5 luglio 2009

Non era UNA barba

Almeno 3 barbe, al Bateocamp. E che prospettiva!

26 giugno 2009

L'Io è un format obsoleto


L'Io è un format obsoleto. E anche la presunzione di dotare di senso il nostro fare è romanticamente *fuori luogo*. Qualsiasi affermazione di sé, della autenticità del proprio dire, con conseguenti para-testi dedicati a comprovare l'autenticità del discorso della nostra autenticità nel dire chi siamo (occorre sempre un paradiscorso - autentico? - che dica che il discorso è autentico?) cade e cadrà sempre più in contesti esperienziali su cui non ho controllo e mai ne ho avuto. Si chiama negoziazione del Sé, patteggiamento interpersonale delle posizioni esistenziali espresse dai parlanti nella situazioni di enunciazione. Noi siamo rete, non c'è dentro e fuori, non c'è vero e falso, non c'è identità che non sia identificazione, quindi gioco linguistico, quindi rappresentazione. Siamo agiti, sì, me ne accorgo in ogni piccolo gesto. Configurazioni discorsive di superficie, abitudini innervate, empatie automatiche nei codici degli atteggiamenti. L'identità è opera d'arte sociale (tekne, quindi tecnologia del Sé, Foucault) cerchiamo almeno di essere posteriori a Duchamp o Malevic o Magritte, che quasi un secolo fa indicavano appunto gli aspetti linguistici e i giochi del contesto interpretativo. Questa consapevolezza della natura sociale e oggi tecnologicamente "mediata" della nostra identità come rappresentazione ci è oggi necessaria - ma la parola è già tecnologia, quindi siamo umani *perché* tecnologici... il fuoco non l'ha inventato un sapiens - per poter ri-giocare la realtà, senza nevrosi e ritorno al Medesimo, senza innamorarci della maschera, senza adeguarla, e piuttosto senza mimesi. Cosa posso fare, per aver certezza, se non guardare rapito la mia stessa parola vivere nei lifestreaming e delinearmi a mia insaputa? La verità è sufficiente sia estesa e ritmica come la musica, i segreti della profondità sono uno sgambetto. Tenere la faccia al guinzaglio, la mano che brancola nel buio, la candela che si spegne nella casa che va a fuoco, le solite cose.

ps: viva i suggestivi anni Sessanta

25 giugno 2009

Tracce di maturità 2009

Queste due sono eccezionali.

Internet ed i Social Network.
Alla luce della recente evoluzione dei social network a livello mondiale, ripercorrere l'evoluzione sociologica dei sistemi di comunicazione di massa. Porre l'accento sul cambiamento formale e sostanziale nei rapporti interpersonali: il concetto di privacy mantiene il suo significato originale? E' richiesto l'apporto di esempi concreti.
[Tema di maturità, 2009]
Oh, che colpo di genio! Magari è la volta buona che si riesce a educare migliaia di docenti in un colpo solo.

Per l'ambito storico-politico, argomento di ampio respiro: "Origini e sviluppo della cultura giovanile". Con tante, tantissime foto, dagli anni '50 al Duemila: c'è una immagine della Vespa (applausi), ci sono James Dean, Elvis Presley, Mary Quant, i Beatles, la Beat generation, i pacifisti del '68 con lo slogan «Make love not war», la «Marianna» del '68 a Parigi, Jim Morrison, i Punk, i paninari, i Nirvana, il logo di Facebook, i rave party.
Invidia. Quanto tempo ho? Sei ore? Poche. Chiudetemi dentro la scuola, nutritemi a merendine, lasciatemi qui da solo di notte con una candela a scrivere per giorni.

18 giugno 2009

Sano, sicuro, consapevole.

Riprendo Metilparaben per intero. E cosa volete che aggiunga, che siamo nel 2009?

Mentre vi comunico, en passant, che si tratta (anche) di un successo degli Studenti Luca Coscioni (ma ve lo dico solo io, come al solito, ché i giornali non ritengono di menzionarli), mi prendo qualche minuto per dire due paroline ai giovani in ascolto.

Io non so, e non voglio sapere, se scopate, quanto scopate, con chi scopate: però vi consiglio di usarli, i preservativi, in barba ai crociati che vi ammanniscono le loro idiozie sul peccato e la riproduzione naturale, agli imbecilli che vi lusingano a forza di "che vuoi che succeda, ci sto attento io", ai coglioni che "non ho mai fatto il test ma non sono né gay né tossico, figurati se l'ho preso".
C'è gente che ha dato il fritto, per fare in modo di mettere quei distributori nella vostra scuola.
Voi che ne dite: è il caso di sprecare tanto lavoro?


12 giugno 2009

Venezia naviga

(E' tutto un lungo delirio pieno di parentesi, ma volevo parlare di Venezia digitale, e di come vedremo emergere nuove forme di socialità e di autocoscienza, di come una parola nuova permetta la nascita di tante nuove idee. E Venezia sta per pronunciare concretamente parole nuove, nel dialogo interumano)

Quando studiavo psicologia, leggevo di come ad un certo punto verso i primi anni Sessanta fosse arrivato il Cognitivismo a rimettere le cose nella giusta prospettiva, rispetto al Comportamentismo, nella considerazione dei processi mentali di acquisizione e gestione delle informazioni, quindi nel dare alcune coordinate improntate a migliori ipotesi sul funzionamento della memoria, dell'apprendimento, della mente e del ruolo attivo dell'individuo.

