29 gennaio 2009

Retrofuturo web

La personalità di un bambino comincia a formarsi da quando è ancora in pancia. Anzi, la personalità del bambino comincia a formarsi nel pensiero dei suoi genitori, dentro una relazione, prima ancora del concepimento.

Qui un servizio televisivo di un tg americano del 1981 parla del nostro web, "chissà che mondo sarà quello in cui a colazione leggeremo le nuove sullo schermo di un personal computer".

Che poi, quand'è finita quella tonalità futuro-progresso-startrek-ottimismo con cui si dipingevano le notizie tecnologiche negli anni Settanta e anche primi Ottanta? Son passati BladeRunner e il cyberpunk e hanno steso una vernice cupa a rivestire tutto? Quale intellettuale opinionleader gatekeeper quindici o vent'anni fa ha magari ripreso in mano quell'Heidegger storto che non aveva ancora capito bene la Tecnica, per tuonare - come nei temi in terza media sulla bomba atomica - contro la tecnologia disumanizzante che ci circonda e ci pervade? Perché d'un tratto questa svolta disforica, nel clima narrativo della webStoria? E' possibile risalire alle scintille iniziali, che hanno impresso poi connotazione negative alle vicende successive contribuendo a costruire il frame cognitivo dentro cui avremmo interpretato i cambiamenti sociali legati alla nascita di Mondo 2.0? Ci sarebbero state anche da sopportare tutte le sciocche retoriche scandalistiche e criminalizzanti riguardo il web, a fine Novanta, e sappiate che "la mafia usa la posta elettronica", tanto per dire, è affermazione che farebbe la sua disinformativa figura anche dentro un TG qualunque di questa sera.

“Imagine, if you will, sitting down to your morning coffee, turning on your home computer to see the day’s newspaper. Well, it’s not as far-fetched as it may seem.”

via MatteoBaldan


24 gennaio 2009

Spicciolame

Pasteris dice che
CriticalCity ha vinto i Kublai Awards 2009
CriticalCity è una piattaforma di riqualificazione urbana ludica e partecipata. E’ un progetto innovativo per mettere al centro i cittadini e trasformarli in motore attivo della trasformazione sociale, culturale e fisica del territorio urbano. Molti cittadini non sono soddisfatti della condizione della propria città, molti la vivono a fatica, la subiscono ma non sanno da dove cominciare, non hanno a disposizione uno strumento semplice per poter agire direttamente sulla propria città e fare qualcosa – anche di piccolo – per cambiarla, per renderla più vivibile, migliore. CriticalCity risponde al bisogno di potersi impegnare per la propria città e pensa che il modo più efficace per riuscire in questo sia di trasformare questa attività in un gioco.
Mi sono iscritto come Solstizio, dalle mie parti non c'è nessuno, proverò a capire come funzia.

Poi c'è questo brano di McLuhan del 1963, pubblicato da repubblica.it e arrivatomi via ValterBinaghi. C'è tutta una critica iniziale, sulla natura depauperante delle tecnologie di connettività - il sistema nervoso extracorporeo, nato con il telegrafo. Poi distingue
"... La nuova tecnologia elettronica, però, non è un sistema chiuso. In quanto estensione del sistema nervoso centrale, essa ha a che fare proprio con la consapevolezza, con l' interazione e con il dialogo."
E qui McLuhan, diciamolo, è eccezionale per la lucidità con cui riesce a rendere pertinenti le peculiarità dei new media dei suoi tempi (frutto di precise innovazioni tecnologiche) rispetto alle considerazioni sul funzionamento delle collettività umane. Con una visione moderna, di sistema e di processo - anche se ci sento dentro una figuratività metaforica un po' ottocentescamente organicista o hegeliana, mah - riesce a cogliere l'emergere della consapevolezza collettiva nei sistemi mediatici planetari, proprio come un sistema nervoso sufficientemente complicato ad un certo punto sviluppa forme di coscienza, come strumento per meglio gestire quella complicatezza che ormai si può chiamare complessità. Si giunge all'autocoscienza, anche per il fatto che le tecnologie fulcro del cambiamento sociale attuale sono proprio le tecnologie della comunicazione e dell'informazione.
"Nell'era elettronica, la stessa natura istantanea della coesistenza tra i nostri strumenti tecnologici ha dato luogo a una crisi del tutto inedita nella storia umana. Ormai le nostre facoltà e i nostri sensi estesi costituiscono un unico campo di esperienza e ciò richiede che essi divengano collettivamente coscienti, come il sistema nervoso centrale stesso."
Sta parlando di internet, è chiaro. Considerando evolutivamente il sistema televisivo come sviluppo degli organi di senso del corpo sociale (e negli Stati Uniti dei primi sessanta c'era già un sistema rediotelevisivo paragonabile all'italia degli anni Ottanta, per varietà di voci e capillarità), ad un certo punto si arriverà alla nascita di un sistema nervoso centrale, un Luogo di elaborazione dei flussi informativi, e si tratta di un Luogo sociale. Sul problema della scrittura e dell'oralità potremmo confrontarci con letteratura più recente, ma porre l'accento sui gruppi in relazione ai media è mossa notevolissima.
"La scrittura, in quanto tecnologia visiva, ha dissolto la magia tribale ponendo l'accento sulla frammentazione e sulla specializzazione, e ha creato l' individuo. D' altra parte, i media elettronici sono forme di gruppo."

