Da Flickr
15 maggio 2008
16 aprile 2008
Paleofuturo
Che sogno, vero?, poter essere connessi alle news geotaggate del pianeta in maniera multimediale, con i feed che arrivano per posta pneumatica. Da notare anche il pannello di controllo a sinistra, per selezionare le categorie.

Il movimento inverso, ovvero il bloggare credo fosse fuori dalla pensabilità dell'epoca, o perlomeno il pensiero di poter ciascuno di noi esprimere (liberamente, pubblicamente, globalmente) il proprio punto di vista, stazionava ancora nei regni di una fantasia che nessuno sapeva come tradurre in realtà.
Narrò Giorgio Jannis alle 17:53 0 commenti
15 aprile 2008
No al bollino SIAE
In Italia molti reati previsti dalla legge sul diritto d'autore ruotano intorno al bollino SIAE (come elemento costitutivo e fondamentale); essendo quest'ultimo stato dichiarato inopponibile al privato, non è più necessario metterlo sui supporti. Tutta la notizia su PuntoInformatico, da GuidoScorza e da Quintarelli.
Anzi, proprio nel blog di Quintarelli viene riportata la conclusione di DanieleMinotti, che incollo qui:
"Il contrassegno SIAE su supporti audiovisivi, software e banche dati già per effetto della sentenza di Lussemburgo non è obbligatorio. Chi vi chiede di apporlo, a pagamento, vi imbroglia, vi ruba i soldi."Vediamo di essere ottimisti.
Narrò Giorgio Jannis alle 13:18 0 commenti
7 aprile 2008
Cultura Tecnoterritoriale su Apogeonline
Su Apogeo trovate un mio articolo, tutto dedicato alla Cultura Tecnoterritoriale e all'Abitanza digitale.
...
Ok, lo incollo qui.
Per una cultura tecnoterritoriale
Abitiamo territori biodigitali, costruiamo oggetti sociali, progettiamo sistemi complessi, espandiamo reti relazionali, popoliamo paesaggi mediatici, agiamo sul futuro. Ma le grammatiche con cui impariamo a leggere il mondo sono datate e non ci aiutano a interpretare.
Nei primi anni Settanta, quando con il microprocessore e il DNA ricombinante s'inventava la modernità post-industriale caratterizzata dall'operatività tecnologica nel dominio del microscopico, vanno rintracciate le avvisaglie dell'epoca di cambiamento che gli Esseri Umani stanno ora attraversando. Da allora, le applicazioni concrete delle innovazioni tecnologiche che arredano la nostra quotidianità hanno trasformato radicalmente gli ambienti di vita e le forme della socialità delle collettività benestanti, introducendo necessariamente al contempo nuovi schemi di pensiero e nuove assiologie di valori: come si suol dire, negli ultimi venticinque anni dello scorso secolo il mondo è cambiato tanto quanto nei due secoli precedenti.
Dalla consapevolezza che una modificazione così profonda degli habitat umani non può rimanere esterna agli individui e alle collettività (vedi Longo, Homo technologicus), ma anzi innesca quei comportamenti sociali concreti da cui poi le persone e i gruppi traggono senso di identità e di appartenenza ai Luoghi, sorgono alcuni interrogativi relativi alle modalità stesse con cui “leggiamo” queste trasformazioni del nostro abitare i territori biodigitali, domande che dovrebbero innanzitutto riguardare riflessivamente proprio la nostra stessa capacità di interpretare la realtà in rapido mutamento. Sappiamo leggere e interpretare? Ovvero abbiamo con noi delle grammatiche aggiornate per decodificare senza troppe scommesse epistemologiche il funzionamento dei nostri ambienti di vita, per poter poi meglio decidere tutti insieme sulla qualità e sul significato della parola “ben-stare”? Stiamo indossando il giusto paio di occhiali? O, prima ancora, sappiamo di indossare un paio di occhiali, quando guardiamo le nostre città, i territori degli insediamenti umani? Se siamo stati culturalmente formati – poco - a cogliere le macro-entità del mondo industriale (ciminiere, capannoni, ipermercati, dighe), siamo oggi in grado di cogliere i segni di una modernità post-industriale fatta di manufatti miniaturizzati oppure totalmente immateriali come nelle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione?