Nutrito da suggestioni derivanti dalla cibernetica anni Cinquanta, molto cognitivismo (la cosa si riprodusse poi negli anni Ottanta, con i neo-connessionisti) provò a seguire la metafora dell'uomo-macchina, ovvero a spiegare certi fenomeni psicologici con un parallelo basato su un trattamento dell'informazione di tipo "ingegneristico", o proto-informatico.
Certo, parlare del cervello come hardware e della mente come software viene facile, innesca fughe. C'è la memoria a breve termine (la RAM?) quella a lungo termine (il disco fisso?), le pipeline di collegamento intracraniche, le interfacce (gli organi di senso, con la loro autonoma elaborazione dell'informazione dal percetto al concetto), i driver.

D'altronde, un pensiero vive dentro l'ambiente pensieroso che lo pensa (che è maggiore di una scatola cranica, ed è un ambiente sociale), dentro i tempi che lo vedono emergere come catena significativa di correlazioni di idee e di emozioni, quindi perché stupirsi che l'informatica assomigli alla psicologia cognitivista? E' la stessa generazione di persone ad aver prodotto quei ragionamenti, gente che al liceo aveva letto gli stessi libri di filosofia.

L'episteme dell'epoca faceva convergere lì, ecco.
Ed è inutile mettersi a discutere se il computer sia un cervello o se la mente lavora come un computer, perché i nostri giudizi vivono dentro quel contenitore della pensabilità, e comprendiamo la realtà da lì dentro. E lì dentro le cose filano fluide, e per nessun bambino di dieci anni il concetto di "cervello elettronico" risulta assolutamente inconoscibile, fatto salvo lo stupore iniziale dell'accostamento dei termini. Ovvero, quel concetto è già nella sua mente, perché la cultura in cui cresce concepisce serenamente quel concetto.
E per dirla tutta, non è più il caso di concepire la mente come individuale, noi siamo multipli e sociali, l'Io nasce dal Tu, la coscienza è una autonarrazione che noi stessi facciamo a noi stessi diuturnamente, smettiamola con l'Io e il non-Io, io sono sono rete.

Ma certamente etica scientifica vuole che la metafora, benché altamente illuminante, vada compresa per quel che è. Una metafora esplicativa. Domani ce ne sarà un'altra, migliore.
Non stiamo parlando della realtà, stiamo parlando delle parole con cui pensiamo la realtà.

Anche studiando la psicologia dei gruppi, nell'individuare un "discorso" soggiacente al "fare" del gruppo, bisogna porre attenzione a non antropomorfizzare troppo, appunto perché il gruppo vive in dimensioni psicologiche (affettive e cognitive) gruppali, pratica altri linguaggi espressivi, è "inumano", è differentemente cosciente di sé, e occorrono strumenti specifici per individuare prima e analizzare poi i suoi comportamenti, nn si può tic-tac trasporre concezioni di psicologia individuale al nuovo oggetto di studio (il gruppo, "la più grande invenzione del XX secolo", come disse quel guru vero di Rogers, sottolineando così come il gruppo di per sé non fosse mai stato preso in considerazione né percepito come "oggetto di studio").
Un altro esempio? Quando Dennett e/o Hofstaedter, trent'anni fa, studiavano cosa fosse la coscienza, dovevano dedicare metà dei loro libri a spiegare come fare per non concepire la coscienza come qualcosa di "individuale" (con tutto il problema della storia del linguaggio della psicologia come retaggio), ma fosse una caratteristica emergente dei sistemi complessi, come nel famoso caso del formicaio, che è cosciente di sé (adotta comportamenti nel suo insieme) benché le formiche non lo siano (forse).

Anche il territorio può essere letto con queste metafore. Ad esempio riuscire a leggere il territorio come un ipertesto, come più volte qui ho fatto, mi è stato reso possibile da un pensiero capace di individuare nodi e collegamenti tra le varie parti che lo compongono, siano essere relative a questioni di produzione e distribuzione di materia, energia o informazione, giusto per usare la nota triade fondamentale per uno studio della Cultura Tecnologica e TecnoTerritoriale (appunto). Quali percorsi legano il rubinetto della vostra cucina alla diga su in montagna? L'ufficio dei servizi sociali del vostro Comune allo schermo del vostro PC? Quanti gradi di separazione tra me e il Sindaco, visto che gli umani sono materia energia (vedi Matrix, il film) e informazione in rete (vedi Internet, tutta), e i linguaggi (le idee, memi) sono virus che si propagano da una testa all'altra?

Ma il territorio può essere benissimo letto con la metafora del sistema operativo, informaticamente inteso. C'è una lunga tradizione. Ci sono appunto i luoghi energetici, le condutture, i processori dedicati all'elaborazione dell'informazione, le banche dati, i sistemi di controllo. Emerge l'amministrazione, la coscienza del territorio che sa di essere territorio e sa cosa non è territorio che può governare, emergono forme di indirizzamento sulle priorità (politiche) di elaborazione amministrativa, ecco la governance come ragionamento sull'efficienza del sistema amministrativo, ecco le interfacce.

Ok, la smetto.