"Siamo diventati come l' uomo paleolitico più primitivo, di nuovo vagabondi globali; ma siamo ormai raccoglitori di informazioni piuttosto che di cibo. D' ora in poi la fonte di cibo, di ricchezza e della vita stessa sarà l' informazione."
"Quando nuove tecnologie si impongono in società da tempo abituate a tecnologie più antiche, nascono ansie di ogni genere. Il nostro mondo elettronico necessita ormai di un campo unificato di consapevolezza globale; la coscienza privata, adatta all'uomo dell'era della stampa, può considerarsi come un cappio insopportabile rispetto alla coscienza collettiva richiesta dal flusso elettronico di informazioni. In questa impasse, l'unica risposta adeguata sembrerebbe essere la sospensione di tutti i riflessi condizionati.
Penso che, in tutti i media, gli artisti rispondano prima di ogni altro alle sfide imposte da nuove pressioni. Vorrei che ci mostrassero anche dei modi per vivere con la nuova tecnologia senza distruggere le forme e le conquiste precedenti. D'altronde, i nuovi media non sono giocattoli e non dovrebbero essere messi nelle mani di Mamma Oca o di Peter Pan. Possono essere affidati solo a nuovi artisti."
Qui credo emerga un problema. Noi non conosciamo le potenzialità della nostra coscienza, nella sua abilità di coordinare flussi informativi, di farci restare attenti rispetto all'umwelt, come fossimo scimmie che in una foresta cercano sempre il profilo della tigre tra le foglie. Per il nostro essere animali, questa è facoltà necessaria per la sopravvivivenza (al punto che uno che legge il giornale in autobus è visto con un po' di riprovazione, diceva Goffman, perché non può svolgere la funzione sociale di "sorvegliante" della situazione), e la coscienza come meccanismo serve anche a questo. En passant, sia chiaro che la coscienza per come ce la raccontano Hofstadter e Dennett può essere anche caratteristica di un formicaio, se non delle singole formiche, in relazione ai comportamenti adottati, quindi evitiamo di antropomorfizzare il discorso come al solito.
Ma il fatto è che se dentro un mondo virtuale in 3D, magari con visore e guanto, se mi dimezzano la forza di gravità ci metto un attimo ad adeguarmi. I bambini precocissimi non fanno fatica a interagire con flussi informativi, anche attraverso interfacce non pensate per loro (un telecomando del decoder o un software che si chiama Ufficio).
Se guardate i flash giornalistici di notte alla tv, vedrete uno schermo pieno zeppo di informazioni su molti flussi diversi (la voce dello speaker, le immagini alle sue spalle, i boxini con le quotazioni dell aborsa e il meteo in parte, nel sottopancia scorrono veloci altre news) eppure non facciamo fatica a seguire tutto. La nostra coscienza sembra essere sovradimensionata, capace di gestire anche quello per cui non è nata. Oppure semplicemente le sue facoltà non vanno pensate in termini di quantità, ma di algoritmi di funzionamento. Oppure meglio ancora, cerchiamo di capire che specie umana e tecnologie sono in simbiosi, da secoli. La pensabilità della tecnologia determina le direzioni verso cui la troviamo, spesso serendipicamente facendo lo sgambetto alla prevedibilità - d'altronde, la realtà notoriamente non ha nessun obbligo di essere verosimile, non siam mica a teatro qui - allo stesso modo in cui gli artefatti che ci circondano determinano le direzioni del nostro pensare. Perché stiamo dialogando con l'ambiente, e le tecnologie sono le parole dei nostri discorsi, dove traggo identità di me dal loro risuonare.
E guarda caso, nel mutuo reciproco evolversi degli Umana e dell'ambiente di vita, si scoprono facoltà cognitive che non si pensava esistessero (sì, sto ancora pensando al bambino di quattro anni che vi maneggia il MediaCenter in salotto con la stessa dimestichezza di un bibliotecario con un master in digital library) che si rivelano adeguate a fronteggiare le nuove forme di complessità degli ambienti mentali, fisici e digitali.
Nel parlare di coscienza privata e collettiva, McLuhan non poteva che pensare da dentro l'orizzonte della pensabilità del 1961, anche se in maniera eccezionale nella sua capacità di tratteggiare scenari futuri a partire da pochi segnali deboli. Qui forse ha tenuto ferma nel suo ragionamento una costante, la forma e le funzioni di quello che chiama coscienza, che invece è da considerarsi anch'essa una variabile, per il suo evolversi e mostrare nuove facoltà quando chiamata a fare il suo lavoro di "centro regìa" nel gestire flussi provenienti da ovunque, dentro e fuori su molti canali diversi.
Ma la coscienza e il mondo co-evolvono, non c'è bisogno di ipotizzare tragiche morti di coscienza individuale a favore di coscienze collettive. L'interazione dialogica tra sistema nervoso e oggetti è cosa sottile. Ad esempio, tutta la folksonomia è una risposta concettuale e operativa (forse addirittura non-pensabile nel 1961) che prova a fare luce su certi fenomeni socioculturali che si collocano su faglie di confine tra contesto individuale di significazione e i comportamenti degli oggetti culturali negli ecosistemi della conoscenza.