Rimane fermo il fatto che una comprensione del nostro Abitare i territori fisici o digitali in termini di Cultura TecnoTerritoriale potrebbe esserci d'aiuto nella costruzione di modelli interpretativi adeguati alla complessità delle dinamiche sociali in atto, perché i valori propri della Cultura Tecnologica – la consapevolezza di agire sul futuro, la capacità di una progettazione sistemica e contestuale, la necessità di concepire comunque reti per la distribuzione di materia, energia e informazione – permettono di leggere il territorio e i flussi antropici con l'ausilio di grammatiche potenziate e affinate da nuovi sistemi di significazione, in grado di rendere percepibili i flussi fisici delle collettività, le reti relazionali e i processi comunicativi delle rappresentazioni culturali nei paesaggi mediatici.
La consapevolezza dell'abitare in un luogo biodigitale per me è arrivata appunto riflettendo, grazie a buoni libri e a insperati incontri, sulle caratteristiche ormai intimamente tecnologiche dei territori fisici degli insediamenti umani. Sappiamo come in ogni tempo e a ogni latitudine (vedi Righetto, La scimmia aggiunta) gli esseri umani vincano il confronto con la selezione naturale per il semplice fatto di possedere tecnologie dell'intelligenza e strumentali (arnesi, protesi) con cui poter modificare la propria relazione in quanto collettività con l'ambiente che li accoglie, in un dialogo continuo intessuto da parole come "utilizzo delle risorse naturali", "produzione e distribuzione", oppure in generale da concetti come materia, energia ed informazione ed il loro vario combinarsi nei manufatti.
Essere un po' tecnologi e saper leggere il territorio dovrebbe essere una competenza diffusa, visto che noi tutti cresciamo e abitiamo in mondi tecnologici (e tutto questo va oggi moltiplicato per il nostro essere always on, permanentemente connessi). Provate a guardarvi attorno in questo preciso istante: vedrete delle cose costruite, perché noi viviamo in un Ambiente Costruito. Anche se andate in giardino o in campagna, vedrete cose frutto della tecnologia, come piante magari non autoctone geneticamente modificate da secoli di sapienti incroci, oppure in cucina vedrete Oggetti tecnologici come il prosciutto oppure la mozzarella. A pensarci bene, il Paesaggio tutto è il più grande Oggetto tecnologico prodotto dagli Esseri Umani, dove reti di ogni sorta (strade, cavi, fibreottiche, onderadio, condotte, ferrovie) tengono insieme dei Luoghi di produzione e di trasformazione, Luoghi di Abitanza dove vengono manipolate materie prime, oppure l'energia, oppure le informazioni, come nelle botteghe rinascimentali oppure nell'Ufficio dei Servizi Sociali del vostro Comune o in una redazione giornalistica, normali ambienti di vita dove i flussi di relazione e di comunicazione tra gli oggetti e le persone andranno a costituire il tessuto della socialità, in fondo anch'essa rappresentabile come reti di reti.
Se un bambino in quarta elementare comprendesse il concetto di interruttore elettrico, potrebbe forse crescendo comprendere meglio, in modo sistemico, il concetto di impianto, e quindi quello di rete energetica territoriale... potrebbe forse rispondere con maggior cognizione di causa a una domanda che gli si porrà nella sua età adulta, per esempio "che cosa modificheresti nell'attuale sistema della viabilità cittadina? dove interverresti per ottimizzare la distribuzione delle risorse ed evitare sprechi e inquinamento?". La scommessa riguarda quindi la possibilità di diffondere, a partire proprio dal sistema educativo di base, quelle competenze grammaticali che permettano di leggere il territorio e le sue conversazioni in modo reticolare e processuale (flussi e relazioni, non strutture), nonché consapevole del carattere costruito degli ambienti di vita, nel convincimento che queste scelte interpretative offrano con maggiore probabilità la possibilità di cogliere le rapide dinamiche sociali di quest'epoca di profonda transizione culturale.