Però indubbiamente connettere tutto un territorio, come la città di Venezia (Mestre compresa) in banda quasi larga (20Mb sono già una cosa dignitosa, su fibra ottica) farà emergere nuove idee di sé, permetterà alla mente collettiva veneziana (cittadini, imprese, amministrazione) di forgiare strutture sociali (di atomi, di bit, come una banca di mattoni che è anche una idea di banca ed è anche un flusso di informazioni) ora difficilmente immaginabili, anche se ieri Michele Vianello, viocesindaco di Venezia, ha provato a suggerire qualcosa, nel corso della presentazione delle iniziative per Veneziadigitale.
Qualcosa di molto bello, detto con parole giuste e concrete, e con coraggio visionario, e sbeffeggiando alcune impostazioni 1.0, ancora lineari e industriali, che molti spacciano per innovazione. Forse è la prima volta che sento un pubblico amministratore parlare di modernità socialweb credendoci, e non per fare il bullo con parole che qualcun'altro a malapena comprende, esponendo concetti di condivisione della conoscenza e di opportunità sociale e di cittadinanza digitale che ti accorgi subito se sotto c'è il vuoto di una prassi mai praticata.
E quelle di Venezia non sono parole futuristiche, le infrastrutture tecnologiche ci sono già, sono anni che mettono fibre ottiche nelle strade ogni volta che devono rifare un allacciamento del gas, e ieri sono state esplicitamente chiamate le imprese e i consorzi e le università a partecipare all'innovazione culturale, a diventare partner di progetto, e smettiamola di parlare della rete come fattore tecnico. C'è un mondo intero da inventare, e da abitare, subito.

10 giugno 2009

Immunity law (risate)

Ualà. Preso per il culo su tutti gli schermi del mondo, e noi tutti con lui. Un cretinetti che avrebbe dovuto sparire dalla circolazione al massimo con Tangentopoli, e invece un terzo di questa italia farsesca e boccalona continua a votare.
Chissà le risate che si sta facendo Obama, alla fatica che farà per non ridergli in faccia al primo incontro ufficiale.
Berlusconi, stupiscimi: sparisci.







2 giugno 2009

Sempre SchoolbookCamp: le videointerviste

L'altra settimana al convegno di Fosdinovo, usando il cellulare come videocamera, ho fatto delle rapide interviste ad alcuni partecipanti ponendo tre domande tre.

Si trattava di indagare quali cambiamenti tecnologici e socioculturali abbiano reso significativa la proposizione di un evento barcamp dedicato all'e-book e all'editoria scolastica, quali posizioni fossero emerse dagli incontri, quali indicazioni il convegno stesso poteva dare per suggerire le azioni da intraprendere nel futuro, per un utilizzo adeguato dei testi digitali su supporto elettronico negli àmbiti della scuola e della formazione alla persona, per una riflessione tematiche inerenti i modelli economici dell'editoria elettronica, l'introduzione dell'e-book a scuola, le comunità professionali online.

Ho posto queste domande a Noa Carpignano della BBN Edizioni, ad Agostino Quadrino della Garamond, a Mario Guaraldi per la omonima casa editrice, a Marco Guastavigna insegnante e autore di testi sull'apprendimento, a Gianni Marconato quale operatore nel settore della formazione; ne esce certamente un quadro interessante e variopinto.

Il video è lunghetto, 25minuti, però ha un andamento abbastanza rapido.

Se siete interessati a partecipare ai ragionamenti sull'e-book e l'editoria scolastica, qui sulla community Ning di BookCamp trovate il gruppo SchoolbookCamp.

SchoolbookCamp a Fosdinovo. Videointerviste from Giorgio Jannis on Vimeo.


27 maggio 2009

SchoolbookCamp, poi

A mo' di resoconto, quindi, di due intense giornate in un castello della Lunigiana, eccomi a ragionare di editoria e web, di apprendimento e ruolo della scuola, di e-book come testi scolastici.
Del convegno ne parlano Noa Carpignano, Antonio Fini, Maria Grazia Fiore, Marina Boscaino, Maurizio Chatel e Gianni Marconato, Mario Guaraldi ha lasciato sul post precedente e altrove un commento che qui mostrerò come reportage, e saluto anche Agostino Quadrino, Marco Guastavigna, Francesco Mizzau, Alberto Ardizzone, Elisabetta Tramacere, Filippo Cabiddu e l'assessore (per ora) Massimo Dadà, del Comune di Fosdinovo.

In un barcamp classico, per quanto simposio destrutturato, esiste comunque il tabellone degli interventi, dove la novità sta nel fatto che i post-it con le presentazioni dei selfpromoting relatori vengono affissi la mattina stessa del convegno, quando il tutto prende letteralmente forma.

A Fosdinovo lo SchoolbookCamp è stato invece impostato basandosi su libere discussioni dei partecipanti, inizialmente suddivisi in due gruppi, per continuare poi in plenaria. Questo necessariamente ha provocato la suddivisione dei discorsi in mille rivoli, a volte si regrediva a posizioni già espresse, a volte improvvise fughe dialettiche portavano il gruppo ad arrotolarsi su tematiche non strettamente pertinenti all'argomento del convegno, nonostante l'ottimo lavoro di Maurizio Chatel e di Mario Guaraldi quali "moderatori" delle discussioni.

