21 maggio 2013

Where the action is


Tutto è social. I social sono dentro le organizzazioni, e già dieci anni di storia di ambienti di apprendimento o di condivisione o di partecipazione civica ci insegnano che le cose non vanno avanti da sole, semplicemente. Come lo zucchero nel caffè, se lo mescoli riesci ad addolcire la bevanda prima che si raffreddi. Poi è meglio usare lo zucchero in polvere, piuttosto che buttare dentro la tazza una zolletta, questione di intimo contatto. Insomma, ragionare e lavorare sulla relazione. Dalla quale nasce poi una eventuale collaborazione, anche se in questo caso devo provocare una reazione, e quindi un catalizzatore come un enzima aiuterebbe, vedi i recenti ragionamenti su motivazione empowerment gamification e amenità simili.

Insomma, alla base c'è un atteggiamento, di quelli che si trovano nel calderone della socialità digitale, e da parte di quelli che per lavoro devono indurre partecipazione in questi contenitori di socialità ludica o professionale. Un atteggiamento che troppo spesso latita. Perché appunto si pensa che lo zucchero faccia tutto da solo, non serve mescolare: butti dieci o un milione di persone dentro un social, e si accende la scintilla da sola, forse è sufficiente mescolare un po', come quando i community manager imparaticci fomentano delle ahimé provocazioni trollanti per muovere la conversazione. Si attende qualcosa, ma si aspetta invano, le curve di partecipazione parlano chiaro: fiammata iniziale, tre o quattro filoni thread che prendono piede, poi tutto si spegne. Su LinedIn, a esempio notavo come i gruppi vivono intensamente per poco tempo, poi la cosa che accade è che le persone - in particolare quelle più attive e parolaie, espressive, critiche, proponenti - migrano verso altri gruppi. Oppure nascono gruppi da singole conversazioni originarie, quello che chiamo scavare la nicchia.

1 - 9 - 90, ricordate? Qui wikipedia. E come fare per portare le persone a coinvolgersi, a partecipare? Non certo aspettandosi che accada qualcosa. Forse meglio sarebbe promuovere una interazione e una conseguente collaborazione tra i partecipanti basata sull'affrontare tematiche specifiche, delimitate. Occorre poi che un facilitatore con una visione più ampia o multidisciplinari riesca a approntare un piano generale di intervento, modulare, dove le singole iniziative e soluzioni raccolte in crowdsourcing possano amalgamarsi in un percorso strutturto e sensato. Se la comunità è orientata a un obiettivo, va stabilita una strategia. La comprensione delle singole tessere e del puzzle tutto dona motivazione ai partecipanti, le quali saranno attratte naturalmente a intervenire. Occorre un senso di comunità, occorre una organizzazione chiara, occorre una propedeuticità degli obiettivi da proporre nel tempo, assecondando lo sviluppo della community.

19 maggio 2013

Watchdog

Questo è il primo giro di politici che seguiamo su Facebook e Twitter, ognuno di noi ormai ha elaborato (o ne è schiavo) uno stile dell'abitare connesso, tenere una postura è faticoso, molti pagheran qualcuno per fare personal brand curation, per offrire un lifestreaming coerente e pulitino, forse no, quando torneremo a votare avremo dei politici un'idea del tutto nuova.

10 maggio 2013

Ibis redibis non morieris in social bello (virgole a piacere)

Ma finalmente. Anni che ne parlo, di questa questione cruciale del cosa farne dei nostri profili social dopo la ops dipartita terrena. Moriamo, talvolta, lo sappiamo. Dentro i videogame quelli seri, sulle bacheche di annunci mortuari online (moltissime), nei social. E allora? Ecco Google che accorre in nostro aiuto: https://www.google.com/settings/u/0/account/inactive

Diventerà importantissimo, credetemi. Qui un articoletto di Rep http://www.repubblica.it/tecnologia/social/2013/04/12/news/google_testamento_account-56508457/