Talvolta, senza calcar troppo la metafora dell'hardware e del software, immagino il territorio come la scheda madre di un computer, dove posso ad esempio trovare componenti dedicate alla gestione dell'energia, oppure interfacce, oppure ancora degli archivi di memoria: quanti gradi di separazione ci sono tra l'ufficio comunale dei Servizi Sociali di cui sopra e l'ufficio del rettore dell'Università? E tra la Centrale Idrica e il rubinetto di casa mia? Quali percorsi uniscono questi Luoghi, come si comportano ad esempio i pacchetti di informazione? E soprattutto, il mio partecipare fisicamente e mediaticamente a questi circuiti di comunicazione e di socialità, a gruppi più o meno strutturati delle collettività dove mi esprimo e da cui traggo beni e servizi, in che modo mi costruisce come cittadino e come abitante immerso consapevolmente in un flusso oggi moltiplicato dalle onorevoli Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione?
Proprio come un informatico porrebbe al centro del suo interesse professionale l'interrelazione tra il software e l'hardware, un urbanista digitale tenta di valutare le possibilità offerte alla socialità dalla presenza di ambienti biodigitali, dovenuovi manufatti e nuovi linguaggi ridisegnano la comunicazione interpersonale e l'immaginario delle collettività abitanti (vedi Sterling, La forma del futuro).
Come Abitante, partecipo a conversazioni, e ne ricavo appartenenza. Promuovo qualità dentro i sistemi attuali, perché mettere pannelli fotovoltaici fa crescere (o meglio, decrescere) il territorio da molti punti di vista, così come realizzare percorsi ciclopedonali per far andare i bambini a scuola migliora tutta la qualità della viabilità cittadina, e gli effetti si sentono sistemicamente fino in periferia. Se poi frequento Luoghi web di abitanza digitale, partecipando a un forum tematico sulla rete Civica oppure pubblicando i miei video sui blog urbani dove si tiene traccia dei ragionamenti partecipativi degli Abitanti rispetto alle problematiche locali, contribuisco senz'altro alla costruzione corale dell'identità della collettività di cui faccio parte.
Un pensiero glocale, principi etici relativi al Ben-Stare sul territorio in modo sostenibile e rispettoso dell'impronta ecologica, una certa capacità di autonarrazione delle collettività (di dar senso a sé stesse, autopoieticamente) portano quindi alla delineazione del concetto di Doppia Abitanza come la capacità di manifestare appartenenza forte sia ai luoghi di ricorrente frequentazione ambientale e sociale, sia ambienti digitali in cui si esplicita una frequentazione per temi e campi di interesse e ricerca della proprio stile abitativo, variamente nomade o stanziale.
L'assimilazione di questo cambiamento paradigmatico capace perfino di ridefinire il sentimento dell'Abitare ci porterà auspicabilmente all'aver cura dei territori biodigitali percepiti come casa, all'arredamento degli spazi della socialità: l'urgenza di cartografare i territori digitali in particolare dovrà intrecciarsi con la consapevolezza di avere a che fare con reti di persone e pratiche sociali che si creano e si disfano continuamente, con flussi di simboli e immagini mediatiche dal valore emergente e folksonomico grazie a cui avviene – spesso in maniera conflittuale, quando il cambiamento porta a rinnovare le metafore e le visioni culturali con cui edifichiamo l'immaginario - l'allestimento degli scenari identitari abitati dagli attori individuali e gruppali di questa modernità.
Narrò Giorgio Jannis alle 19:47 0 commenti
3 aprile 2008
Colpisci più forte
Chiaramente, una volta che la Donzella d'Orleans ha esplicitamente aperto il rubinetto dello sfogo, livore rancore e astio e tutte robe così si riversano fuori (molti scrivono in maniera simile?) e tutto degenera. Ma si vengono a sapere parecchie cosette sul carattere di certe persone, su come funzionano le dinamiche interne dell'organizzazione lavorativa pubblica, si ravana pesantemente nel gossip del Palazzo raggiungendo profondità da decadenza tardoimpero, pasolinianamente.
