11 aprile 2014

Identity switch, un trasloco

Ciao, vecchio blog su Blogspot. O forse arrivederci, o forse addio.
Nove anni sono trascorsi, la tua interfaccia mi ha ispirato un mucchio di cose.
Anche Solstizio scompare, rimane come scia elettronica, entra in coma farmacologico. Troppe cose importanti sono successe nella mia vita, ci vuole un identity switch. Il gangherologo si trasferisce, tutto qui. Su www.jannis.it.

Tutto l'archivio rimane qui, tutto rimane com'è, ma Jannis è di là, a casa sua, a scrutare il futuro di noi netizen. E anche tutti questi post li trovate di là.

Beh, ciao.

2 dicembre 2013

Aporia e metodo


Squisitamente gangherologico il ragionamento, dall'aporia al metodo. 
Quel meraviglioso darsi di una porta laddove non pensavo ce ne fossero, laddove non ve n'era alcuna, almeno nel "lessico aspro".

José Ortega y Gasset, "Idee per una storia della filosofia" - Sansoni 1983

2 settembre 2013

Salutami Solstizio

La riflessione poi è questa: stiamo fabbricando ricordi con modalità nuove. Stratigrafie, e sovvengono visioni di ere geologiche, il depositarsi di sabbie e miriadi di gusci di vita che creano roccia, sotto la pressione, nel tempo.
Però ci sono i ricordi legati allo sguardo, al gesto, poi alla parola emotivamente significante, poi quelli dei testi scritti e lasciati lì a decantare mondi.
Poi ancora, negli ultimi quindici anni, ci sono i ricordi delle cose che ho letto in Rete, le discussioni a cui ho partecipato, e questi a loro volta come le parole e i libri hanno un modo tutto loro di depositarsi nella memoria e costruire strati orientati, si collegano tra loro e con le altre tracce in modo del tutto nuovo, reticoli, intrusioni, affioramenti, mescolamenti.

Senonché, credo anni fa di aver usato un servizio web che prometteva di mandarmi una mail tra un certo numero di anni. Cioè, credo essermi mandato una mail nel futuro. Idea che mi affascina.
Mi viene in mente quando leggo il giornale, e cerco di guardare l'ora in un angolo della pagina, come fosse uno schermo. Parlavo con una persona, e stasera le dicevo "vedrai che tra dieci anni taldeitali verrà a dirti questa cosa qui che ti ho appena detto" e mi è venuto subito in mente che avrei voluto mandarle una mail a questa amica, in quel momento, con data di consegna 1° settembre 2023, che dicesse paro paro quanto le avevo appena raccontato.
Perché c'è poco da fare, a me piace pensare al futuro, anche quando la vita mi costringe a.

24 luglio 2013

Brancolare, bricolare

Una volta scrivevo di getto qui, caro blog, ora c'è Facebook, come saprai.
L'argomento è sempre quello di molti anni fa, le politiche e le pratiche dell'introduzione delle TIC in classe, in seguito al fatto che l'attuale Ministra ha deciso di rinviare sine die l'introduzione dei testi scolastici elettronici a scuola, ed è chiara a tutti la pressione esercitata dagli editori tradizionali, ed è chiara a tutti la miopia della Ministra.
Qui tutta la discussione, questo il mio commento vagabondo alla tematica della sperimentazione in classe.