Gli artisti che scavano sotto i riflessi condizionati mi puzza ancora di romanticismo, mi sembra il solito Picasso che "dipinge quello che vede, non quello che sa". Poi vengono gli straniamenti, poi le installazioni come indagine sul contesto di rappresentazione, i meticciamenti e le sinestesie. Questo ci porterebbe sui linguaggi della creatività, e via andare. Ma resteremmo ancora bloccati in una dialettica di contesti di pensabilità degli oggetti e dei comportamenti impostata su vecchie concezioni del mondo e della socialità e dello scambio informativo. Al momento, i migliori artigiani che conosco sono la sterminata massa anonima di sviluppatori software che di notte, nel buio dei profondi anni Ottanta o primi Novanta, hanno sviluppato il mondo digitale che ora abitiamo. Dell'arte parliamo più avanti.

E infine questa recensione di Tito Vagni ad un libro di Piero Vereni, "Identità catodiche. Rappresentazioni mediatiche di appartenenze collettive" che è un titolo di quelli giusti densissimi ma "catodiche" non mi piace, ma non credo che parli solo di tecnologia digitale, quindi figuriamoci se posso giudicare un libro dal titolo, toccherà fare un salto in libreria. La recensione è interessante, incollo anche qui alcuni concetti con la normale colla CtrlV.
... Esiste però un filo conduttore costituito dal ruolo determinante che i mezzi di comunicazione hanno assunto nella vita quotidiana e la necessità, per le scienze sociali, di guardare ai media come al luogo privilegiato dell’analisi sociale.

... ricostruzione dettagliata dei lavori di “antropologia dei media”, termine con cui individua un filone di studi derivante dalla contaminazione tra antropologia linguistica e cultural studies, che tenta di comprendere il rapporto tra sistema dei media e sistemi culturali

... "di fronte ai nuovi media siamo tutti primitivi, dato che tutti abbiamo bisogno di elaborare strategie d’uso e di significazione originali che abbiano e producano un senso dentro il sistema culturale che viviamo"

... mostra particolare attenzione al modo in cui l’introduzione di un mezzo di comunicazione ridisegni l’organizzazione dello spazio o, utilizzando le parole di Meyrowitz, riesca a proiettare l’abitare “oltre il senso del luogo”.

... la presenza della tecnologia nella vita quotidiana si è fatta talmente massiccia da rendere impertinenti alcune analisi sociali che eludono il ruolo dei media
Tutto interessante.

23 gennaio 2009

Piano e-Gov 2012

E' stato presentato il piano generale dell'e-government in italia, e-Gov 2012, disponibile sui siti istituzionali del Ministero per la pubblica amministrazione e l'innovazione e della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Trovate la Presentazione, gli Obiettivi, il Management summary, la Sintesi e la Pianificazione di alcuni progetti, tutta roba in pdf che si legge velocemente.
Anche Quintarelli nel parla, e trae alcune puntuali osservazioni.

C'è una mancanza iniziale, come in ogni storia che si rispetti, rilevabile dalla bassa posizione dell'italia nelle classifiche europee di diffusione di TIC e cultura digitale; c'è un contratto da rispettare, le indicazioni di Lisbona; c'è una ammissione esplicita di incompetenza da parte della Pubblica Amministrazione, all'inizio della pagina 7 del Management Summary, nel suo ancora insufficiente apporto alla conversazione in rete, la qual cosa potrebbe in effetti essere una delle concause che inibiscono i cittadini italiani a frequentare maggiormente il web. E il Piano è il modo con cui il governo intende affrontare il percorso verso una maggior qualità della comunicazione tra Amministrazioni e Cittadini, e nel contempo cercare di risparmiare il 25% delle spese attuali grazie alle varie ottimizzazioni nei settori della Salute, Giustizia, Anagrafi, alle dematerializzazioni tipo la casella elettronica certificata per le operazioni con le PA. Il tutto per milletrecentottanta milioni di euro.
Nell'ultima pagina del Summary ci sono degli aspetti di monitoraggio e valutazione dell'applicazione del Piano, e ci sarà un portale e-gov2012 dove poter seguire gli avanzamenti. Tralascio la customer satisfaction e le faccine che smailano, però per fortuna vedo che sono previste espressamente attività di formazione (con Formez e Scuola Superiore PA) sia frontali sia online per tutti quelli dentro le PA, e gli argomenti parleranno di aspetti di processo, di project management, di comunicazione al cliente, di comunicazione interna, di gestione della trasformazione organizzativa.