27 marzo 2013

OMG, lo streaming, che schifo

Vedo un po' di gente (Orson, Amenduni, Costa, Cocconi) che si scaglia contro lo streaming dal Parlamento, e citano Barthes (linkando la pagina di wikipedia, poi) per la differenza tra erotismo e pornografia, e Goffman per i ruoli, e quell'altro per la disquisizione su cosa sia trasparenza, e la donna è più sensuale quando lingerie che quando è nuda.
E cosa volete fare, tornare indietro? Protocollare la mail di carta dall'usciere, prelevare i soldi solo in banca? Pagare un regista perché organizzi i flussi di trasmissione campo e controcampo e grammatiche varie? E' così, punto. Oppure il Parlamento redige il Protocollo delle trasmissioni in streaming, questo sì e questo no. Perché è il Parlamento quello di cui stiamo parlando, e a me va benissimo che tutto lì sia completamente trasparente, ogni incontro ufficiale di commissioni e camere e mandati esplorativi.
Perché la trasparenza non è pornografia, non è oscena, non è ob-scena. C'è il senso del racconto, c'è la scenografia, c'è il contesto narrativo. Dentro la Rete, dentro nuove pratiche tecnosociali mediatiche, dentro nuovi modi di leggere la realtà. Solo che si tratta di cose mai viste prima dalla specie umana, e sta a voi rinnovare le vostre categorie estetiche, prime di definire oscena una rappresentazione che non sapete mettere in scena nemmeno come spettatori. Gente pagata per interpretare la realtà, che non è in grado di decodificare i contesti mediatici attraverso cui la realtà giunge a noi. Meraviglia.

14 marzo 2013

Anni, mi sfiorano guardandoti

Nel 2004 a un convegno a Cagliari, prima dei social, parlavo di socialità in rete, ambienti, media education, affettività. Che tenerezza.



04 marzo 2013

Prevedere il mondo

Nel 2008 scrivevo su questo blog una cosa intitolata alla Petabyte Age, seguendo le suggestioni di un articolo alquanto provocatorio di Chris Anderson: qui il link.

Là si trattava di riformulare l'epistemologia della scienza, perché nell'epoca odierna dei Big Data e delle capacità computazionali e algoritmiche il procedimento mentale e operativo del descrivere il mondo e prevedere le conseguenze delle modificazioni (roba di scienza, sì) è profondamente cambiato.
Estremizzando, non è più necessario porre una domanda al mondo e formulare un'ipotesi da falsificare, come il metodo scientifico ci insegna.
Semplicemente processando dati, quantità di dati incomprensibili e non analizzabili da pensiero umano (che non riuscirebbe a cogliere nessuna correlazione significativa in essi) è possibile comprendere azioni del mondo, e prevedere i comportamenti dei sistemi complessi. Complessità e semplicità della teoria esplicativa, oppure eleganza, di questo stiamo parlando.

E oggi il discorso torna fuori, trasportato sul piano della ricerca linguistica, nella contrapposizione teorica tra Norvig e Chomsky, per come appare in questo articolo qui pubblicato su Tor.com.

Se parlassimo di fisica classica come qualche secolo fa, oggi Keplero non avrebbe bisogno di porsi il problema dell'orbita dei pianeti, per confutare la loro perfetta circolarità biblica e ipotizzare la forma ellittica: sarebbe sufficiente chiedere a Google le coordinate delle singole posizioni dei pianeti attimo per attimo, e l'ipotesi ellittica emergerebbe semplicemente, come dato della realtà, includendo la prevedibilità dell'evoluzione del sistema.
E se parliamo di grammatiche e di linguaggi, non è più necessario come fece Chomsky cinquant'anni fa ipotizzare strutture generative profonde della mente umana già grammaticalmente orientate, per prevedere quali parole possono occorrere in una frase ancora da pronunciare. Per ogni sequenza di parole, posso statisticamente estrapolare da Internet la parola da aggiungere alla serie, la parola grammaticalmente adeguata, senza conoscere le regole della grammatica, senza possedere preventivamente una teoria riguardo il funzionamento del linguaggio e il significato stesso delle parole che sto utilizzando. L'approccio "Google" non è quello di sviluppare una comprensione più sofisticata del linguaggio, ma quello di raccogliere più dati sul suo funzionamento concreto (quello che si dice e si scrive nel mondo, ora in questo momento) per costruire database migliori, che garantiscano una maggiore predittività.
E' il sistema che usano i traduttori automatici, i dispositivi di intelligenza artificiale attuali, che si concentrano sugli algoritmi di ricerca e non sulla comprensione delle grammatiche profonde del linguaggio naturale (che non essendo appunto un linguaggio formale, è in sé contradditorio, non sistematizzabile né descrivibile stando all'interno dello stesso. E uscire dal linguaggio per parlare del linguaggio è epistemologia squisita).