D'altra parte, questa modalità gruppale di affrontare le implicazioni dell'e-book a scuola ha permesso da subito l'emergere di nette posizioni personali espresse con vivacità, ha portato i punti di vista di insegnanti editori e operatori culturali a confrontarsi direttamente, ha lasciato trapelare i colori forti delle emozioni rispetto a un tema capace di coinvolgere appassionatamente le persone, talmente prese dalla discussione da saltare anche una pausa caffè a metà mattinata, pur di non perdere il filo del ragionamento.

Ma la portata degli annessi&connessi al ragionamento intorno all'editoria elettronica in relazione ai testi scolastici andava regolamentata, delineata.

Si sarebbe dovuto ad esempio illustrare bene il processo editoriale di ideazione e produzione degli e-book, fino al momento della loro pubblicazione; altro filo di discussione avrebbe a quel punto dovuto essere "il destino" degli e-book scolastici, ovvero la loro vita effettiva negli ambienti formativi, il loro utilizzo più o meno rivoluzionario rispetto alle necessità didattiche attuali della scuola.
Ponendo l'attimo della pubblicazione come discrimine, molti ragionamenti sulla Cultura Digitale, sui modelli economici del funzionamento delle moderne case editrici (pregevole Agostino Quadrino di Garamond per le sue idee sul significato odierno della proprietà intellettuale e sulla necessità di conversazione con gli attori sociali, segno di sicura cultura di Rete), sulla visione di sussidi didattici come ambienti e non più come semplici strumenti, sui dispositivi di lettura come Kindle o iLiad, sui nativi digitali e risvolti sociologici, sulle tematiche dell'apprendimento e sulla centralità dei discenti avrebbero trovato una giusta collocazione nel palinsesto del convegno, fatta salva poi la possibilità che i feedback continui tra progettazione e pratiche di utilizzo, come tra discorsi inerenti l'oggetto libro elettronico e le metodologie d'insegnamento possano contribuire a migliorare la percezione e la comprensione di questa ulteriore rivoluzione nella Società della Conoscenza.

Un problema basilare credo stia ancora nell'identificazione del libro cartaceo con il suo contenuto, ovvero la difficoltà per mentalità gutemberghiane di concepire appieno il significato culturale di una Rete capace di sostenere e mettere in relazione tra loro ogni singolo componente dello scibile umano, insieme alle persone che in Rete abitano in maniera consapevole.
Quando diciamo e-book o libro elettronico, la nostra mente oscilla tra il supporto tecnologico in grado di riprodurre testi (il libro cartaceo o il reader) e l'oggetto di conoscenza così veicolato.

L'e-book, come in una relazione sfondo-figura, assume molteplici sensi a seconda del contesto dentro cui viene percepito/pronunciato. E lo sfondo offerto dall'intero sistema editoriale moderno porta necessariamente a considerare il testo elettronico come un terminale, forse una terminazione nervosa, una attualizzazione di forme di sapere che ormai vivono stabilmente e felicemente nel loro ambiente "naturale", quel web fatto solamente di idee e di opinioni e di relazioni interumane, tutte cose immateriali, che oggi trovano modi diversi di essere narrate. Un e-book letto sopra un e-book reader connesso, come ieri un powerpoint che contenesse anche un solo link verso il web, non è più un libro, ma è un pezzo di web. Non abita più tra le vostre mani, ma sulla Rete. E a dirla tutta, nemmeno i contenuti di ieri (Sofocle o Leopardi, formule matematiche o cartine geografiche) hanno mai avuto vita sui supporti cartacei, ma sempre e solo nella mente e nelle parole di chi li pronunciava. Oggi i contenuti, immateriali come sempre sono stati ovvero oggetti di conoscenza indipendenti dal supporto, abitano dove stanno più comodi, su web.
Persistere a considerare, nella sua progettazione e nella sua fruizione, il libro di testo come oggetto chiuso, autosufficiente, nel momento in cui questo viene reso fruibile tramite supporti aperti e connessi con l'intero scibile umano, impedisce di comprendere la rivoluzione in atto.

Se poi lo sfondo contro cui si staglia il libro elettronico è quello dato dall'intero sistema scolastico, come Luogo sociale deputato all'educazione formale, dove i muri le lavagne di ardesia i libri i professori e i curricoli e la stessa organizzazione dei tempi seguono una logica loro costitutiva non più adeguata ai tempi, giocoforza le innovazioni tecnologiche vengono innanzitutto affrontate come una minaccia all'ordine precostituito, anziché essere valutate nelle loro potenzialità educative. Ma questo significherebbe (ne parlo qui e qui su Apogeo) rimettere in discussione tutta l'organizzazione scolastica, il ruolo dei docenti e la loro preparazione, riconsiderare necessariamente le pre-conoscenze possedute dagli allievi in termini di competenze digitali al fine di meglio programmare la didattica, re-impostare le finalità stesse della scuola attuale in direzione di una formazione ai cittadini che sia sintonizzata rispetto alla modernità.

La scuola è un luogo chiuso, autoreferenziale, incapace di conversare con il territorio. Se prendete una scuola media friulana e la trasferite mattoni e personale in Sicilia, il suo funzionamento rimarrebbe identico, indifferente al mutato contesto. La scuola non è trasparente, figuriamoci osmotica. E pensare che a me piacerebbe che le scuole fossero aperte fino a mezzanotte, dove i cittadini potessero entrare e uscire liberamente come da una biblioteca o un altro luogo della socialità e della partecipazione, una scuola che racconta se stessa e pubblica documenti facendo sentire la sua voce e si pone come parlante ratificato, attore sociale rispetto alla collettività di riferimento, cui appartiene e da cui trae il proprio senso, la propria postura rispetto alla situazione conversazionale con il territorio.