Chissà come sarà il secondo post, chissà se i giornali locali ne parleranno.
Credo che ne vedremo sempre di più, di luoghi anonimi di sputtanamento o di sfogo, via via che migliaia di persone al giorno capiscono come usare Blogger. Prevedo fiammate colossali, guerre ideologiche, sciacalli e troll.
Sarebbe da aprire subito il blog "La giunta della Provincia è tutta marcia", poi bisogna pensare anche agli Enti locali e picchiare duro contro l'assessore finto povero con il suv (la categoria peggiore), alle parrocchie, all'allenatore dei giovanissimi della squadretta di calcio del quartiere, al supermercato all'angolo ("Ipercoop ladra") e via sputtanando e litigando. Torneranno di moda i nicknames, come nel 1999, davanti a tutto questo anonimato, proprio come la Donzella...
Perché credo che statisticamente tutti quelli che interverranno su questi blog malmostosi futuri non abbiano molta pratica di discussione online, non hanno in vita loro mai litigato sui newsgroup o sui forum, probabilmente mancherà loro una certa sensibilità nella lettura del pensieroscritto degli altri, che li porterà facilmente a radicalizzare le proprie e le altrui opinioni (tipico da batti-e-ribatti) e a non saper più riconoscere una frase ironica, detta per alleggerire la situazione, nemmeno se vicino ci sono le faccette sorridenti e l'indicazione *sto scherzando* scritta per esteso.
Saranno anni di rumorosa gavetta e apprendistato, fino a quando per prove ed errori i molti che ora si riversano in Rete (ma come hanno fatto certi cinquantenni, seppur attenti e svegli, a schivare il web per dieci anni?) non avranno fatto loro o reinventato le competenze dialogiche necessarie per condurre o partecipare ad eventi di websocialità, con lo spirito di quelle netiquette che son vecchie come la rete stessa, e funzionano benissimo.
ps: la segnalazione del blog regionale giunse via Maigret
Narrò Giorgio Jannis alle 18:14 0 commenti
7 marzo 2008
WRU, non ci siamo
Tutto caruccio, angoli stondati, grigi e arancione; due colonne, interattività e navigabilità ok.
Il tutto ottimamente fatto con Joomla.
Però in fondo alla pagine c'è scritto "Copyright © 2008 Web Radio Uniud. Tutti i diritti riservati." e questo mi piace poco o punto.
Tra l'altro, la scritta che proclama il copyright, e fa parte del sito, è anch'essa soggetta al copyright? Ho forse citato ciò che non potevo?
Nella pagina dedicata all'équipe scopro che questa webradio in realtà "è un progetto didattico e di ricerca con proiezione tecnico-pratiche deciso con decreto del Magnifico Rettore", ma assume giuridicamente le forme di una testata giornalistica di quelle vere, regolarmente iscritta al tribunale di Udine con un direttore responsabile, e anche questa cosa mi sembra una contraddizione.
In fondo alla stessa pagina, trovo una deroga al copyright totale che c'è su tutto il sito: infatti le immagini prese da archivi online tipo FreeDigitalPhotos, in seguito editate dalla redazione di WRU, possono essere sì riutilizzate liberamente ma solo in progetti scolastici, e il tutto è scritto in inglese. Mah.
Allora vado a vedere quali trasmissioni sono disponibili: scopro che non esiste la radio in diretta (una verbosa spiegazione retorica racconta che forse non avere la diretta è una virtù, lasciando comunque intendere che in futuro ci sarà) e che fondamentalmente il sito della WebRadio è un archivio di podcast. Personalmente un sito di podcast non lo chiamerei "radio", come Youtube non la chiamo "televisione", ma queste sono paturnie mie.
Tra l'altro le singole trasmissioni registrate non sono tutte disponibili, ma quelle archiviate sono da richiedere spedendo una mail alla redazione, il che fa pensare che UniUd compri o disponga di spazio web a 50mega per volta, come nel 2002.