E' necessaria la comprensione umana per stabilire la prevedibilità di un fenomeno? Se la risposta è no, allora la figura dello scienziato va profondamente rivista.






25 febbraio 2013

Smart-city = decrescita


Unisco due passioni, diciamo così.
Ovviamente la smartcity è da interpretare come relazione tra città e collettività che la abita, nelle sue competenze e conoscenze. Con il solito parallelo tra hardware (gli edifici, le piazze, la sensoristica, la fibra ottica, il wifi) e i comportamenti umani software (i flussi di merci persone e informazione, l'abitare i media e i linguaggi, l'esercitare cittadinanza attiva) è da porre l'attenzione alla relazione tra gli elementi, oltre all'analisi degli elementi. Come un buon informatico, che è tale quando pone l'attenzione tra risorse e programma, e quindi progetta. Come un antropologo, peraltro, come uno psicologo post cognitivista, come un linguista post strutturalista, come tutta l'intelligenza dei pensatori bravi della seconda metà del '900 ci ha insegnato. Porre l'attenzione alla relazione, e quindi al contesto. Quel qui e ora dove avviene pragmaticamente la comunicazione, con i suoi impliciti e i suoi non detti. Gli automatismi, le abitudini.
E un'abitudine da spezzare è quella della pessima aura che la parola decrescita si porta dietro, come diminuzione, povertà, riduzione, de- qualcosa.
Meglio morigeratezza, sobrietà, o comunque ottimizzazione delle risorse e dei processi per sfruttare le risorse stesse, la qual cosa è proprio la linea d'intenti di una decrescita correttamente intesa. Tramite strumenti come filiere corte, distretti di economia solidale, incontro locale domanda e offerta, democrazia di prossimità. 
Non pensate al perché, pensate al come. Siate un po' tecnologi, visto che viviamo in ambienti tecnologici da almeno due milioni di anni, e non eravamo nemmeno uomini quando addomesticavamo il fuoco.
E qui parlo di sistemi, metodologie, meccanismi per gestire la complessità dei luoghi in cui abitiamo ora.
Luoghi che noi stessi abbiamo inventato, il paesaggio è un oggetto tecnologico tanto quanto un prosciutto o un sistema elettorale, e quindi si tratta di cose che abbiamo progettato e realizzato e via via migliorato nel tempo, migliorandone la tecnologia.
La smart-city (o porzioni di territorio anche miste rurali, non solo metropolitane: la connettività è indifferente alla geografia) è social, e la collettività è il motore e il destinatario, la qualità del vivere da perseguire. Si tratta di ambienti economici basati su relazioni umane, e la città connessa è il sistema operativo del funzionamento. E' anche il luogo della coscienza collettiva, della pubblica opinione, della formazione delle identità, della loro negoziazione e patteggiamento in termini interpersonali e gruppali, è il posto dove gli accadimenti diventano fatti storici.
Ecco perché ottimizzare la smartcity è qualcosa che va in direzione della decrescita, perché ottimizza sistemi produttivi e distributivi di beni e servizi, perché incrementa e moltiplica la partecipazione della collettività alla vita pubblica, decrescendo da un sistema (meccanismo) di rappresentatività politica e gestione amministrativa del territorio molto verticale, roccioso, gerarchico, fortemente strutturato, a modalità più liquide, orizzontali, partecipative.
Non abbiamo ancora una grammatica ben fondata per padroneggiare i nuovi linguaggi della partecipazione permessi dalle nuove tecnologie di connettività, non sappiamo parlare bene e ci stiamo inventando le parole più adeguate a denotare i fatti del mondo, ma d'altronde sette anni fa non c'era neanche Facebook, e non sapevamo nulla, solo vagheggiavamo possibilità. Siamo nella culla, as usual.