Abbiamo attraversato questa discussione così tante volte, su bacheche su forum sui commenti di un blog qua o là su piattaforme e-learning sui social forse in mondi 3D, abbiamo spesso avuto posizioni discordanti, che ormai è chiaro a tutti che siamo qui tutti al di là del contenuto. Parliamo come vecchi amici al bar, io sono il più giovane dal basso dei miei quarantasei anni, capirai, siamo incorreggibili. Non cambieremo idea. Quindi posso continuare. Sperimentare è fare per fare, sì. Non è approccio scientifico, non formulo ipotesi da falsificare, gioco piuttosto con le cose, bricolare. Se il bambino sta fermo non mescolerà mai giallo e blu, il verde non nascerà come attività manipolatoria. Aggiungo brancolare al bricolare, guarda, per indicare proprio quell'esplorare (non è cieco: ci vede benissimo, ma è buio) della nella materia, degli incastri, delle procedure. Noi abbiamo imparato il computer (non so cosa vuol dire) sperimentando, senza manuali d'istruzione. I bambini uguale. La scuola vuole il manuale. Non vuol farsi carico di una quota di autoapprendimento, tentativi ed errori, avere il coraggio di sbagliare così la prossima volta sbaglia meglio, imparando. E parlo della scuola, eh, dell'organizzazione lavorativa con la sua storia, perché il problema qui va risolto a livello di bosco, non di alberi. Io non formo insegnanti, io formo cittadini. Poi quei professionisti della formazione sapranno con la loro intelligenza e visione piegare gli strumenti e i punti di vista che io offro loro. E a sua volta la scuola è un albero in un bosco chiamato società, attore sociale ratificato incaricato come un Eroe di portare a termine la sua missione di inculturazione, a fornir cittadini armoniosi alla maggior età, che io vorrei peraltro critici e consapevoli, potenti e autonomi. Questo anche per uscire dalla visione strumentale delle TIC, che ogni tanto fa capolino in noi. Perché tutta la scuola vive in un mondo profondamente mutato, tutte le pratiche scolastiche vivono dentro una scuola chiamata come organizzazione PA a mutare, le pratiche didattiche a loro volta non possono non tenere in considerazione i nuovi modi di abitare il pianeta, dal punto di vista del reperimento informazioni e narrazioni alle nuove grammatiche dell'espressione di sé permesse dalle TIC. Con la carenza di digitale di cui parli tu forse riesci ancora a fare bene alcune cose didattiche, ma non fai buona scuola. Il digitale non è l'Aiutante della Storia di quell'Eroe qui sopra, è contesto e circostanza dell'enunciazione, è linguaggio dentro cui i personaggi vivono, abitano. Introdurre dispositivi a scuola non è sperimentazione didattica, attenzione, è semplicemente allestire una scena naturalisticamente ispirata alla realtà, dove come sappiamo il docente deve essere semplicemente un regista dei flussi narrativi in entrata e in uscita nel gruppo classe, accorto e lungimirante, indipendentemente dalla fonte di provenienza dei flussi, esseri umani o depositi di conoscenza su ogni tipo di supporto disponibile. E i supporti oggi non sono più soltanto i libri, per tornare a noi. Sperimentazione avviene nel provare a piegare gli strumenti, senza sapere bene come. Come una maestra che usa Powerpoint per fare un cartone animato, piegando lo strumento a qualcosa per cui non era stato progettato, magari senza rendersene conto. Ai bambini non insegni powerpoint, insegni a fare un reportage sulla centrale idroelettrica. E *mentre* fanno il reportage, imparano powerpoint. * Mentre* la maestra progetta la didattica di scienze umane, utilizza gli strumenti. *Mentre* la scuola organizza la propria vita, impara le tecnologie disponibili per migliorare la propria efficienza come macchina organizzativa, e la propria efficacia nel provvedere a insegnanti e discenti il miglior AMBIENTE orientato all'apprendimento, e questo ambiente in tutti i secoli credo si sia pensato potesse essere migliore quanto più nutrito di dispositivi per supporto memoria, esplorazione del mondo, espressione di sé, pratiche d'insegnamento coinvolgenti e stimolanti. Le TIC vanno messe lì, come vedi, per mille motivi. Ma soprattutto perché vanno abitate, per poter dire di abitare il mondo. Messe subito nelle classi e negli uffici, forse brancolando, così la scuola asssomiglia al mondo vero.

11 luglio 2013

Scolpire gli eventi

Come insegnano i film, i giornalisti americani ovvero da decenni tutti i giornalisti del mondo hanno ben presente lo schema delle 5W, con cui descrivere subito all'inizio del pezzo attori contesto e circostanze dell'evento da narrare (che quindi diventa notizia, avendo superato il vaglio della notiziabilità), in quella che viene detta piramide inversa, dal punto di vista dell'esposizione dei contenuti.

WHO, WHAT, WHEN, WHERE, WHY.

Ma trovo su Wikipedia indicazioni secondo cui la retorica classica aveva già organizzato in modo simile i luoghi narrativi essenziali al racconto di un evento: 
i filosofi e retori dell'antichità hanno indagato approfonditamente la possibilità di esplorare un tema di discussione attraverso una griglia di domande fisse e standardizzate. Il retore Ermagora di Temno, secondo quanto riferisce lo pseudo-Agostino nel De Rhetorica [1], definì sette «circostanze» quali tòpoi di un tema: 
Quis, quid, quando, ubi, cur, quem ad modum, quibus adminiculis
Poi Cicerone, Quintiliano, Vittorino, Giulio Vittore, Boezio che "applicò le sette circostanze all'oratoria e ne fece elementi fondamentali per l'arte dell'accusa e della difesa": Quis, quid, cur, quomodo, ubi, quando, quibus auxiliis. Sempre di loci argumentorum stiamo parlando. Quelli poi ripresi anche dalla Chiesa nell'approntare direi il protocollo dell'indagine confessionale, in un Concilio del 1215, quella formula che poi sarebbe rimasta immutata per secoli Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando.