La scuola assomiglia a un libro cartaceo, ecco, mentre preferirei assomigliasse a un e-book. Dove la scuola di mattoni assomiglia a un e-book reader, e la didattica ai contenuti.

Come gli editori non possono, nell'organizzare il proprio fare, tenere in considerazione solamente l'oggi come oggi, ma devono saper porre sé stessi in una prospettiva futura attraverso sperimentazioni e nuove proposte, così la scuola (che peraltro non può far altro che abitare il futuro, nel comprendere la propria dimensione rispetto alle nuove generazioni) deve acquisire la capacità di porsi in termini comunicativi rispetto al mondo.

E la sperimentazione può essere anche fine a sé stessa, se come effetto collaterale produce un rinnovamento delle pratiche. Sappiamo che per come sono state presentate le lavagne interattive, i netbook tipo il JumpPc oppure gli e-book, difficilmente otterremo dei risultati immediati, adeguati alle finalità concrete dell'apprendimento, visto che i nuovi strumenti vengono utilizzati secondo vecchie metodologie di addestramento e pochi insegnanti possiedono competenze in grado di far loro sprigionare tutta le potenzialità aumentate permesse dalle tecnologie della connettività e dell'interattività.
Ma credo che la frequentazione quotidiana con e-book, LIM, blog e aggregatori possa modificare la percezione che gli educatori hanno del loro stesso ambiente di lavoro, li possa portare a saggiare ed esplorare le tecnologie abilitanti, a patto che siano professionali nel loro essere professionisti della formazione.

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Giusto per non lasciarlo "affogato" tra i commenti di questo blog, incollo qui le parole di MArio Guaraldi.

Salute a Giorgio, Maurizio, Noa, Fulvio, Gianni e a tutte le dozzine di editori, redattori, insegnanti, free-lance, blogger (ma quanti eravamo, in realtà? una marea… ) che hanno condiviso questa full-immersione nel futuro del libro scolastico (e non), con livelli di adrenalina capaci di sciogliermi i calcoli che mi angustiavano.
Bella, bella esperienza davvero, passione, voglia di ascoltare oltre che di parlare, narcisismi ben shakerati con senso di responsabilità: dimostrazione che il metodo collaborativo paga, che professionalità e gratuità possono andare a braccetto quando ci sono in ballo valori autentici. E nel nostro caso, ha ragione Maurizio (Chatel) a indicare che la concorde valutazione di tutti è stata quella che di ripensare tutto intero il progetto educativo e didattico, senza fermarsi ai suoi “strumenti” più o meno tecnologici; allargando anzi il dibattito al mondo della rete.
La dice lunga il fatto che i partecipanti abbiano tutti rigettato la logica dei singoli gruppi di discussione originariamente proposti per convogliare in un unico confronto collettivo i problemi, le domande e le proposte che ciascuno di noi si portava appresso.
Bella, grande esperienza di “democrazia”: anche rispetto alle caterve di circolari e disposizioni ministeriali che da subito gettano un’ombra sinistra sulla legittimità stessa della originaria norma fascista che IMPONE l’adozione del libro di testo e lo vincola a “contenuti didattici” precisi, alla faccia dell’autonomia didattica dell’insegnante. Geniale trovata mussoliniana di organizzazione precoce del consenso a cascate successive: degli insegnanti, degli allievi, delle famiglie (che pagano, e come se hanno pagato, carissima, quella geniale imposizione di contenuti scelti da altri…).
Anche questo è emerso, una dolorosa pillola rossa che ha improvvisamente mostrato come la stessa sinistra sia non solo caduta in questa trappola, ma addirittura l’abbia cavalcata divenendo fisiologicamente “reazionaria” e “conservativa”… Ma anche al rischio di “buttarla in politica” si è giustamente sottratta un’assemblea scafata e tutta protesa al nocciolo della questione educativa.
Non mi azzarderò a tentare una sintesi del molto detto: ma mi piacerebbe che tutti assieme riprendessimo il filo delle proposte “positive” e “creative” bruscamente reciso da uno sconsiderato intervento di una dirigente scolastica (che non aveva partecipato ai lavori) che pretendeva di delegittimare l’assemblea a discutere di scuola e di didattica. Come dire: la scuola è “cosa nostra”, a noi il libro va bene così com’è, di che vi impicciate? Ho chiesto scusa pubblicamente a quella Dirigente scolastica per il modo eccessivamente aspro con cui ho reagito alla sua offensiva dichiarazione. Ora voglio pubblicamente ringraziarla per avermi mostrato direi quasi fisicamente il volto vero del “pensiero burocratico” ripiegato su sé stesso, dalla didattica fine a sé stesso, de-finalizzata da ogni vera vocazione educativa, che forse ogni insegnante combatte in sé stesso, nelle proprie fibre più intime. Aveva davvero ragione San Paolo: ogni guerra, ogni violenza nasce dal cuore stesso dell’uomo. E’ questo il nemico vero da battere…