Credo anche che possedere molti dati su quanto avviene sui territori geografici, a vari livelli di pertinenza (iperlocale, comunale, regionale, etc.), sui flussi di persone beni e informazioni, sia fondamentale e necessario per poter analizzare dinamiche abitative e progettare migliorìe. Open data ovunque, di ogni tipo, dati crudi e già rielaborati, sintesi e spaccati, tutti devono pubblicare tutto, per trasparenza, per contribuire a rendere di migliore qualità l'abitare.

voglio sapere TUTTO. Disaggregate i dati, fate quello che volete. Propongo tra l'altro la distinzione tra dati caldi (sensibili) e freddi (quelli insensibili ehehehe). Voglio sia possibile sapere tutto di un'area geografica. Voglio sapere cosa facciamo come collettività MENTRE viviamo, voglio saper CHI SIAMO. E quindi capir come ottimizzare i nostri comportamenti, uscire da nevrosi di massa, coltivare la nostra personalità, rifinire il nostro stile dell'abitare come muffa su questo pianetucolo, voglio un'identità.

Questo era un mio commento su FB, dentro una discussione un po' bislacca e quindi piuttosto libera su una correlazione tra fasi lunari e reati o comportamenti "devianti", un mio vecchio pallino, che mi ha portato a scrivere il presente post.

11 febbraio 2013

#papa is the new #papa

Metti che il papa si dimette o abdica o quel che è, partono immediatamente, anzi mediaticamente, centinaia migliaia di commenti.
I battutari sono meravigliosi, l'italia è piena di gente di spirito, twitter farebbe la felicità dei ghistwriter dei personaggi televisivi e dei baracconi della risata, facebook con più lentezza sta arrivando, migliaia di persone che si arrovellano per trovare il gioco di parole giusto. Meraviglia. Crowdsourcing del commento di cronaca in tempo reale.
Secondo me l'ANSA dovrebbe contestualmente alla prima notizia dell'evento proporre l'hashtag giusto, sennò certe perle si perdono.
Poi ci sono i commentatori seriosi, i link alla storia del personaggio, gli approfondimenti di diritto canonico, i latinisti sguinzagliati, i facili collegamenti con la situazione politica, il mondo del lavoro, eccetera.
E questo varrà per tutti i prossimi eventi del pianeta, per i prossimi decenni. Vado a leggere un libro.

08 febbraio 2013

Propaggini incongruenti

Chissà, credo di averne parlato anni fa qui o su altri blog dove scrivo.
Una distinzione tra diverse posture mentali, relativa all'educazione, allo Stato, all'etica, ai comportamenti.
Puoi educare con il senso di colpa, come noi latini, oppure utilizzando la vergogna. 
Il primo è un fatto privato, intimo, e richiede un confessionale (cultura cattolica), il secondo è un fatto sociale, non ci si può vergognare da soli, e sociale è anche l'espiazione del "peccato" (orrenda parola), dell'errore commesso. Morale vs. etica.
Nel nord europa vige la disseminazione di un'etica della responsabilità, ovvero si fa in modo che gli individui diventino con l'educazione consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, qui da noi si pone un limite, perché lo Stato è una mamma italiana che ti dice di non fare quella cosa e poi quando tu adolescente ribelle la fai lo stesso la mamma sotto sotto è compiaciuta dell'intraprendenza del figlio, un rabbuffo sorridendo e via, è uno scugnizzo taaaanto simpatico. Incongruenza tra le parole severe e i gesti affettuosi, e quale vuoi che sia il messaggio che passa ai giovani, sul piano educativo? Di fare le cose, soprattutto senza pensare alle conseguenze.
Quindi al nord le autostrade tendenzialmente non hanno limite di velocità massima, da noi sì. E poi nella pratica (fino al tutor, che ha modificato i comportamenti, ovvero con politiche sanzionatorie e non educative) tutti andavano lo stesso a 170 km/h.