Finalmente clicco sul bottone "Ascolta", e Seamonkey - il mio browser Mozilla - mi chiede se voglio lanciare un'applicazione esterna in formato proprietario (WindowsMediaPlayer) per ascoltare le trasmissioni in formato ovviamente .wma. Rispondo picche, non ho mediaplayer installato.
Figuriamoci il tutto: una Università statale che fa comunicazione pubblica fregandosene delle minime norme etiche alla base di una moderna circolazione delle idee, e disattende le stesse indicazioni ministeriali riguardo all'utilizzo di OpenSource; se si trattasse di editoria privata e commerciale, potrei anche capire (ma direi loro "stupidini" ugualmente, a privarvi di fette di audience), ma credo l'Università debba orientare le proprie scelte tecnologiche e le proprie logiche distributive di Oggetti di Conoscenza secondo obiettivi diversi da un'azienda. Uno straccio di licenza CC mi farebbe guardare al tutto già con occhi più benevoli, e invece sono qui a guardare un'altra occasione sprecata.
Un blocco laterale mi informa di quali software dovrei installare per ascoltare tutto con i vari sistemi operativi. Anche qui mi viene da pensare che gentilezza e usabilità dovrebbero consigliare ai webmaster la possibilità di provvedere modi alternativi di ascolto delle trasmissioni, anziché basarsi sulla buona volontà dei fruitori, ad esempio incapsulando l'audio in un Flash o simili o rendendo almeno possibile scaricare tutto anche in formato .mp3 aperto... non ci vuole poi molto.
Mi diranno che non si può.
All'interno di un sistema fatto di brevetti e di furbi spin-off universitari e di finanziamenti dati secondo logiche mercantilistiche a quelli che dovrebbero essere i liberi e pubblici Luoghi sociali della Ricerca e dell'Innovazione, io sono dell'idea che tutto ciò che le Università producono debba essere di pubblico dominio, patrimonio dell'umanità, distribuito in GPL o quello che volete, pubblicato su Wikipedia. La ricerca la pagano tutti, che i frutti siano di tutti. Bello, eh? Dentro questo sistema, impossibile. Messaggio e contesto non amoreggiano, non s'incontrano nemmeno.
Ma lasciamo perdere l'analisi del sistema economico università-aziende; mi piacerebbe però che almeno il Luogo web dove l'Università racconta sé stessa fosse uno spazio di libero scambio di conoscenze, altrimenti il messaggio che passa mi farà sempre pensare a "chiusura" e "possesso", valori tipici di un'epoca ormai tramontata. Viviamo nella Società della Conoscenza, i mercati sono conversazioni, ma non potrò riportare in questo blog qualche interessante notizia appresa dalla webradio dell'Università di Udine (magari la notizia di un importante convegno sulla Società della Conoscenza promosso dalla stessa Università). Che contraddizione.
Ci sono anche cose sulle quali non transigo, le lascio per ultime: l'errore ortografico nel blocchetto del menù principale. Che gente laureata scriva (e non chattando, ma in homepage) "perché" con l'accento sbagliato, mi rende isterico. Ma son paturnie mie.Aggiornamento: adesso l'accento è quello giusto. 00.26 8.03.2008
Narrò Giorgio Jannis alle 11:03 0 commenti
26 febbraio 2008
Google Talk chatback badge
Ho messo un blocchetto per chiacchierare, qui in parte sul blog. Potrebbe essere dannoso.
Se cliccate per avere risposte, sapete già come versare il vostro obolo. Le chiacchiere invece sono aggratis.
Narrò Giorgio Jannis alle 13:41 2 commenti
23 febbraio 2008
Deché? Decrescita
Qualcuno mi ha fatto intravvedere questi aspetti di "filosofia dell'economia", e mi piacciono parecchio... insomma, per uno che guarda il come più che il perché, cercare di capire come le cose stanno in piedi (se stanno in piedi, ma qui non sembra proprio) economicamente ha un fascino terribile, perché si tratta proprio di chiedersi come funziona il mondo degli Umana.