21 maggio 2009

SchoolBookCamp a Fosdinovo


Questo è un parallelo che mi gioco spesso, quando devo raccontare dei cambiamenti di mentalità soggiacenti ai cambiamenti tecnologici.
Inventando il proiettore e la pellicola perforata per il trascinamento, i fratelli Lumiere inventarono la tecnologia della cinematografia. Poi divennero necessariamente anche cineasti, perché dovevano ben mostrare qualcosa al pubblico. Ebbene, forse le loro strutture mentali erano ancora legate al mondo della fotografia, forse avevano una visione documentaristica, ma in ogni caso produssero dei contenuti grammaticamente caratterizzati da inquadratura fissa, punto di vista centrale, piano sequenza, come nella famosa scena del treno che ci viene incontro e che fece urlare dallo spavento i primi spettatori della settima arte.
Era come filmare il teatro, e riproporlo con un fascio di luce.
Negli stessi anni finesecolo però un genialoide di nome Georges Melies, il secondo padre del cinema, già scopriva le nuove potenzialità narrative del media, e produsse pellicole in cui utilizzava tecniche di esposizione multipla e di dissolvenza, ma soprattutto elaborò delle tecniche di montaggio, la qual cosa costituisce il proprium dell'arte cinematografica, permettendo intrecci paralleli, ellissi, anticipazioni flashforward e flashback, grammatiche innovative, nuove tipologie di narrazione. Melies aveva compreso la specificità del mezzo, dalle possibilità tecniche dello strumento aveva saputo ricavare una poetica formalmente innovativa, nascevano opere che avrebero potuto vivere solo nel nuovo linguaggio cinematografico.

Tralascio i ragionamenti su televisione e web, tanto avete capito. Al mondo c'è sempre chi ripropone i contenuti e le forme narrative del vecchio media dentro i nuovi linguaggi (e va benissimo, visto che i media si integrano tra loro e non si escludono a vicenda), e chi invece prova a esplorare le nuove possibilità di racconto offerte in questo caso dall'ipertestualità.

Nei prossimi giorni parteciperò allo SchoolBookCamp al castello di Fosdinovo, tra Sarzana e Carrara, dove l'argomento principale delle discussioni sarà costituito da ragionamenti sull'editoria elettronica, sui learning object, sui dispositivi lettori di ebook, sulle novità in àmbito scolastico conseguenti all'introduzione di questi nuovi supporti della conoscenza.
C'è una circolare ministeriale n. 16 del 10 febbraio che vincola le scuole ad avviare una "progressiva transizione ai libri di testo online o in versione mista a partire dalle adozioni relative all'anno scolastico 2009-2010".
E stiamo parlando del buon vecchio libro di testo. Che però con l'ipertestualità esplode, e non riesce più a far stare comodi i contenuti su una angusta pagina. Anzi, molti libri scolastici così come sono pensati non hanno più senso di esistere, come molta manualistica, visto che oggi i nodi di conoscenza vivono in Rete, e lì abitano anche le relazioni tra le persone che rendono quei nodi patrimonio culturale condiviso e in continuo accrescimento.
Il libro non è vecchio, è semplicemente inadeguato in relazione a certi scopi concreti di trasferimento delle conoscenze.

Interessante sarà anche seguire i ragionamenti sui format di contenuto, quei learning object da fornire come pillole agli studenti (vecchia visione di un e-learning più tagliato sull'addestramento che sull'apprendimento significativo, ovvero socializzato) e sui quali articolare il percorso formativo, nonché sugli e-book reader, come Kindle e gli altri, che presi di per sé sono degli splendidi oggetti tecnologici, e non vedo l'ora che in qualche classe qui dalle mie parti vengano finalmente avviate delle sperimentazioni serie, dove ai ragazzi viene fornito un lettore e l'insegnante indica loro via via quali testi scaricare, piluccando dagli ormai ampissimi archivi online di materiale didattico gratuito o disponibile a pagamento presso le case editrici, oppure meglio ancora fornendo spesso loro le proprie schede e dispense in formato digitalizzato. E possibilmente dispense pensate in maniera ipertestuale, ricche di link verso risorse multimediali su web, e non semplice riproposizione di vecchi format testuali, lineari, dentro i nuovi linguaggi.

Al convegno (formula barcamp, ma piuttosto ibrida) ci saran inevitabilmente persone che parleranno di cose che non capiscono, quelli che non abitano in Rete e non comprendono bene l'ecosistema della conoscenza attuale, ci saranno gli apocalittici e gli integrati, i laudatores temporis acti del "niente sostituirà mai il libro" e del "dove andremo a finire", ci saranno dei visionari, ci saranno quelli che proveranno seriamente a ragionare di innovazione nel mondo scolastico. Con il paradosso che il Kindle e i lettori di e-book sono oggetti connessi via wifi, e nelle scuole non c'è il wifi. Vedremo, poi vi racconto.

19 maggio 2009

Venezia 2.1 secolo

Ogni essere animale o vegetale rappresenta una parola viva nel dialogo tra codice genetico e ambiente. Una parola di cui aver cura, perché veicola un significato unico e originale, esito tangibile di una selezione darwiniana da leggersi nella profondità delle generazioni. Un essere vivente, guarda caso, è perfettamente adatto a interagire con la propria circostanza vitale, nella propria nicchia ecologica.
In modo simile, anche i linguaggi umani sono sommamente preziosi, avendo ciascuno la capacità di nominare il mondo in modo unico e originale. Un termine linguistico fiorisce perché una comunità di parlanti ritiene utile la sua esistenza per poter comunicare.