E' proprio una forma mentis, sia chiaro. Della collettività, dell'epoca storica, delle istituzioni. Lo Stato mammone che deve pensare maternalisticamente ai noi poveri adolescenti ribelli, e pone dei limiti per il nostro bene, senza responsabilizzarci, senza fornirci strumenti concettuali metacognitivi che ci rendano in grado di giudicare noi stessi e i nostri comportamenti, rispetto alla socialità, all'etica. Non cresciamo mai, restiamo impaludati nell'osservanza bigotta della regola e l'anelito alla ribellione fine a sé stessa.

Come nota giustamente Mantellini, anche l'ultimo bisticcio sull'app di SWG e il parere dell'AGCom di cui parlavo qui risente di questa postura mentale novecentesca (secolare, direi io, e andrei tanto indietro) dello Stato-Mamma. 
Ma fino a ieri le modalità di funzionamento della società (i processi di formulazione di leggi, i meccanismi della loro applicabilità, la creazione e diffusione di opinione pubblica, i flussi informativi, i percorsi praticabili di partecipazione civica, etc.) erano broadcast, e se spengo un ripetitore su una montagna lascio all'oscuro tutta una valle. Oggi abitiamo in Rete, se non passo per lì arrivo all'informazione da un'altra parte, da un altro nodo, da un altro server, da un'altra persona. E non funziona più.

La par condicio è figlia di un concetto di democrazia non matura che nella seconda metà del secolo scorso ha dominato il pensiero del legislatore: una elite illuminata (o presunta tale) che segnava nella notte il sentiero al popolo verso il buono ed il giusto; una forma di intrusione gentile nelle vite dei cittadini che l’etica cattolica ha molto favorito.

(nella foto, mio padre che fa un backup su carta. Dentro il suo universo di discorso, ha ragione)


07 febbraio 2013

Orchestrina del Titanic

SWG aveva ottenuto un via libera dall'AGCom per commercializzare una app riguardo i sondaggi pre-elettorali, anche durante il silenzio mediatico dei 15 giorni. La vende a 9.90€, è tra le più scaricate, quindi parliamo di migliaia o decine di migliaia di persone. Poi la marcia indietro, perché dice AGCom (e qui mi vien da ridere) "l’applicazione, nei termini in cui viene pubblicizzata, rende accessibile – previo il pagamento di un prezzo contenuto – il risultato dei sondaggi ad un pubblico potenzialmente molto vasto, con inevitabili effetti di diffusione incontrollata dell’informazione". 
Poi ci sono anche altri che offrono lo stesso servizio, a quanto pare al riparo per il fatto di vendere l'app a pochi (seh), come scenaripolitici.com.
Come dire: finché lo venite a sapere voi che siete quattro gatti in un baretto, ok.
Ma quando mi accorgo che siete tanti, blocco tutto. Ah, AGCom, che cornice novecentesca quella dentro cui pensi e emetti sentenze. Quanto non capisci.
Se uno di quelli che compreranno il servizio, da SWG o da altri, mette in giro le informazioni sulle preferenze di voto (rete TOR, modi anonimi, passaparola, o anche smaccatamente) crolla tutto il palco. Cosa vuoi tener nascosto, un segreto di Pulcinella? Siamo in Rete, non siamo mica dentro un sistema dove se fai saltare un traliccio oscuri tutta una regione geografica. Sveglia. Quella legge non sta in piedi. Se si possono fare i sondaggi, si possono pubblicare.

E anche un altro esempio mi viene in mente, per mostrare quanto abitiamo in luoghi nuovi.
Una foto che vedo in internet, su facebook, dove si dice di mettere il proprio IBAN sulla scheda elettorale, se si vuole essere rimborsati dell'IMU. Ovviamente così facendo la si rende nulla. Cos'è questa, una campagna di disinformazione? Perseguibile? Se ho 5000 amici su FB, cos'è questo, un mass-media e quindi mi blocchi l'account? Questo blog?
Non regge. Niente, regge. Verrà giù tutto.




05 febbraio 2013

Programmi elettorali TIC e Agenda digitale

I programmi elettorali su TIC e Agenda digitale di Bersani, Berlusconi, Monti.
O almeno una visione. Intanto li metto qui, adesso li vado a vedere.



da Corriere delle Comunicazioni