Da Tommaso d'Aquino ci viene uno schema perfetto anche per il giornalismo odierno nella costruzione di una corretta informazione, nella suddivisione in otto elementi fondamentali che sono però ora capaci anche di individuare le circostanze dell'evento da narrare, oltre a soggetto e oggetto. Si giunge quindi a formulazioni in grado di connotare gli eventi, determinandone il senso univoco come cronaca.

LatinoItaliano5 W
1.QUIS«Chi»“Who”
2.QUID«Cosa»“What”
3.QUANDO«Quando»“When”
4.UBI«Dove»“Where”
5.CUR«Perch黓Why”
6.QUANTUM«Quanto»assente
7.QUOMODO«In che modo»assente
8.QUIBUS AUXILIIS«Con quali mezzi»assente

26 giugno 2013

Un abitare dislocato ovvero quanta grammatica

Dentro la casella mail i messaggi li metto unread, affibbio etichette, li segno importanti, metto una stellina, li organizzo per categorie. Quanta grammatica. Articolare sistemi di significazione, per meglio organizzare i processi di comunicazione.
Potrebbero anche stare un po' fermi con le manine, eh, quelli di Google. 
Hanno tolto Reader, rifatto le mappe, Google+ spamma, la mail è rivoluzionata. E noi dietro. 
Ma non è cosa che puoi progettare in un gruppo di dieci venti cento persone. Assomiglia a quella cosa dell'automobile che puoi avere in tutti i colori che vuoi, purché nero. Mentre oggi potremmo adattarlo alle persone, il design e i criteri di usabilità, perché posso innanzitutto misurare molte cose prima di progettare l'interfaccia, e a me piacerebbe molto sapere come miliardi di persone gestiscono la mail, ritmo organizzazione funzionalità e cosette. E poi perché posso fare seriamente crowdsourcing, crowdhearing, altre cosette per realizzare prodotti che mi calzano come un guanto.

Ovvero, la stessa cosa: sono sempre in mezzo alla gente, abito nelle conversazioni, tutta la filiera dell'RFID (toh, un hardware) va dall'ideazione alla progettazione allo sviluppo alla promozione early alla diffusione e feedback costante, quindi.

Però se passo a ragionare macro, non posso trascurare l'ecologia della Internes. Nicchie, certo. Perché a un certo punto accade che il prodotto che ha avuto successo aggiunge una feature, e quello delle foto fa i videi, e quel sito diventa social, e si insegue lo share più del like perché noi siamo per l'engagement, mentre a me piace andare in giro per baretti diversi e diverse piazze o cittadine, girando in Vespa, e dedicare ciascun a cosa a una funzione, a un oggetto culturale da produrre e distribuire, a una comunità rete di persone. Nel digitale non ho bisogno di sottostare alla dura legge degli atomi e della incompenetrabilità dei corpi che mi costringe a fondere telefono e macchina fotografica perché mi scoccia avere in tasca due cose anziché una. Nel web ce n'è di spazio "anatomico" - senza atomi e attento alla forma e struttura, posso fare un negozio tutto per collari di cani asiatici e un altro dedicato agli antiparassitari antipulci, che mica devono stare insieme perché entrambi parlano di cani.
Se voglio geotaggarmi, scelgo tra i molti software/app/ambienti quello che mi piace di più, che rispecchia il mio stile, che posso personalizzare secondo il mio stile dell'abitare, che si rivolge a una certa community su cui coltivo un certo mio tono. Poi chiacchiero da un'altra parte o molte altre, traggo informazioni da molti aggregatori o curation tool, guardo foto qua e là, il video è ovunque, posso embeddare ovunque quando spammo, strumenti che mi facilitano la scelta di percorsi multipli (questa cosa la metto qua, questa la metto là) senza ricorrere al facile stratagemma di costringermi a vivere in un posto solo. Sempre Novecento.

Anzi, ancor prima, assomiglia ancora all'artigiano preindustriale che doveva avere tutti i suoi arnesi sgorbia pinza e provetta sul tavolo di lavoro (sì, il desktop dei sistemi operativi), e poi alla fabbrica che tira a sé i binari del treno, il traliccio dell'energia, i percorsi di distribuzione e smaltimento, tutto centralizzato. Ebbasta. Pensate dislocato.

Siamo dentro una Rete, sapete? Una roba sempre esistita, ma oggi elettronica. La via più breve non è quella dritta, la vostra mail passa per Parigi prima di arrivare in Comune, è un sistema stupidissimo e efficientissimo, dentro un'altra logica di funzionamento della distribuzione dell'informazione, roba immateriale.
E qui dentro le città hanno infinite piazze e negozi sempre aperti, e fa proprio bene alla salute fare delle passeggiate, ogni giorno.