E funziona male, lo sapete. A parlare solo di ottimizzazione ingegneristica dei sistemi produttivi e distributivi, di Cultura tecnoterritoriale, di impronta ecologica, di sfruttamento risorse naturali, di spreco diffuso e generalizzato, ci si stupisce di essere così tonti, tutti noi, e rimaniamo sorpresi anche solo dal venir a sapere quanto bene farebbe al pianeta rinunciare alle borse della spesa in plastica, per dire.

Sono stato a vedere Pallante qualche mese fa, dentro una serie di conferenze dedicate esplicitamente al tema della Decrescita presso l'UniUd, e non mi è piaciuto il tono divulgativo-sorrisone dell'evento. Vabbè che metà del pubblico erano delle siore sessantenni udinesi attente e annoiate, però uno si aspetta anche qualche indicazione su come glocalmente provare a mettere in atto dei processi virtuosi sul territorio, non catastrofismo spicciolo.
Poi sono andato a vedere Riccardo Petrella, e il tipo è sorprendente: conduce tutto il discorso sul filo di una ironia fatta di lampi veloci, una cosa toscana credo, mostra bene il problema, si diverte e diverte, e lascia dentro una certa voglia di fare. Ho linkato la pagina in francese della Wikipedia, perché nessuno è profeta in patria, e quindi su it.wikipedia la voce non c'è, ma se ho un attimo la creo io almeno traducendo quello che trovo in giro, ché Petrella si merita questo e di più, per quel che ne so. Qui su Idearum trovo qualche altra indicazione su un suo libro che non conoscevo, così a naso assai interessante, intitolato "Una nuova narrazione del mondo".
Poi l'altro giorno è arrivato il turno del guru, Serge Latouche, e purtroppo anche lui secondo me ha impostato il discorso su un taglio troppo basso, con l'immancabile preambolo catastrofista, qualche grafico, il discorso per cui se tutti consumassero come gli statunitensi ci vorrebbero nove pianeti come il nostro per sostenere questa muffa umana. Un collega l'ha definito démodé, e rende l'idea.
Non so. Mi sembra come se gli ultimi fricchettoni, raggiunta l'età in cui quello che dicono è comunque ammantato di saggezza, provassero a convincerci di cose giuste, ma con il tono sbagliato. La mia generazione ad un certo punto si è presa il "no future" del punk e dell'eroina come un colpo alla nuca, quella dopo di me è fuggita negli immaginari di plastica pop e paste, i nativi digitali vivono altrove... credo occorrano approcci diversi per far vivere l'idea e promuoverla. E ne approfitto per segnalare sembraincredibile, perché un pubblicitario per lavoro fa proprio questo, costruisce mondi narrativi dentro cui riposizionare assiologie - oggi finalmente folksonomiche - ad esempio di valori di socialità. E mi sembra più rivoluzionario di molti altri, almeno dice tutte le cose giuste in dieci post.
Di Latouche vi posso raccontare anche questo aneddoto: ad un certo punto durante la relazione il telefonino di un mona ha preso a strillare un simpatico motivetto, e ovviamente il cellulare era seppellito dentro lo zaino e almeno quattro riff completi di suoneria si sono sentiti, e allora Latouche approfittando di un cambio diapositiva ha detto che si poteva validamente cominciare a decrescere sbarazzandosi del telefonino. Cioè, non semplicemente imparando a usarlo (d'altra parte, non sapeva nemmeno dove cliccare nel pc per mostrarci la presentazione), ma proprio evitando di possederlo.
Ecco, se la posizione della decrescita è Luddismo, mi dissocio subito. Della tecnologia, proprio per poter vivere degnamente, non possiamo fare a meno, e l'unica via di fuga è attraverso, come mi piace dire ultimamente. Se poi la gente non applica intelligenza per ragionar sullo strumento, è inutile dare la colpa allo strumento.
Detto tra noi, ed è significativo che il sito estinzioneumana.it a quanto pare si sia estinto, qualcuno dovrebbe dire chiaramente che come vera Decrescita sulla Terra dovremmo essere al massimo un paio di miliardi di persone, e vivere tranquillamente coltivando lo spirito e la conoscenza senza problemi di sostentamento, lavorando ciascuno non più di una ventina di ore alla settimana, giusto per mantenere le cose sane e lottare ingegnosamente contro la sempiterna entropia. Il fatto è che avremmo dovuto pensarci negli anni Sessanta: adesso è tardi, molti stravolgimenti sociali avverranno quasi sicuramente nei prossimi anni (energia, acqua, ambiente, sistemi economici fondati sul nulla), e insomma son qui che aspetto le novità.