Per la Scuola, si parla espressamente di diffusione di strumenti di innovazione nella didattica (lavagne digitali, pc, contenuti digitali, e‐book), nell’interazione scuola‐famiglia (pagella e registro elettronico, domande di iscrizione, accesso ai fascicoli personali degli studenti e prenotazione colloqui online) anche in modalità multicanale (tv, web, email, sms), nei servizi amministrativi e servizi allo studente (wifi nelle università), di 240 duecentoquaranta milioni di euro.


Avere tutte le scuole e magari le aule collegate veloce anche in wifi, produrre learningobject sia dal basso (gli insegnanti) sia dall'alto (case editrici) da rendere tutti disponibili su piattaforma nazionale per l'acquisto o la fruizione libera da parte delle scuole, puntare decisamente verso la comunicazione scuola-famiglia con la digitalizzazione di molti atti amministrativi e documentazione dell'allievo, creare una anagrafe nazionale per monitorare le politiche scolastiche, dotare gli studenti delle primarie di notebook personali, sponsorizzati da Intel, Telecom Italia e Microsoft.
Cose di cui si parla ormai da parecchi anni, e certamente sarebbe splendido accadessero (farei un paio di distinguo... gradirei più informazioni su filosofia dell'e-learning seguita, su risvolti commerciali della piattaforma, sugli sponsor commerciali), almeno per muovere un po' le acque e aumentare lo stress di quei dirigenti scolastici e quegli insegnanti che non capiscono di cosa si stia parlando. In realtà, nel 2005 dicevamo sarebbero arrivate nel 2009, e invece l'italia è in ritardo. E le persone che devono agire questo cambiamento non lo comprendono: quelli bravi vedono il valore strumentale, solo qualcuno di essi magari riesce a riflettere sulle modificazioni stesse che stanno subendo gli ambienti di vita, e delle necessarie correlate innovazioni negli ambienti formativi, sia di tipo tecnologico sia metodologico. E la metodologia per essere insegnanti moderni, "registi" di situazioni di apprendimento attraversate da molti flussi informativi e conversazionali indifferentemente biodigitali, passa necessariamente attraverso una comprensione degli strumenti in quanto ambienti da abitare, foss'anche l'utilizzo di una mappa satellitare nella didattica.
Altrimenti le lavagne e i pc restano morti o mortificati, sappiamo come funziona.

Sarebbe di primaria importanza portare molte persone in Rete, a partecipare e a coinvolgersi nelle conversazioni, poi la serendipità fa il resto. Far nascere in loro, con la frequentazione, i valori di condivisione e apertura della Rete, di reputazione e civiltà dell'abitare anche digitale... poi nel pensare il sito web scolastico quella persona che magari fa di lavoro il dirigente scolastico riuscirebbe con maggior probabilità a comprendere i risvolti qualitativi della comunicazione pubblica dell'istituzione da lui diretta.
Essendo anche fruitore, saprebbe meglio giudicare e progettare la propria identità digitale come parlante istituzionale ratificato del territorio, gli spazi di conversazione.
Formare le persone, non gli insegnanti.
Ovvero fornire competenze digitali, piani di lettura della realtà moderna e luoghi di espressione di sé, che rendano le persone normali cittadini digitali.
Se ho un blog e frequento dei blog, so cosa fare di un blog scolastico.
Se mi vengono a insegnare come fare un blog e non so cosa sia, poi lo uso come bacheca e basta, ma mi sfugge il suo lato conversazionale.
Ma abitare non può essere insegnato, proprio perché è partecipazione e coinvolgimento relazionale. Soprattutto non può essere insegnato con addestramenti agli strumenti, formazione incapace di fornire orizzonti più ampi per inquadrare il cambiamento in atto, le modificazioni della quota di comunicazione che deve sostenere l'insegnante nel suo fare didattico e la scuola tutta nel suo essere soggetto attivo della comunità sociale.
Ruotare il proprio fare in direzione della pubblicazione e della conversazione imporrà grossi mutamenti alla struttura scuola. Una gestione seria anche solo della posta elettronica nelle PA, come descritta nel piano e-Gov quisopra, costringerà le vecchie procedure d'ufficio a torcersi fino a spezzarsi, a meno che qualcuno abbia il coraggio di riprendere in considerazione tutti i flussi documentali e ottimizzarli secondo nuove priorità, date dalla comprensione del nuovo habitat.
Siamo di nuovo lì: non posso spiegare l'abitare in Rete. Va vissuto, esperienzialmente. E al preside sessantenne che sproloquia di facebook senza esserci mai stato, o all'insegnante che non capisce wikipedia, servono dei "percorsi esperienziali" di cultura digitale, immersivi. Sarebbe assai utile per la civiltà dell'italia se tutti i dirigenti scolastici e gli insegnanti italiani passassero su web 15 ore alla settimana, toh, e lo facessero con passione nel seguir liberamente le loro passioni e interessi.
Altrimenti siamo sempre al dover dare la soluzione, della quale non so che farmene, se non ho la domanda.