Poi le specie viventi muoiono o si trasformano, e così le parole.
Se cambia l'ambiente di vita, e nella popolazione non è già presente la giusta mutazione genetica capace di "incastrarsi" con le nuove condizioni esterne, gli organismi si estinguono.
Se oggi la parola "glauco" non esiste più, è perché non vi è più la necessità sociale di pertinentizzare un colore che sta a metà tra il celestino e il verde e il grigio acciaio, che i Latini vedevano e noi non vediamo più. Il mare oggi ha altri colori, evidentemente, negli occhi di chi lo guarda, nelle parole con cui lo si pensa.

Anche gli artefatti, le "parole pronunciate" della tecnologia, possiedono nella propria forma determinate caratteristiche storiche che ci rendono capaci di ricondurre la loro progettazione e realizzazione a tempi e luoghi ben precisi, soprattutto nel caso di utensìli appartenenti alla Cultura Tecnologica agricolo-artigianale, slegati dalle logiche della produzione industriale seriale e della distribuzione planetaria.
Arnesi e strumenti sono nati in contesti d'uso specifici, sono anch'essi frutto di una negoziazione tra l'urgenza di risolvere un problema pratico, i modelli di pensiero dell'ideazione posseduti da una data collettività, e la realtà fisica materiale su cui dovranno intervenire. L'aratro o un coltello per desquamare un pesce, oppure la tecnologia della concia delle pelli e quella dei rivestimenti murari sono apparsi indipendentemente in molte diverse zone del mondo in tempi diversi, dove a parità di funzione d'uso possiamo notare mille varianti realizzative, a seconda della diversa conoscenza di tecnologie trasformative delle materie prime, a seconda della durezza della terra da arare o del tipo di pesce da cucinare, a seconda del clima in cui quella collettività viveva. Gli artefatti parlano, CI parlano, parlano di noi e delle peculiarità ecosistemiche del nostro ambiente di vita, dell'inventiva dei nostri predecessori.

Specie viventi, parole o artefatti, il senso è sempre contestuale.

Guardate lo scalmo nella foto qui a fianco: i veneziani dovendo muoversi con quelle loro barche lunghe e strette in angusti canali naturali della laguna o artificiali come nella loro tutta tecnologica città, hanno dovuto prediligere una postura del vogatore particolare, che non richiedesse troppo spazio né in profondità né in larghezza alla remata, e permettesse di condurre l'imbarcazione stando in piedi.
Questo ovviamente è stato reso possibile dall'evoluzione dello scalmo in un supporto del remo elaborato, unico e originale e solo veneziano, che rendesse praticabile la particolare vogata del gondoliere, per come la conosciamo oggi.
C'è tutto il mondo dentro e dietro quello scalmo, c'è l'intelligenza dei maestri d'ascia nel loro trattare il legno, c'è la comprensione delle necessità vogatorie, c'è una rappresentazione del contesto d'utilizzo, c'è un'estetica talmente connotata da far assurgere nel tempo quella postura e quel gesto del gondoliere a simbolo stesso della città, fino alle riproduzioni in plastica per i turisti.

Ora Venezia dopo mille anni di storia si accorge di essere moribonda. Venezia in quanto città esplicitamente voluta e tecnologicamente progettata, sorta in un ambiente inospitale fatto di sabbia e di paludi reso Luogo antropico dal fare delle generazioni. Una città costruita sopra milioni di pali di rovere infissi nel fango per sostenerne le fondamenta, dove l'intelligenza delle sue genti e dei suoi governanti ha compreso fin dal Cinquecento - dall'istituzione del Magistrato delle Acque - che la sua sopravvivenza fisica dipendeva dalla capacità di gestire con dighe e canali, ecosistemicamente, i flussi delle maree e delle acque di superficie dell'intera laguna e di ampie fasce dell'entroterra. Venezia resa ricca dall'intraprendenza dei suoi commercianti nel Duecento, capaci allora di scommettere sul futuro, resa illustre nei secoli dalla qualità dell'ambiente socioculturale cosmopolita che poteva offrire, ormai da molti anni sopravvive a sé stessa svolgendo attività amministrative e in ultimo turistiche.

Le sue stesse caratteristiche fisiche, ragione del suo successo storico, si sono rivelate inadeguate rispetto ad una economia di tipo industriale pesante, fatta di binari e di tralicci e di scarti tossici, e certamente gli insediamenti di industrie chimiche nell'immediato entroterra di Marghera non sono stati pensati con una logica ecosistemica, che tenesse in dovuta considerazione le difficoltà logistiche dei trasporti e degli approvvigionamenti di materie prime, l'effetto della pressione antropica, il delicato equilibrio ecologico della laguna veneta, ricamata di isole e canali come un merletto.
La secolare sapienza nella gestione del territorio è capitolata dinanzi all'impatto del pensiero industriale, indifferente e prevaricatore rispetto alle specificità del contesto di attuazione. Il dialogo tra collettività umana e ambiente di vita è diventato senza senso, come una gaffe o peggio come un delirio, dove le parole pronunciate non tengono conto del contesto di enunciazione.