21 giugno 2013

21 giugno

Alle porte dell'estate sento sotto la soglia della coscienza il cambiamento agirmi ancora una volta, sento i gangheri che cigolano, guardo le chiavi fin qui guadagnate guardo la chiave di volta dell'arco della mia vita. E queste linee del destino, mio carattere, che convergono qui e abbraccio con il cuore, nuova vita, dal buio alla luce. All'alba, mi trovo a vagare per stradine di campagna, respiro piano, osservo le parti e il tutto, sorrido. So dove andare.


4 giugno 2013

Hard times are a-changing

Una volta per scrivere qualcosa su web dovevi caricare in FTP delle paginette scritte in html, poi sono arrivate le piattaforme blog. 
Una volta per fare spam dovevi tirare a manina i feed di qua e di là, facendo spesso il giro dell'oca, poi sono arrivate le piattaforme di content curation.
Una volta tre mesi fa per fare una campagna tipo politica su web dovevi smazzarti i social e fare le cosette per bene, ora c'è la cassetta degli attrezzi di Google http://www.google.com/ads/politicaltoolkit/

Per cortesia, bravissimi professionisti della comunicazione su social web, uscite però dalla logica della quantità http://www.europaquotidiano.it/2013/06/01/i-segreti-per-vincere-sul-territorio/

1 giugno 2013

Bannare i banner

L'onestà è l'anima del commercio, perché la fiducia è l'anima del commercio, perché la reputazione è l'anima del commercio. La pubblicità è passaparola, nasce spontaneamente e si propaga naturalmente nelle comunità.

21 maggio 2013

Where the action is


Tutto è social. I social sono dentro le organizzazioni, e già dieci anni di storia di ambienti di apprendimento o di condivisione o di partecipazione civica ci insegnano che le cose non vanno avanti da sole, semplicemente. Come lo zucchero nel caffè, se lo mescoli riesci ad addolcire la bevanda prima che si raffreddi. Poi è meglio usare lo zucchero in polvere, piuttosto che buttare dentro la tazza una zolletta, questione di intimo contatto. Insomma, ragionare e lavorare sulla relazione. Dalla quale nasce poi una eventuale collaborazione, anche se in questo caso devo provocare una reazione, e quindi un catalizzatore come un enzima aiuterebbe, vedi i recenti ragionamenti su motivazione empowerment gamification e amenità simili.

Insomma, alla base c'è un atteggiamento, di quelli che si trovano nel calderone della socialità digitale, e da parte di quelli che per lavoro devono indurre partecipazione in questi contenitori di socialità ludica o professionale. Un atteggiamento che troppo spesso latita. Perché appunto si pensa che lo zucchero faccia tutto da solo, non serve mescolare: butti dieci o un milione di persone dentro un social, e si accende la scintilla da sola, forse è sufficiente mescolare un po', come quando i community manager imparaticci fomentano delle ahimé provocazioni trollanti per muovere la conversazione. Si attende qualcosa, ma si aspetta invano, le curve di partecipazione parlano chiaro: fiammata iniziale, tre o quattro filoni thread che prendono piede, poi tutto si spegne. Su LinedIn, a esempio notavo come i gruppi vivono intensamente per poco tempo, poi la cosa che accade è che le persone - in particolare quelle più attive e parolaie, espressive, critiche, proponenti - migrano verso altri gruppi. Oppure nascono gruppi da singole conversazioni originarie, quello che chiamo scavare la nicchia.

1 - 9 - 90, ricordate? Qui wikipedia. E come fare per portare le persone a coinvolgersi, a partecipare? Non certo aspettandosi che accada qualcosa. Forse meglio sarebbe promuovere una interazione e una conseguente collaborazione tra i partecipanti basata sull'affrontare tematiche specifiche, delimitate. Occorre poi che un facilitatore con una visione più ampia o multidisciplinari riesca a approntare un piano generale di intervento, modulare, dove le singole iniziative e soluzioni raccolte in crowdsourcing possano amalgamarsi in un percorso strutturto e sensato. Se la comunità è orientata a un obiettivo, va stabilita una strategia. La comprensione delle singole tessere e del puzzle tutto dona motivazione ai partecipanti, le quali saranno attratte naturalmente a intervenire. Occorre un senso di comunità, occorre una organizzazione chiara, occorre una propedeuticità degli obiettivi da proporre nel tempo, assecondando lo sviluppo della community.

19 maggio 2013

Watchdog

Questo è il primo giro di politici che seguiamo su Facebook e Twitter, ognuno di noi ormai ha elaborato (o ne è schiavo) uno stile dell'abitare connesso, tenere una postura è faticoso, molti pagheran qualcuno per fare personal brand curation, per offrire un lifestreaming coerente e pulitino, forse no, quando torneremo a votare avremo dei politici un'idea del tutto nuova.