"Vengo lì e ti formo"
"Uh. E perché?"
"Hai un problema"
"Non sapevo di avere un problema"
"QUESTO è il problema"

Non son cose che spieghi con un powerpoint, questo volevo dire.

15 gennaio 2009

Chiamarsela

Leggo questa notizia del lancio del nuovo sito del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, e già sorrido ascoltando le retoriche fanfare della propaganda governativa magnificare l'audace innovazione nei settori della comunicazione, il periglioso slancio di chi indica la strada del futuro.

Leggo il comunicato stampa, guardo il video su Youtube, perché era quello che ho trovato nell'aggregatore. Vi prego, guardatelo, il video. Quando mostrano la nuova Sala Giunta, notate vi prego i banconi dei governanti, una fessura si apre e escono elettricamente gli schermi piatti, che sembra di vedere una riunione della Spectra.

Allora vado sul sito, e l'indirizzo finisce con .asp. Qui le cose girano su server Microsoft, succedeva anche prima? Prelevo il feed della pagina, anch'esso termina in .asp, lo metto nell'aggregatore, non funziona. Per sicurezza provo su aggregatori pubblici tipo FeedHub, ma l'RSS della pagina non viene rilevato. Stessa cosa anche sul sito della Regione, e qui mi viene in mente che per avere un feed delle cose pubblicate mesi fa avevo proprio fatto ricorso a servizi web che offrono il feed anche di quei siti che non hanno l'RSS.
Il sito di per sé non è malissimo, quello del Presidente. Non è super-affollato in homepage, ha tutte le sue belle cosine, tralascio i giudizi sulla grafica e look&feel, schemi di interazione classici col fruitore, ha delle bacheche per rassegne stampa e una che riporta il feed Blogger del blog personale dell'attuale governatore Tondo, e si prova a spingere sulla multimedialità, con gallerie fotografiche e archivi video.
Allora vado a vedere i video, ma vengo bloccato. Qui sul sito si usa roba Windows, e io non ho MediaPlayer e non uso DirectShow. I video non li vedo, vediamo se manterranno il mirror su youtube della produzione audiovideo regionale.

Quindi: il sito istituzionale della mia Regione non ha gambe per camminare in giro, e si basa su scelte di software proprietario. Meraviglia. Nessuna meraviglia, degli accordi tra Friuli Microsoft e Brunetta ne parlai qui nel novembre scorso.

Quindi: l'attuale Presidente del FVG verrà ricordato come quello che ha promosso la comunicazione istituzionale su web (anche se Illy aveva già fatto molte cose, sito presidenziale e webtv compresa, ma i tempi erano precoci e il tutto si poteva far meglio) perché i tempi hanno reso plausibile che un politico si preoccupi di questo giocattolone per i ragazzi che è il web, e lo dica pure.
E già dicevo che forse l'understatement di Tondo, rilevato dal tono del suo blog personale, era la maniera corretta per dipingere il Governatore nell'immaginario collettivo anche un po' come un evangelista dei nuovi modi di intendere la comunicazione pubblica e la partecipazione della collettività; il personaggio tranquillo e concreto rappresentato su quel blog trasmette una visione realista e conversazionale dell'abitare la Rete, senza fanfare. Per quanto riguarda invece i siti istituzionali regionali, si può fare di meglio. Prima di vantarsi in giro. Che uno schivo e taciturno furlano che si vanta di lavori fatti male non si è mai visto, a memoria di friulano.

[La foto in alto l'ho presa dal sito regionale, qui, l'autore è Foto ARC Montenero. Poi la foto l'ho modificata. Tutto questo dopo aver letto la notainformativa del sito, dove c'è scritto che il materiale è sotto copyright, e non può essere modificato e utilizzato per fini di lucro. Ma io qui non ho fini di lucro, su questo blog. Quindi la metto, citando fonte e autore. Poi se volete la tolgo, ma ditemi perché, così spiegherò con cognizione di causa il motivo della eventuale rimozione]