Al mutare dell'ambiente di vita in direzione dell'economia industriale, cento anni fa, quell'essere vivente che è la città di Venezia non risultava più adeguato alle nuove esigenze, il supporto tecnologico (lo scalmo) dell'organizzazione territoriale insediativa e abitativa non risultava più adatto al movimento vitale (il remo) della produzione di beni e degli scambi commerciali, le parole pronunciate non riuscivano più a cadere coerentemente nella conversazione intrecciata con le altre collettività umane, se non in discorsi circoscritti come quello della fruizione turistica, abbandonando la modernità e l'innovazione, scegliendo la museizzazione come proprio destino e i turisti come noncuranti abitanti.

Oggi però assistiamo a un ulteriore cambiamento epocale, quello innescato a partire dagli anni Settanta dalle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione, dall'economia della miniaturizzazione o della smaterializzazione, dal pensiero post-industriale.
Venezia può tornare oggi a essere un centro vitale, fatto di imprese e di cittadini, perché nelle nuove forme di economia la distanza o l'agibilità geografica dei luoghi produttivi è molto meno rilevante, avendo soprattutto a che fare con il trasferimento di informazioni.
Non è più necessario stravolgere il territorio con artefatti macroscopici per adeguare il contesto della produzione alle necessità delle imprese. Anzi, la qualità stessa dell'ambiente lavorativo, a misura d'uomo e non di macchina, costituisce un fattore prezioso per la scelta degli insediamenti produttivi nel settore del terziario avanzato.

Ridisegnare Venezia per il Ventunesimo secolo, scommettendo sulla Cultura Digitale e sull'economia dell'immateriale, significa riuscire a tenere in considerazione l'ecosistema della conoscenza, significa riflettere sull'interazione vivificante tra web e territorio, significa promuovere le nuove forme di socialità in Rete e l'abitanza digitale.
Perché aver cura dei territori ormai indifferentemente fisici o digitali dove viviamo e lavoriamo è ciò che differenzia un cittadino, tale solo per il suo essere vincolato a diritti e doveri spesso percepiti come esterni e impersonali, rispetto a un Abitante affettivamente coinvolto nella promozione della qualità delle condizioni di vita, del proprio Ben-Stare in quanto astratto benessere finalmente declinato concretamente in un qui-e-ora.

Il coinvolgimento degli abitanti di Venezia, individui o gruppi formali, istituzioni e imprese, nei circuiti conversazionali resi oggi disponibili dalla Rete attraverso l'e-government e l'e-democracy, i blog urbani e le mappe georeferenziate della socialità e dei flussi vitali della produzione e del commercio, permetterà alla nuova identità che Venezia sente pulsare dentro di sé (come ri-orientamento della propria postura "esistenziale" e del proprio fare rispetto al mondo tecnosociale del Ventunesimo secolo) di emergere e di trovare una rappresentazione mediatica polivocale di sé costruita collettivamente da tutti gli attori sociali nella loro quotidiana riflessione e partecipazione alle dinamiche abitative della città, alle scelte politiche nel senso pieno ed etimologico della parola, fino all'apparire di un sentimento di appartenenza a una collettività e a un territorio biodigitale su cui poter abitare consapevolmente.

Per ragionare di tutto questo qualche giorno fa sono stato invitato dal vicesindaco di Venezia, Michele Vianello, a partecipare a una sorta di brainstorming su come impostare alcune iniziative culturali in grado di suggerire la nuova visione di Venezia in quanto città digitale, capace di coniugare l'innovazione con il proprio straordinario patrimonio culturale, dove già dal prossimo luglio i cittadini potranno usufruire di collegamenti wifi gratuiti su quasi tutto il centro storico.
Sono rimasto piacevolemente sorpreso dalla determinazione di Vianello nel proporre il cambiamento e l'innovazione come qualcosa di assolutamente necessario per la vitalità stessa della sua città, dalla sua personale cultura di cose digitali e del loro risvolto civico (potete trovare traccia delle "rivoluzioni" nella Pubblica Amministrazione veneziana consultando liberamente questo suo libriccino dedicato alla Cittadinaza digitale e all'Amministrare 2.0, Una scommessa da vincere).

Alla tavolarotonda hanno partecipato persone ben addentro alle dinamiche della Rete, professionalmente coinvolte e attente agli aspetti sociali e abitativi delle moderne tecnologie di comunicazione, e mi preme sottolineare come si sia instaurato rapidamente un buon clima di gruppo, fecondo di idee e propositivo rispetto alla progettazione di future iniziative (un convegno magari destrutturato e creativo da tenersi in settembre, la delineazione dei criteri di qualità delle reti civiche rese possibili dalla connettività diffusa, le connotazioni culturali su cui poggiare per la narrazione mediatica dell'identità cittadina) per la promozione di VeneziaDigitale.
Gigi Cogo ha approntato un wiki su cui poter continuare a riflettere e progettare, Massimo Mantellini, Sergio Maistrello, Roberto Scano, Luca De Biase hanno bloggato le loro impressioni sull'incontro, Alfonso Fuggetta, Marco Camisani Calzolari, Andrea Casadei e Lele Dainesi stanno scrivendo sul wiki.

La sfida è ardua, ma la conversazione è stimolante, e gli obiettivi prestigiosi. Credo mi divertirò.

Il contesto


Le persone



La mappa


Aver cura della rete




10 maggio 2009

Impeachment

Quell'uomo mente, e dice cose incivili.
Chiedo formalmente l'impeachment.