potrebbero abbreviare la mia vita, rifiuto qualsiasi trattamento terapeutico attivo, in particolare antibiotici, trasfusioni, rianimazione cardiopolmonare, emodialisi.

Sempre nelle predette ipotesi:
Rifiuto qualsiasi forma di continuazione dell’esistenza dipendente da macchine.

Detto inoltre le seguenti disposizioni:
non richiedo alcuna assistenza religiosa;
il mio corpo può essere donato per trapianti;
il mio corpo può essere utilizzato per scopi scientifici e didattici.

Lo scopo principale di questo mio documento è di salvaguardare la dignità della mia persona, riaffermando il mio diritto di scegliere fra le diverse possibilità di cura disponibili ed eventualmente anche rifiutarle tutte, diritto che deve essere garantito anche quando avessi perduto la mia possibilità di esprimermi in merito.
E questo al fine di evitare l’applicazione di terapie che non avessero altro scopo di prolungare la mia esistenza in uno stato vegetativo o incosciente e di ritardare il sopravvenire della morte.

04 febbraio 2009

Horse Latitude


Come già l'altr'anno, oggi sono andato a Pordenone nel liceo dove insegna Pier e lui assente (saluto i prof che erano presenti, Alessandro e Enrico) ho tenuto la mia lectio magistralis sul Senso della Cultura Tecnologica moderna e dell'Abitare sociodigitale, secondo approccio gangherologico. Dilagando per quasi tutte le due ore, e studenti e studentesse che eravate presenti commentate pure questo post, o qualunque altro, per farmi domande relative o no.
Sono andato anche a mangiare pastalpesto e due fritole a casa di Sergio, quindi non sono nemmeno uscito dalla modalità "digital world" che avevo settato mentalmente per fare lezione nella mattinata e ho continuato per due ore a chiacchierare amabilmente in gergo da webaddicted.

In realtà, questo post era per prendere appunti.
Qui Gigi Cogo racconta delle dinamiche del web 2.0 a supporto dei servizi di eGovernment, e riesce a illustrare il farsi strada dei nuovi approcci comunicativi, delle nuove necessarie posture conversazionali nella cultura di gruppo delle Pubbliche Amministrazioni.

Carlo Infante su PerformingMedia espone e suggestionea incastrando bene le pratiche di Rete, di multimedialità e di territorio dentro i nuovi scenari che geoblogging e media locativi rendono visibili e vivibili - "scrivere storie nelle geografie". Carlo andrebbe con la forza costretto a produrre idee relative a possibili applicazioni ev'ryday-life delle tecnologie georeferenziali, a inventarsi situazioni e messe in scena di comportamenti umani interfacciati.

Sergio Maistrello mette giù un sacco di idee sulle nuove dinamiche del giornalismo più o meno web e sul problema della disintermediazione della comunicazione istituzionale, partendo dalla riorganizzazione profonda dei modi di interpellazione dell'interlocutore e dei contenuti espressi dai siti governativi americani in seguito all'elezione di Obama.

Poi avevo messo da parte una serie di link su argomenti tipo "tracciabilità", ovvero indicazioni su argomenti che riuscissero a mostrare qualcosa di robe come mappature di comunità (indifferentemente su terra, web o supporti mobili), borghi digitali, webcittadinanza, utilizzo di cellulari come sensori (ne parlavo qui), anzi i cittadini stessi sono i sensori, ma si può mettere dei rilevatori anche sui piccioni e farli comunicare in tempo reale su wifi cittadino le condizioni ambientali (quota di anidride carbonica, per esempio) dei quartieri. Trovate tutto qui, da Vodaphone.

La Nokia non sta ferma, figuriamoci, e come sappiamo dopo Nokia Sensors per rilevamenti ambientali (cerchiamo di fornire contesto al nostro dire, mettiamo dentro il messaggio il più possibile della situazione enunciativa) lancia MyMobile, che però è un webserver da mettere dentro il nostro telefonino, così possiamo arrivarci dentro via web, navigando. Ma siccome sul telefono è possibile mantenere ad esempio gallerie fotografiche pubbliche di foto nostre originali, oppure fare un blog (sì, dentro il cellulare) o condividere un calendario, ecco che abbiamo per le mani un modo nuovo di "darsi" degli individui dentro la rete, innescando community (frequentazioni, partecipazioni, appartenenze) basate sulle reti cellulari.
Esistono anche le community geograficamente strettissime, ad esempio quelle basate sullo scambio bluetooth tra i cellulari, così quando entrate in discoteca o in pizzeria avete già sul visore del telefono la mappa situazionale dei personaggi presenti, con i loro profili, e strumenti di interazione. Esempio di queste tecnologie sono Mobiluck e Crowdsurfer, e anche i cellulari social sono cosa che già abita il presente, anche se al momento servono a cuccare in modo creativo.

Ancora tre link: urban-atmospheres.net locative-media.org e urban-atmospheres.net
per ragionare sempre di nuove forme di abitanza digitale, interessanti. La locuzione "media locativi" non mi sembra male, peraltro.

Chiaramente, mentre sto per chiudere il post arriva Google (ne parlano qui) con il suo nuovissimo GoogleLatitude, che appunto è un marcatore social di presenza basato su Google Maps. Scaricate il nuovo GMaps 3.0 per cellulari, lui rileva la vostra posizione sul pianeta via GPS o sui wifi o sulle reti cellulari, e la riporta sulle mappe satellitari. Poi spedite l'invito ai vostri contatti gmail, quelli che volete, e anche loro se accettano compariranno come avatar sulla mappa geografica, simboleggiando la loro posizione (la quale può essere anche mentita, impostando una posizione manualmente). La mappa poi la vedete sul cellulare o anche via web (non italia ancora), come widget dentro la iGoogle.

Se per districarvi tra tutte queste indicazioni e suggestioni vi serve una mappa mentale, traggo da qui alcune indicazioni di Buzan in persona su come impostare i nodi di primo livello.

Here are some additional tips from Buzan on the types of words that tend to make effective basic ordering ideas:

  • Divisions: chapters, lessons or themes
  • Properties: characteristics of things
  • History: a chronological sequence of events
  • Structure: how things are formed or arranged
  • Function: what things do
  • Process: how things work
  • Evaluation: how good, beneficial or worthwhile things are
  • Classification: how things are related to each other
  • Definitions: what things mean
  • Personalities: what roles or characters people have