14 gennaio 2009

Appunti su mobizen

Abbiamo i citizen, che diventano netizen, e se mettiamo l'accento sul dispositivo che usiamo per essere always-on, ragioniamo sul telefonino mobail mobile.
Eran tutte notizie una dopo l'altra, lì sull'aggregatore, collegate tra loro sia per la contiguità del loro apparire nella mia vita sia per l'argomento comune trattato, e quindi mi son messo a seguire le briciole in giro.
Un oggetto tecnologico postindustriale può essere identificato anche grazie alla presenza di sensori e display, necessari per poter interfacciare il sistema nervoso umano con queste scintille di intelligenza sparse negli oggetti, nel dominio della teleoperatività e dell'immateriale.
Se pensate all'interfaccia di un'automobile, i pedali e il volante e il cambio non stanno per le funzioni che svolgono, sono essi stessi parti del meccanismo. Premere il pedale della frizione vuol dire azionare un sistema di leveraggio, ma siamo sempre fisicamente connessi con la frizione vera e propria. L'indicatore della benzina è fisicamente connesso al galleggiante nel serbatorio, e questo fa di lui un indice. Potrebbe non esserci nessun codice, in quanto segnale potrebbe semplicemente mostrare una correlazione tra la lancetta e uno stato del mondo (del serbatoio). Poi le macchine son diventate elettroniche, e tra i sensori e i display e la nostra interazioni si sono intromesse centraline e processori e codici, quindi oggi se guardo l'indicatore della benzina non vedo "direttamente" il comportamento il galleggiante, ma un sua rappresentazione, un segno.
Gli oggetti moderni hanno display e sensori, per maneggiare ciò che non posso né vedere né toccare.
Però ultimamente i telefonini hanno un bel display. Su cellulari di fascia media si possono vedere i film, almeno ragionando in maniera dignitosa di punti per pollice, e sempre più offrono schermi sensibili al tocco che porta la qualità dell'interazione su altre strade prima impensabili di user-experience. Migliorano le interfacce, migliora la connettività, i telefoni diventeranno una via règia per accedere ai sogni della Rete.
Ma guardiamola dal punto di vista della Nuvola, che si vede nutrita da milioni di point-of-presence, come tentacoli che brancolano nel buio, come i ragnetti che cercano TomCruise nascosto nella vasca da bagno con il ghiaccio, quegli stessi telefonetti che abbiamo in tasca, oggetti da visualizzare come sensori calati nella realtà fisica, porte di passaggio, da cui noi già comunichiamo molto, la nostra posizione in GPS o triangolata nelle celle, quindi i nostri movimenti come flusso sui territori, il nostro usare questi terminali per immettere informazioni come testo e foto, per comunicare.
E bello sarebbe se questi telefoni possedessero più sensori dell'ambiente: ad esempio potrebbero essere attrezzati per fare rilevazioni sull'inquinamento atmosferico, e potremmo avere delle mappe in tempo reale su un pagina web con tutti i dati ben visualizzati e geotaggati, e via a incrociare i dati.
I cellulari stanno agli umani come gli RFID (arfidi, o meglio àrfidi) stanno agli oggetti. Per descriverci, usano musica e fotografie e contatti relazionali, a cui oggi si aggiungono gli applicativi web installati, le reti sociali frequentate nel mondo digitale ovvero la nostra identità digitale. Sono sempre con noi, e danno informazioni su di noi (la cui portata dovremmo poter controllare) e ora diventano gli strumenti migliori per avere sensori del contesto.

In realtà, bisognerebbe che i telefonini parlassero molto, lasciassero tracce e informazioni su di sé, sul proprio uso, sul proprietario, senza rivelarne l'identità. Correlazioni statistiche a bizzeffe. Mappa dinamica dell'umore di una nazione, secondo certi aspetti e capacità.

Tutto ciò è partito da un articolo di PuttingPeopleFirst, poi ho visto Sterling che parla di telefonini qui, qui su mobileactive si studiano le "dynamics of the role of mobile phones in enhancing access to and creating information and citizen-produced media", gli usi attuali e possibili per promuovere citizen media - c'è anche un simpatico pdf da scaricare A Mobile Voice: The Use of Mobile Phones in Citizen Media, per finire con Nokia che parla di sensori.

Scrivendo questo post, mi è venuto in mente che si potrebbe mettere su un sito una mappa mondiale capace di render conto delle suonerie che usiamo sui nostri cellulari. Ovviamente bisognerebbe che i nostri cellulari, in forma anonima, spedissero la suoneria che usiamo per le chiamate e per i messaggi ad un sito, e avremmo su uno schermo una rappresentazione del paesaggio sonoro, geotaggato. Monitorare i cambiamenti d'umore. Quanto variano nel corso dell'anno i ritmi che usiamo, che bpm abbiamo oggi di media a Udine, e quanto era lo scorso weekend conforntato con ferragosto? Qual è la colonna sonora di un centro commerciale o di una scuola?

10 gennaio 2009

Dove si va?