Narrò Giorgio Jannis alle 19:43 1 commenti
14 febbraio 2008
Innovaction 2008
Credo parlerò di frames cognitivi, del provvedere informazioni sul contesto degli enunciati, di urbanisti digitali, di decrescita felice.
Narrò Giorgio Jannis alle 11:55 4 commenti
12 febbraio 2008
State of the wild
Peraltro, tutti questi gruppetti sono molto mod.
Poi arriva venerdì, comincia StateOfTheNet. In realtà ero passato al Visionario giovedì e mi ero subito trovato coinvolto nell'ardita manovra di posizionamento del bannerone 400x100 (centimetri, neh) con il nome della manifestazione, quello bianco che vedete nelle foto appeso al terrazzo. Poi ci ho anche pranzato, con il terzetto degli organizzatori e Silvia, e tutti i pensieri vertevano sull'imminenza.
Ora ritorno al venerdì successivo (come vedete, anche l'italiano conosce i suoi metodi per ingannare il tempo) e agli incontri della mattinata: comincia SOTN e dopo l'iniziale pacato intervento dei soliti tre - Valdemarin ha però più piglio brillante, Benny espone argomenti, Sergio articola... assegnerei l'inventio a Benny, la dispositio a Maistrello e l'elocutio a Paolo, nel mio schema attoriale - il ritmo degli eventi ha decisamente accelerato, il racconto lineare delle esposizioni dei relatori è stato spesso interrotto da interventi giocosi dal pubblico e poi gli stessi relatori procedevano come se fossimo tutti in salotto, e ci stessimo tutti raccontando aneddoti e riflessioni sparse e statistiche e catastrofismi. Credo proprio che il setting abbia influito, e che quel divano Fidanzato abbia inopinatamente fornito un clima affettivo perfetto per l'instaurarsi di modalità piuttosto morbide e dialogiche, ecco. Provate voi a fare un discorso serio spaparanzati sul divano (credo Mattina abbia anche apertamente mimato Fantozzi che lotta con la poltrona-sacco). Anzi, ho notato almeno Rullani (credo, o forse quell'altro, Lalli) e DeBiase che per dire qualcosa con un certo tono si sono seduti a fil di chiappa, sul bordo, sporgendosi in avanti.
Poi me ne sono andato via, a fare delle ore di lezione in Carnia a quattro diciassettenni esistenzialisticamente disperati, per poi tornare al Visionario verso le sei, in tempo per Mafe (donna più alta di quanto avrei detto, e anche più simpatica di quanto avrei detto). Ma il sabato ero lì dalla mattina, ho riso di cuore con Gaspar e l'ho seguito nei suoi ragionamenti, poi mi sono un po' annoiato, ma a pranzo su in terrazza è stato tutto molto piacevole, belle chiacchiere in clima rilassato. E nessuno sottolineerà mai abbastanza la fortuna di avere a Udine una temperatura così ai primi di febbraio - di solito il sole c'è, ma accompagnato da venti freddi della Siberia, minimo. E invece stare in terrazza era una figata, e siamo diventati tutti una grande famiglia. Ahh. La ripresa dei lavori ha confermato il tono da commedia brillante, o almeno dell'Arte, con tutti i personaggi ben delineati e riconoscibilissimi.
Il goodbye party era al Caffè Contarena, ovvero lo storico bar meravigliosamente Liberty in pienissimo centro a Udine, il quale essendo sabato sera ch'aveva pure il deejay dentro, un vecchio lupo obeso, così per l'aperitivo era pieno di cafoni italoforzuti o peggio, quei giovinastri con il colletto della camicia rialzato e quelle tipe da sottobosco televisivo che troieggiano (ma come cazzo fanno ad avere le gambe NUDE con 5°? e qui da noi si sta parecchio anche fuori dai bar)... e udine non è newyork, sia chiaro, e tolti dieci di loro che forse erano cittadini gli altri vengono giù con la piena dai paesi. Peccato che vengano giù con le automobiline, e nella piazzetta antistante l'ambiente ci fossero credo almeno 500mila euro parcheggiati sui quattro stalli riservati handicap.