FaceBook è pericoloso, perché al suo interno si fa tutto, ma poi lui non comunica con l'esterno ed è pur sempre cosa privata e commerciale. Lì dentro sì, le mie parole non mi appartengono più, un po' perché il contesto in cui cadono le stravolge, un po' perché non ne dispongo più, se vogliono me le portano via.
E la gente che dentro fb ci lavora, cioè lo usa come spazio professionale, di che tipo può essere? Potrebbe trattarsi di un vecchio internettaro che ha già i suoi canali professionali (lavora con GDocs, Ning, blog, lifestreamer, mailgruppi, pagine wiki proprie, ambienti Moodle, piattaforme video tipo Mogulus o UStream, ed è capace di radunare tutto il flusso in qualche luogo identitariamente connotato) il quale scopre che gli piace facebook e quindi decide di fare tutto là dentro, oppure non gli piace e quindi continua le sue attività fuori e usa la community incriminata solo come piazza di risonanza.
Se invece è uno appena arrivato in Rete, facile che trovi fb perfetto per fare tutto, così ogni cosa che deve pubblicare la pubblica là. Poi magara impara a usare meglio la Rete.

Se qualche collega decide di usare professionalmente faceBook, anche io mi trovo a frequentare maggiormente l'ambientino. E non so se vorrei.
Se voglio andare in biblioteca, mi scoccia l'atmosfera da bar. Né d'altronde mi piace andare in un bar a fare cose da biblioteca. Poi gli stessi che vedo al bar sono gli stessi della biblioteca, ma non parlo di lavoro al bar, né a riunione sono solito aprir parentesi sui film preferiti o la giusta procedura per un martini cocktail.

Posso capire che tutta questa complessità di web (e siamo agli inizi dell'Era Digitale, neh) crei confusione, e quindi molto meglio sarebbe fare tutto dentro lo stesso contenitore, ma dobbiamo per forza farlo su Facebook?
Credo che quello che le persone vogliono dire in piazza appartenga alla comunità. Quello che vogliamo mostrare, delle nostre identità digitali, deve appartenere a tutti, e da tutti essere riconosciuto nella sua origine. Devo poter esercitare controllo sui miei dati personali, devo poter controllare le mie affiliazioni o partecipazioni (quello che faccio, quelli che frequento mi connotano nella mia identità pubblica), devo poter stabilire in che modo vanno propagate informazioni su di me e sulle mie pubblicazioni professionali o ludiche. Ma appartengono a tutti, è il dono che faccio alla mia collettività di appartenenza o ai miei gruppi di frequentazione, con la partecipazione attiva; non possono appartenere a qualcuno soltanto, nessuno può essere padrone delle nostre conversazioni, della nostra socialità. Qui nascono le idee e le opinioni e le relazioni, qui si costruisce il domani.

Se verrà confermata questa spinta alla socialità, alla convivialità che questi Luoghi web fanno emergere a quanto pare come caratteristica umana (che ci sia sotto più un problema di riconoscimento sociale e quindi autostima, oppure la vedete come mossa difensiva ad una profonda angoscia di separazione? esseri umani, animali sociali), nel futuro siamo destinati ad abitare via via i prossimi social network che verranno inventati, ciascuno di essi con qualche nuova idea socialutility capace di renderlo accattivante e magari leader del settore, e ci comporteremo come nomadi che a milioni si spostano da un ambiente all'altro, magari perdendo tutto quello che lasciamo indietro sulla vecchia comunità digitale, milioni di foto e video e parole originali? Assurdo.

Certo, bisognerebbe che qualche commissione europea dicesse: "Ecco qui un people aggregator, un software opensource per fare socialweb con tutte le funzioni di fb e tutto: ciascuno Stato provveda per legge a installarlo e mantenerlo, e tutti i cittadini usino questi Luoghi pubblici per fare socialità esattamente come fanno in facebook". Poi tutti gli opensocial su scala comprensoriale, regionale, nazionale, continentale sarebbero trasparenti gli uni agli altri, e la mia identità digitale sarebbe identica su ogni gradino della scala. Complicatuccio.
Più semplice sarebbe obbligare tutte le piattaforme social (avverranno fenomeni di ri-stratificazione, dopo lifestreamer e communityglobali: dopo questo rimescolamento-adeguamento alle nuove abitudini osserveremo un riadagiarsi delle nicchie di frequentazione nelle reti di interesse personale) a rendere esportabili i dati, tutti, che immettiamo. Sarebbe quindi da rendere tutto il web trasparente, ma questa cosa neppure mi piace. A me però interessa che siano pubbliche le piazze, e libero ciò che in esse viene detto. Perché se vado in piazza, SO che sto andando in piazza. Se mi trovo in salotto piuttosto che in piazza, sono diversamente attento alle mie parole. Per dire, la legge distinguerebbe tra frasi ingiuriose pronunciate in pubblico o in privato, perché presuppone che il parlante sia in grado di rendersi conto della differenza. Molti per esempio non si rendono conto di star parlando in pubblico, sui network. Ma stiamo parlando sempre di pubblico e privato, di come le TIC modifichino la soglia, tra uno che parla al telefonino in mezzo al bar e l'altro che pubblica foto compromettenti di sé online. L'importante sarebbe come al solito provvedere educazione sufficiente a far sì che le persone siano consapevoli del destino delle loro parole, se pronunciate in piazza oppure nel salotto di qualcuno: nel primo caso dovrei poter contare su autenticità e referenzialità della fonte (so chi ha detto cosa e quando), sul controllo intersoggettivo, su tracciabilità del flusso, su identità digitali stabili di legittimi cittadini, nel secondo caso devo essere consapevole che della mia identità e delle mie parole il padrone del salotto con la festicciola può fare ciò che vuole (e allora forse sarebbe giusto negargli la presa certa sulla mia identità, e permettere nomi fantasia o anonimato).
Perché il fatto che discussioni importanti, affermazioni etiche di sé o ping-pong intellettuale con gli altri non siano rintracciabili dai motori di ricerca e possano essere cancellate, non è tollerabile. E' stupido, se visto nella prospettiva di una specie in evoluzione, inventare finalmente un supporto dello scibile capace di diventare memoria dell'Umanità (in modo migliore che le mnemotecniche o la carta) su scala planetaria, capace di permettere la partecipazione di tutti in Luoghi antropici relazionali, per poi chiudere la socialità in un unico luogo senza finestre, con padroni di casa di pessima reputazione.

Bene. Non immetterò contenuto originale in FaceBook, fino a quando non sarà possibile esportare tutto e mantenere il controllo sul proprio essere e sul proprio dire.

09 gennaio 2009

Dell'apparire

In Friuli la Questura ha proibito il gioco Texas Hold'em, il poker sportivo, che poi col poker classico c'entra ben poco. Non sono un giocatore, ho provato a capire qualcosa a casa di amici, è pure divertente. Per dire, avete visto gli spot in tv, no? Giocare online è legale, in giro lo vediamo nei circoli e nelle ludoteche, ma in Friuli no, vorrete mica che i friulani si divertano? I friulani devono lavorare, poffarbacco. Poi bevono prima di cena quei sei tagli di rosso o quella riga di americani di fuoco che in un friulano provocano al massimo uno 0,00002 di risultato al palloncino, vanno a casa e dormono. Tanto, i locali in centro li stanno chiudendo, la vita culturale gigioneggia, ci son ragazzi che inventano belle cose musicali o visual e nessuno se li fila, se proprio vuoi ti vesti bene e vai nei locali quelli fatti dentro i capannoni delle statali, col prosecco e la coca e le troie, come dappertutto. Ma che dico: prendi la macchina, fai 35km e vai in Slovenia, e allora gioco d'azzardo e troie le trovi sull'elenco telefonico, per le paste e la coca chiedere di Gianfranco, come dappertutto.
Dura la vita per un barista creativo, qui. Se vuoi fare un ambiente lapdance, ti lasciano aprire solo vicino le fabbriche di sedie, a Manzano (poi ultimamente gli operai sono musulmani, guarda un po', e i posti falliscono perché questa è gente seria che va a casa di sera). Nightclub rarissimi. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta nella bassafriulana, diciamo un rettangolo di 50km per 30, non c'è stato un solo cinema porno o sexy shop o locale trasgressivo, la qual cosa ha fatto sì che per decenni il nome del paese veneto di Lugugnana, millecinquecento anime appena al di là del Tagliamento, fosse pronunciato con circospezione e senso del peccato (sì, la DC controllava tutto) da almeno due generazioni di giovinastri che colà si recavano per trovare contemporaneamente sesso e rock'n'roll, perché là si potevano trovare in mezzo ai campi sia il sexyshop sia il cinema porno sia la discoteca trasgressiva. A Udine non c'è un posto serio per far suonare gente su un palco, con cinquanta persone di pubblico. Quando si trova il posto giusto, licenze e balzelli e vicinato fa chiudere tutto in poco tempo.
Che poi a Udine siamo un popolo della notte composto da poche centinaia di persone, se c'è un solo locale è chiaro che si va tutti lì e poi c'è casino. Se ce ne fossero di più, la gente sarebbe più sparsa, e quindi meno casino. La gente deve star tranquilla, suvvia. E se venite a Udine e vedete decine di ragazzi che bevono all'aperto di notte fuori dai bar con -3°, sappiate che quello non è un segno della amena vita cittadina, quella è TUTTA la vita cittadina.

Per il resto tuttapposhto, evviva il 2009.
Verso Natale Antonio Sofi mi ha intervistato via skype per Quinta di Copertina su Apogeonline, mi ascoltate di là mentre parliamo liberamente di dinamiche sociali dentro i social network, tecnologie traccianti e facebook.

Il 18 gennaio sarò a un convegno a Milano, Il futuro non è più quello di una volta. Ma ne parlo meglio nei prossimi giorni.


Qui sopra, la piana di Luni, guardando verso nord-ovest. Dietro la montagna c'è Portovenere, a destra Sarzana.