Quando siamo riusciti a finire il prosecco, siamo andati a mangiare mortadella da Pieri Mortadele, abbiam chiacchierato un bel po' intanto che Giordano (che è uno che pensa pulito e ha pure vinto un Premio Recanati) ci passava le bottiglie e la mortazza, e ora che ci penso avevo anche nel tardo pomeriggio bevuto due tagli di rosso con Jacona, Sofi, Della Pasqua, la DottoressaDania e Dadevoti, accompagnando il tutto con paninetto di prosciutto cotto caldo con sopra il kren grattuggiato, ed era sì buono che Antonio ha detto bissiamo e ha fatto benissimo.
Mentre eravamo fuori in strada lì della mortadella, di notte, c'erano almeno Gaspar e Sergio, Antonio e Alessio, forse Joshua, dei ragazzi credo allievi della locale Accademia d'Arte Drammatica hanno improvvisato uno spettacolo dalle finestre del secondo piano della casa contigua, in questa via stretta e curva del centro di Udine: prima ad alto volume delle musiche che mi sembravano tipo anni '30, tipo altoparlante d'oratorio con le musichette, poi tutta una recitazione abbastanza ben orchestrata di cose di Dante e poi anche un pezzo della "Pioggia nel Pineto", su richiesta (!) di qualcuno di noi dalla strada; gli attori si sporgevano dalle finestre, e noi sotto applausi, risate, tutto bello.
Sì, sono contento che Udine sia piaciuta a più d'uno; ma la città ha giocato chissà perché un po' delle sue carte, quella notte, e ha fatto buona impressione (e non pioveva).
Come la sera prima, poi me ne sono andato a ballare. Allo Zoo, stavolta, dove sono riuscito a convincere la tipa al bar timida ma efficentissima a farmi un toast alle tre di notte. Suonava un gruppetto di ventenni, anche loro nervosetti, però di quelli coi ciuffetti e le magliettine attillate.
E per giustificare il titolo, vi dirò che ho visto stasera IntotheWild, il filmone del tipo che va in Alaska. Beh, è tutto chiaro: i sentimenti sono liquidi, e lui ha problemi con l'acqua.
stateofthenet
wild
udine
Narrò Giorgio Jannis alle 00:19 3 commenti
7 febbraio 2008
Lo stato delle cose
Giorni strani, lenti da sembrar sabbiosi e veloci da farmi scivolare cieco sugli specchi che-sono-gli-altri.Vaticinii cupi con le monete, wu-wei seee, diaframma non pervenuto e respirazione random, primavera del cazzo.
Sono stanco di correre come un cretino per tutto il Friuli, domani vado a State of the Net, al Visionario qui a Udine, mi spaparanzo da qualche parte e ascoltovedo un po' di gente simpatica che parla di cose interessanti, spesso in modo nuovo e divertente. Quei momenti dove impari qualcosa anche per sbaglio. Datemi un qualcosa per bloggare e twitterare in realtime.
Metto anche una playlist, per darvi un'idea di come il mondo sia eloquente.
Afterhours - Ballata per la mia piccola iena
Bugo - Amore mio infinito (la versione con Violante Placido, sul Tubo)
Beck - Already Dead
Cardigans - I need some fine wine
Garbo - Radioclima
Verdena - Phantastica
Interno 17 - Liquido
Velvet feat. Edoardo Bennato - Una settimana, un giorno
Amari - Campo Minato
Pixies - Hey
PJ Harvey - A Perfect Day Elise
The Searchers - Love Potion #9
Narrò Giorgio Jannis alle 09:28 3 commenti

Giorgio Jannis
Udine, Friuli, EU
nomecognome gmail




